Parliamo di Parlami di lei | Intervista a Michaela K. Bellisario

Parlami di lei è un romanzo autobiografico e racchiude in sé tutta la forza di una storia vera. Lei è una bambina, il suo venire al mondo e andarsene ha improvvisamente mescolato le carte in tavola, quella in cui Alexandra e Andrea avevano costruito la loro vita.
Michaela K. Bellisario, giornalista fashion e glam e scrittrice, abbandona il ruolo professionale e si presenta ai lettori come una donna che vuole raccontare una storia, un pezzo di vita che ha tracciato -nella sua- una sottile linea rossa, tra un modo di vivere e un modo di essere. Come nel film tratto dal libro di James Jones -anche lui, non a caso, vive sulla propria pelle quell’esperienza prima di scriverne-, la protagonista di Parlami di lei combatte una grande guerra; lei e i soldati della compagnia “C-come-Charlie” sono incaricati di un compito ingrato, che non avrebbero voluto affrontare e che li conduce, inevitabilmente, a una diversa consapevolezza di se stessi e del valore dell’esistenza. Nel parlare comune americano, ‘la sottile linea rossa’ indica proprio ‘quel punto di confine’ dove si trovano fianco a fianco razionalità e follia, capacità di pensare e perdita di se stessi: non ci sono più vie di mezzo.

L’arrivo di un figlio cambia completamente la vita di una coppia.
Nel bene e nel male, aveva puntualizzato tra lo sguardo interrogativo delle mamme in prima fila.

La struttura narrativa rispecchia questi duplici stati d’animo e fa rimbalzare il lettore da un campo magnetico all’altro, mostrando la gioia dell’attesa, in un normale e ingenuo scorrere delle settimane, e l’abisso provocato dalla perdita. La morte della figlia causa il no sense della madre, il vuoto si impadronisce “di tutto” e l’inspiegabile morte perinatale sconquassa madre, padre, la coppia e la loro vita. Il percorso che Alexandra deve compiere per oltrepassare il confine e superare il lutto è un viaggio che dura qualche anno.
In questo arco di tempo la protagonista cerca risposte e le trova nelle situazioni più impensate, lentamente impara che tutto può avere un senso: si misura con il dolore, cambia la prospettiva con cui guardare la vita e le attribuisce un diverso valore. Alexandra ripercorre il passato in cerca di frammenti e dettagli che le diano un appiglio per comprendere; affiorano frasi sibilline che avrebbero potuto mettere in guardia ma che non sono state ascoltate… allora perché non spiegarlo meglio? Perché non preparare alla morte oltre che alla nascita? La cronaca attuale dimostra che queste tragedie non sono così rare. Parlami di lei significa anche questo.

Il pregio di questo romanzo è il coraggio di parlare e lo annuncia apertamente nel titolo. Michaela K. Bellisario affronta con profonda semplicità il tema della morte, della perdita e del dolore, sviscera questi tabù con sensibilità, mostra fino a che punto una persona può perdersi dinnanzi alla tragedia con parole ‘naturali’, mai esagerate. La percezione della sofferenza e della fatica che Alexandra deve fare per rialzarsi e andare oltre vale per tutti, uomini e donne, con lutti o senza lutti da elaborare, è un libro in cui chiunque abbia attraversato un periodo buio potrà ritrovare qualcosa di sè.

INTERVISTA

Parlami di lei viene alla luce dopo un lungo periodo, un inverno artico buio e freddo durato alcuni anni. Cosa ti ha spinto a raccontare questa storia?

All’uscita dal tunnel, dipanata la nebbia della sofferenza, ho voluto dare voce all’unica persona assente: mia figlia. Anche se ha vissuto poche ore ha comunque vissuto nove mesi dentro di me. Così ho voluto darle un volto, raccontarne la storia. Se non ha potuto vivere nella realtà, almeno resterà per sempre nelle pagine di “Parlami di lei”. Mi chiedono sempre se l’ho fatto per motivi terapeutici. Credo di no. La scelta di scrivere è arrivata anni dopo aver metabolizzato la perdita. L’idea era anche di raccontare uno spaccato di resilienza: è nei momenti peggiori della vita che si fa un balzo in avanti verso la presa d’atto di se stessi.

Alexandra, la protagonista, è ossessionata da due “perché?”: perché è successo e perché proprio a me. Come mai non riesce a svincolarsi da questi dilanianti interrogativi?

Non si è mai preparati al peggio nella vita. Tanto più quando si tratta di gravidanza. Tutto è rosa candy, tutto andrà bene, il bambino nascerà e tutta la nuova famiglia sarà felice e contenta. Ad Alexandra è accaduto l’imprevisto, la tragedia peggiore che possa capitare a un’aspirante madre che vede sparire l’incanto della creazione. Ogni cosa era al suo posto, i nove mesi erano andati bene. Perché, dunque? Le domande trovano, però, una risposta nell’evoluzione esistenziale di Alexandra che si trova costretta a riflettere sulla vita, sul suo stesso rapporto di coppia, sul mistero di nascita e morte. Che resta la più grande incognita della nostra vita.

