I custodi degli abissi | Un viaggio sott’acqua con Pietro Spirito

I custodi degli abissi proteggono la memoria della storia e i ricordi delle persone. Allo scrittore è dato il compito di riportarli in superficie e raccontarli, al lettore quello di scendere nelle profondità del mare, e di se stesso, lasciandosi accompagnare nel viaggio che questo libro sottotitolato Piccolo trattato sui naufragi del tempo ci porta a fare.
Cosa ha trovato Pietro Spirito nei fondali dei mari italiani? Quali storie degne di nota?

Breve digressione

Tutto si snoda attorno alla parola relitto, sia dallo stretto punto di vista della narrazione sia nell’approfondimento che l’autore ci invita a fare. Relitto deriva dal latino relictus, che è il participio passato del verbo relinquĕre e significa “lasciare”, e anche sua forma passiva, dove indica “rimanere”. Se guardiamo le due diverse prospettive, azione attiva e azione passiva del verbo, osserviamo il significato celato dalla parola: relitto è l’oggetto corporeo o etereo -una nave o un ricordo- che lascia, abbandona la scena per depositarsi negli abissi, ma anche che lascia al contempo una traccia, qualcosa di utile affinché possa rimane e sopravvive una sorta di essenza, scevra da situazioni e condizioni precedenti, più ampie e generali, che l’hanno affossato.

Nel linguaggio marino e nel diritto della navigazione, è considerato un relitto qualsivoglia galleggiante o aeromobile, o anche solo una parte di esso e del carico, che è stato abbandonato alla deriva, incagliato o gettato sulla costa in seguito a naufragio o ad altre cause; è interessante trovare che quanto accade a una nave in transito nel mare possa succedere anche alla lingua parlata o scritta, e non ci riferiamo a un testo come e il naufragar m’è dolce in questo mar, bensì alla linguistica che considera un relitto lessicale e un relitto morfologico la voce o la forma isolata di una lingua scomparsa che continua a sopravvivere, più o meno adattata, nella lingua che si è sovrapposta a quella scomparsa. Parole, dunque, che lasciano una traccia.

Relitto della torpediniera italiana 55PN affondata durante la Grande guerra nel Golfo di Venezia. Ph. © Stefano Caressa

Relitti

Tutto ciò è molto affascinate. Il relitto assurge a simbolo di qualcosa che resta in attesa di essere ri-trovato e ri-scoperto, nel piano individuale come ricordo e in quello collettivo come memoria.
La risalita del ricordo provoca un’emozione di beatitudine come descrive Charles Baudelaire nella poesia Il tramonto del sole romantico, da I relitti in I fiori del male:
Ricordo! … Vidi tutto, fiori, solchi e sorgenti
bearsi al suo sguardo come cuori palpitanti…
– Corriamo verso l’orizzonte! – tardi, su, corriamo
per strappare almeno un raggio di fiore obliquo!

In quel vidi tutto del poeta ritroviamo il potenziale della memoria dell’essere umano che accoglie e dimentica, apparentemente, finché un solo elemento, un particolare, fa riaffiorare un’intera storia, un evento o, addirittura, la totalità di un periodo della vita assopito nei meandri della mente. Ritroviamo questo tipo di processo nella scrittura di Pietro Spirito che lascia i panni di giornalista per vestire quello di narratore: abbandona uno sguardo visivo a favore di quello visionario e il dettaglio inutile in un relitto, inutile dal punto di vista dell’archeologia subacquea beninteso, si trasforma in una minuzia, motivo di puntuale e scrupolosa attenzione dello scrittore.
Il cambio di prospettiva è la sua qualità che scopriamo nello scritto poiché dimostra la capacità di mantenere, durante le immersioni, l’attenzione alle operazioni [il giornalismo come rendicontazione tecnica dei ritrovamenti] e al contempo la creatività dello scrittore che osserva e immagina, riesce a ritornare al momento in cui il relitto era in realtà un’imbarcazione in transito o un aereo in volo, visualizza l’imprevisto e ipotizza il naufragio. Alla sua capacità di visione si aggiunge una spiccata curiosità per la storia e la ricerca di fonti che attestino l’accaduto; in questo modo, oltre al relitto anche il naufrago non rimane più un fantasma del mare ma riconquista la sua dignità di persona con un nome e un destino, o più destini che si intrecciano, permettendo di creare un ponte che unisce il passato al presente.

Recupero dell’alettone di coda del Bombardiere B-24 precipitato nel 1944 nel Golfo di Trieste. Ph. © Stefano Caressa
Eppure i relitti in fondo al mare, questi custodi degli abissi, ci costringono a fare i conti con lo smarrimento: esistenze e oggetti perduti e ritrovati che chiedono di essere ricollocati nella mappa del mondo.
Non è diverso da ciò che sperimentiamo ogni giorno. Una vecchia fotografia, un oggetto, una lettera, un qualsiasi scampolo del passato spesso evocano piccoli e grandi naufragi: amori finiti, affetti e amici scomparsi, lavori abbandonati. I punti di snodo di ogni esistenza passano attraverso una perdita, e impongono un riordino delle tracce per ricostituire l’identità.
[…]
E qui apro un’altra parentesi. Riguarda il fatto che esiste una memoria sommersa, una specie di corrente subacquea, che attraversa la vita di ciascuno di noi e che talvolta convoglia la sua spinta nell’affannosa ricerca di una storia che ci appartenga.
da I custodi degli abissi

Il relitto è “ciò che rimane” e, in una visione allargata di mondo sommerso, ci ricorda la mitologia e il simbolismo del serpente e del drago, esseri titanici custodi di tesori che dovranno essere transitati nel nuovo mondo: ecco il ruolo più elevato della memoria, a lei è affidato il passaggio e il senso della fine e di nuovo inizio, nella circolarità del tempo o in un tempo “acqueo” in cui ogni oggetto depositato cade nell’oblio, un oblio che è soltanto attesa. Pietro Spirito richiama spesso nel testo le considerazioni del filosofo Ricoeur, ricorda che alla memoria è concessa l’ambizione, la pretesa, di essere fedeli al passato e che l’oblio non è che il lato d’ombra della regione illuminata dalla memoria, e ci lega a ciò che è stato non meno della memoria illuminata [la lettura del libro renderà tutto più comprensibile].

