Verso Marte | Racconto di Andrea Siviero

Luca ha prenotato alla NASA un viaggio su Marte: sei mesi in orbita è l’occasione ideale per leggere e scrivere, pensare e discutere con l’amico, quello con cui ha progettato la stesura di un romanzo a quattro mani.
Due amici, un viaggio e un countdown. La dimensione temporale della vita ha tracciato due rotte differenti perché segnate dal calendario gregoriano, una, e da quello dariano, l’altra. La short story di Andrea Siviero è ricca di suggestioni.
Buona lettura.

VERSO MARTE

Come la vita, una missione spaziale è regolata da un sottile equilibrio. Finché l’equilibrio tiene, tutto funziona. Ma a volte basta che una sola cellula impazzisca, che non le vada più di morire e cominci a crescere, a replicarsi in maniera eccessiva e scoordinata, e l’equilibrio si rompe. Allo stesso modo, basta che lo scudo termico sia stato montato male o che in una singola stringa del programma di controllo sia presente un errore, e la missione si chiude prima del tempo previsto. È questo ciò che pensa lui durante i sette minuti di silenzio radio che accompagnano la discesa verso il suolo marziano.

Una sera di novembre di tre anni prima gli era arrivato un messaggio da Luca: «Ho prenotato un posto su un volo per Marte. Vieni con me?».
«Ma che cazzo dici?» aveva risposto lui e aveva aggiunto una serie di faccine piegate dalle lacrime dal ridere. «Non scherzo. Guarda».
Luca gli aveva mandato un primo piano delle sue dita sottili, dalla pelle opaca, che stringevano un biglietto con il logo della NASA. Lui aveva zoomato per leggere bene le scritte: il biglietto assomigliava a quello di un concerto solo che al posto del nome di un gruppo c’erano stampati nome e cognome dell’amico.
«Allora vieni?».
«Faccio anch’io il biglietto e preparo le valigie».
«Non dimenticare maglioni e cappello di lana».
«Farà freddo?».
«Tra i meno 123 e i meno 15».
«Cazzo!».
«Non solo, ogni tanto c’è anche vento. Tempeste di polvere che durano mesi».
«Va bene, mammina. Porterò anche il k-way».
Luca aveva risposto con un selfie. La pelle del volto, che pareva ormai perfino allergica al sole, occupava metà dello schermo. L’altra metà era per un paio di occhiali neri, che evidenziavano ancora di più l’assenza delle sopracciglia, e per un foulard che avvolgeva la testa, di cui due lembi scendevano ai lati a coprire le orecchie. Infine un sorriso sornione gli dava l’aria di un tragico idoletto albino. «Come vedi io sono già attrezzato».

La sequenza di discesa l’ha imparata a memoria. Tre minuti e trentotto secondi dopo l’entrata nell’atmosfera marziana si apre il paracadute. Altri quindici secondi e si stacca lo scudo termico. Poi altri dieci secondi e si dispiegano le gambe. A quarantacinque secondi dal suolo il paracadute si stacca e si accendono i retrorazzi.
Infine, per quanto riguarda gli ultimi quindici secondi, la discesa ricorda quella di un comune ascensore da centro commerciale.

Luca aveva scritto che sarebbero partiti in primavera, con la prima finestra di lancio. «Di solito per Marte si parte in maggio e si arriva in novembre. Sei mesi».
Si erano detti che in sei mesi sarebbero riusciti a leggere una quarantina di libri a testa, o forse anche di più. In sei mesi avrebbero anche completato quel romanzo di fantascienza che progettavano da anni. Poi avevano cominciato a scherzare proprio sul loro libro. Luca lo stuzzicava sull’eccessiva libertà che a volte si concedeva la letteratura. Lui ribatteva che se fosse stato solo per la scienza le biblioteche sarebbero state piene di libri con il pathos di un bollettino meteorologico. «Quando ci metteremo a scrivere prima o dopo ti dirò: “Se usiamo ancora un termine come ipergolico, al lettore cominceranno a sanguinare gli occhi” e tu mi risponderai rinfacciandomi i bompressi e le coffe di trinchetto di Moby Dick» aveva scritto all’amico.
«La balena è un pesce. Non è abbastanza per farli sanguinare a me, gli occhi?» aveva risposto Luca.

Uno dei primi messaggi trasmessi alla Terra è un’immagine polverosa, sfocata: niente di speciale. Però è una fotografia che scatena i festeggiamenti nel centro di controllo di Pasadena. Significa: quassù, a sessanta milioni di chilometri da casa, va tutto bene.

«Solo di una cosa sono tranquillo» aveva detto Luca pochi giorni prima di partire: «anche se liofilizzate, le lasagne della NASA saranno più buone di quello che mi fanno mangiare qui».
Era disteso a pancia in su, nel letto. Non portava più gli occhiali scuri e il turbante. Il viso era cinerino, e gli arti magri, nodosi, gli conferivano un aspetto minerale, come di ciocco di betulla fossilizzato. Lui lo aveva guardato un po’ e gli era sembrato che l’amico si stesse rimpicciolendo. A un certo punto Luca aveva sorriso e con una voce sottile aveva detto: «Tieniti pronto. La finestra di lancio sta per aprirsi».

Tutto è andato secondo i protocolli: le apparecchiature non hanno subito alcun danno durante la discesa. Lo conferma una seconda fotografia, più nitida della prima. Mostra una porzione del braccio robotico che perforerà per la prima volta il suolo marziano. Ma quello che interessa a lui e ad altri milioni di persone che hanno seguito l’evento in diretta su Facebook è il microchip. Una freccia bianca lo indica appena alla base del braccio robotico. You are here, c’è scritto. You sono circa due milioni di persone che tre anni fa hanno compilato un form sul sito della NASA e hanno ricevuto a casa un biglietto personalizzato. You è lui, che ha immaginato quel viaggio verso Marte con Luca. You è Luca, che facendosi ogni giorno più breve e asciutto, su Marte ci è andato per davvero.

Credits immagine di copertina: Harry Gruyaert/Magnum Photos GB. ENGLAND. London. BBC II. TV Shots. Apollo XIV. 1971.

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