C’è un cambio di prospettiva, a un certo momento, determinato da “allora non è successo solo a me”; cosa cambia in Alexandra questo differente punto di vista?

Alexandra esce dal suo “piccolo io”. Fino a quel momento, come tante persone, si era definita solo all’esterno, con tutto quello che socialmente andava fatto. L’assunzione, il lavoro dei propri sogni, la carriera, il grande amore, il matrimonio, la casa da arredare, gli amici da invitare a cena. Quando poi, del tutto casualmente, inizia a frequentare un gruppo buddhista in cui viene invitata, scopre che il mondo non è (solo) un enorme Mulino Bianco.
Tutti lottano per qualcosa, che siano i propri demoni o sfide da affrontare, da quelle economiche a quelle sentimentali. Al primo incontro un uomo racconta di essere stato un imprenditore fallito arrivato a vendersi il Rolex per pagarsi le bollette. Ma è sereno perché racconta di aver capito di aver semplicemente lavorato male, facendo il furbo. Senza consapevolezza non può esserci una seconda possibilità.

La disperazione porta a fare scelte che “prima” si sarebbero considerate banali e improbabili: è solo un’illusione oppure è l’ultimo baluardo di speranza che qualcosa possa cambiare?

Ho imparato, e nel libro Alexandra lo dimostra appieno, che certe situazioni nella vita non capitano per caso. Nulla arriva così, gratuitamente. Ogni effetto ha una causa a monte, di cui non sempre siamo consapevoli purtroppo. Per questo quando arrivano le prove pesanti ci sembra di non essere preparati. La protagonista “impara” con il tempo che la perdita della figlia è una cesura con una parte di vita che non le appartiene più. Si addentra nei meandri della spiritualità, di cui non si era mai interessata, e arriva – un po’ come un minatore – a scavare fino a trovare l’oro, la vera essenza di se stessa. Quella che noi buddhisti chiamiamo “buddità” e di cui tutti siamo perfettamente dotati. A volte sono proprio le sventole della vita a ricondurci alla base. Alcune persone lo capiscono a suon di sveglie, altre continuano ad oggettivizzare e nevrotizzare la perdita, il lutto senza pensare invece che può esserci un nuovo inizio.

Alexandra e Andrea si allontanato senza rinnegare il loro amore: il dolore può essere maggiore dell’amore?

Il dolore può essere la causa scatenante di una sofferenza già latente. Davanti alla perdita della figlia Andrea e Alexandra non hanno saputo reagire alla stessa maniera, sono stati incapaci di prendersi per mano e proseguire insieme. Non per mancanza di amore, ma per l’incomunicabilità che a un certo punto sembra impadronirsi delle coppie, soprattutto quelle più rodate. Non ce l’hanno fatta “anche” ad affrontare il lutto. Volevano solo una famiglia e si erano affidati a quel sogno proiettando in Martina, la loro bambina, il proprio futuro. Svanita l’illusione e la concreta possibilità di andare avanti, si sono guardati in faccia e hanno visto solo il proprio fallimento. Non hanno trovato le risorse per reagire in maniera diversa. Così, fuggire da se stessi, in quel momento, è sembrata l’unica possibilità.

Nell’epilogo tutto trova la sua collocazione, sembra veramente che la fine sia un nuovo inizio. Dove ti sta portando questo libro? In che modo hai «trasformato il veleno in medicina»?

Il libro con il tempo si è trasformato in missione. Perché, poco a poco, mi sono resa conto che la maternità mancata e il lutto perinatale sono temi di cui si parla molto poco in Italia. La nostra società va sempre avanti, non è strutturata per soffermarsi sul dolore, sulle mamme che non possono cullare i propri figli. Muoiono quattro bambini in ospedale alla nascita, come è successo di recente a Brescia, e se ne parla solo come fatti di cronaca. Ma, dietro le quinte, ci sono donne fragili, frustrate, condannate all’oblìo perché è dolorosissimo sopravvivere a un figlio al quale si è dovuto dire subito addio.
Mi hanno scritto centinaia di mamme dopo l’uscita del libro e tutte hanno sottolineato la stessa cosa: “E’ come se avessi scritto la mia storia”. Parliamone, allora. Non a caso si intitola “Parlami di lei”. Attualmente frequento, a Milano, un gruppo, Alchimia, che aiuta i genitori in lutto ad affrontare la sofferenza. E’ composto da counselor e psicologhe che battono ogni giorno gli ospedali lombardi per offrire la propria disponibilità. Perché, tra le altre cose, si esce dall’ospedale sconvolte, sotto choc. E il “pat pat” sulla spalla di amici e genitori non è sufficiente. Ci vuole un aiuto specializzato e concreto.
Con Alchimia, di recente, ho partecipato a un convegno per le ostetriche di un noto ospedale milanese, la Mangiagalli. Alcune di loro mi hanno scritto dopo l’incontro. Grazie, hanno sottolineato, la tua esperienza ci serve a essere utili in corsìa. Il veleno l’ho trasformato così: dando un senso pratico a quello che ho passato.