I custodi degli abissi, ultima pubblicazione della collana Piccola filosofia di viaggio edita da Ediciclo editore, è una lettura utile a scoprire alcune testimonianze custodite dai nostri mari, oltre che a programmare una visita al Museo Nazionale di Archeologia del Mare di Caorle, e a riconsiderare il valore dei propri ricordi.

Intervista

Passione per la scrittura e passione per gli abissi: quando nascono e quando si uniscono queste due avventure?

Come tutte le passioni, hanno radici profonde, e un po’occulte. Direi che le ho da sempre: da quando, a otto anni o giù di lì, scribacchiavo poesiole e raccontini e, in estate, mi immergevo in pochi metri d’acqua nel mare di Trieste con maschera e pinne sognando di essere Cousteau. Poi con gli anni le passioni, se resistono, si strutturano, e diventano un modo di stare nelle cose del mondo.

Pietro Spirito, prima di un’immersione. Ph. © Stefano Caressa

Racconti di cinque relitti: qual è stata l’immersione più emozionante?

Direi il brick Mercurio, affondato nella battaglia di Grado del 1812. Da giornalista ho seguito tutte le campagne di scavo, e gli studi eseguiti sotto la guida di Carlo Beltrame della Ca’ Foscari. È un giacimento straordinario, ha una storia affascinante ma soprattutto “fotografa” la battaglia. E il fatto che -evento rarissimo- siano stati trovati anche i resti di alcuni marinai restituisce tutto il senso di quella tragedia. È una vera e propria macchina del tempo, e quando sono sott’acqua davanti a quei resti basta accendere la modalità “visionario” e sono lì, in piena epoca napoleonica, nel fumo del combattimento…

La percezione dello spazio e del tempo è diversa sott’acqua: perché? Cosa cambia in te quando sei vicino o dentro un relitto o una grotta?

È una dimensione diversa rispetto alla terraferma, sospesa e atemporale. È come essere nello spazio, ti muovi in assenza di gravità in ambienti a volte del tutto sconosciuti, e a volte con la visibilità ridotta a qualche centimetro. Senza uno strumento è difficilissimo calcolare il tempo, e intervengono molti fattori a condizionare il proprio stato: la pressione, la temperatura, le correnti, la luminosità e sono variabili anche improvvise. Le grotte poi…lì l’ambiente estremo -il buio, le correnti, i percorsi stretti e labirintici- esalta l’ignoto, è davvero come essere su un altro pianeta.

Nomini Ricoeur, cosa condividi della sua filosofia?

In uno dei suoi libri fondamentali La memoria, la storia, l’oblio Ricoeur affronta il tema -gigantesco- di come ci si debba mettere in rapporto con il tempo e l’esperienza trascorsa, in quale rapporto stanno storie e memorie e se e quando si debba accettare o addirittura provocare l’oblio. Ricoeur è stato un maestro dell’ermeneutica filosofica del Novecento, e i suoi testi mi hanno indicato nuove vie di ricerca espressiva rispetto a questi temi, che sono fondamentali nel mio lavoro di narratore e alimentano, ovviamente, anche il mestiere di giornalista.

Relitto del bragozzo carico di munizioni affondato nel 1917 nel Golfo di Trieste. Ph. © Stefano Caressa

Perché il relitto diventa il simbolo della memoria recuperata?

Perché il relitto, quale fantasma, quale presenza di un’assenza appunto per dirla con Ricoeur, rimette in moto il tempo, apre finestre rimaste chiuse a volte per secoli, rimette in modo dinamiche sopite. Abbiamo un dovere di memoria, dice Ricoeur, da coltivare contro la tentazione di dimenticare i periodi bui della storia individuale e collettiva. È un messaggio quanto mai attuale, lo abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, negazionismi e revanscismi che credevamo ormai alle nostre spalle tornano ad alimentare odi ingiustificati. In più c’è la questione dell’identità: per Ricoeur il fatto di vivere la nostra vita nel tempo implica la difficoltà di stabilire una nozione di identità personale immutabile, data una volta per tutte. E in tempi di grandi migrazioni e identità globalizzate anche questo diventa un tema portante. Le tracce lasciate dall’uomo sul fondo del mare, nella loro fantasmatica caducità, non sono altro che un possibile strumento -uno dei tanti- utile a indagare questi temi attraverso una narrazione.

Qual è il tesoro che i custodi degli abissi continuano a celare?

Forse, per dirla ancora una volta con Ricoeur, la loro memoria felice, quel riequilibrare gli scarti del passato che, in un modo o nell’altro, fanno parte dell’esperienza di ciascuno di noi. Recuperare una memoria felice, riportare in superficie attraverso la narrazione una nave affondata e farla di nuovo navigare, è come saldare i debiti insoluti. Ma è molto difficile. A tutti capita di fare naufragio nella vita, tutti abbiamo un debito insoluto da pagare. Quando riusciamo a farlo, non c’è tesoro più prezioso. Ma non sempre il mare ce lo consente…

Buona lettura!