Verona, ritratti di una città

Trilogia di una città: il progetto di Raffaello Bassotto, durato oltre quarant’anni, si è concluso con la pubblicazione del volume Verona (Editore Edizioni Aurora, 2019) ultimo lavoro della trilogia dedicata alla città natale del fotografo. Il libro è stato presentato in occasione della mostra curata da Alessandra Tavella e Marta Bassotto, in corso presso lo spazio Serra 9cento di Verona fino al 22 dicembre.

Raffaello Bassotto negli spazi espositivi di Serra 9cento. Ph. Marta Bassotto

Le fotografie esposte sono una selezione della trilogia, i cui precedenti volumi sono Verona racconta e Verona e l’Adige. Le opere sono tratte dall’Archivio di Raffaello Bassotto e coprono un arco di tempo dagli anni Settanta ai nostri giorni, ritratti di una città che cambiano nel tempo, proprio come le persone, e che raccontano la vita di Verona attraverso le immagini di monumenti, persone, negozi e fabbriche che descrivono i cambiamenti della società, dell’architettura e del paesaggio negli ultimi 50 anni. Una Verona vintage che racconterà una città mutata, spesso perduta.
Il libro fotografico di Bassotto è corredato dagli scritti di voci veronesi che arricchiscono le immagini con parole di grande valore, gli autori sono Francesco Bletzo, Ugo Brusaporco, Nicola Pasqualicchio, Daniele Nalin e Alberto Vignolo. A seguito riportiamo il testo integrale di due contributi.

Case popolari, Borgo Venezia, Luglio 1984 © Raffaello Bassotto Archivio Fotografico

Le fotografie di Bassotto raccontano l’identità di una città, la sua Verona, con uno sguardo sempre attento ai particolari, situazioni quotidiane oppure luoghi che hanno vissuto una gloria dimenticata e stanno scomparendo o sono stati già trasformati in qualcosa d’altro dall’irrefrenabile gusto della riqualificazione di spazi e ambienti. Le tracce fotografiche raccolte da Raffaello Bassotto e custodite dall’Archivio documentano il segno del tempo e l’evoluzione degli spazi, capiterà facilmente allo spettatore di sorridere al riaffiorare di un ricordo della propria città, diversa per nome, ma non per la storia, dalla Verona che il fotografo ci mostra.

Il tempo non si ferma di Francesco Bletzo

Apro una planimetria della città… è un grande foglio di carta pesante che occupa tutto il tavolo, non è datata, ma capisco che siamo nei primi anni cinquanta del dopoguerra. E’ quasi incredibile ma i quartieri della periferia sono appena abbozzati, e la zona sud è campagna, con piccoli borghi rurali, le case raggruppate intorno alla chiesa. Anche il centro città è chiuso dentro il confine antico delle mura… chi era la gente che la abitava? Dove noi siamo diversi? Quanto tempo è passato?

Osteria Sottoriva, Marzo 1982 © Raffaello Bassotto Archivio Fotografico

Una data e un’ora accanto ad una fotografia fissano un tempo preciso, implacabilmente esatto e rappresentano un documento e una carrellata diacronica: immagini diverse ma complementari possono essere lette attivando il registro della memoria, qualche volta anche della nostalgia, insieme a quella della riconoscibilità dei luoghi, primo tra tutti il Ponte Pietra, visto qui come la chiave-cerniera della città fluviale. Ma lo scarto che si percepisce tra l’ieri, a volte uno ieri anche recente, e l’oggi apre un’altra lettura e conduce direttamente a pesare, e si tratta di un peso non lieve, i cambiamenti intervenuti nel giro di pochi anni. Certo l’Arena non è cambiata troppo, le vie e i monumenti diciamo da cartolina sono sempre gli stessi ma…la tessitura degli intonaci, l’uso degli spazi, i vuoti, i silenzi, i visi sembrano davvero molto cambiati e a volte perduti. Basta una solitaria cinquecento rossa, che oggi è una macchina d’epoca, vista nella luce metafisica di un pomeriggio, per aprire ai nostri occhi-cuore l’enigma non svelabile del tempo, il tempo della città confrontato con il tempo della nostra vita. Si tratta certo di nostalgia, quel dolore sottile del ritorno ad un luogo, ad una epoca trascorsa.

Case sull’Adige a Ponte Pietra, Febbraio 2016 © Raffaello Bassotto Archivio Fotografico

Ma queste immagini fanno anche di più, perché conferiscono alla perdita o alla consunzione di alcuni elementi della specificità urbana, un carattere pubblico, comune e diventano il documento di una spoliazione del senso della città. Il termine urbanicidio è stato recentemente coniato per descrivere il fenomeno conseguente al turismo di massa che rade al suolo l’anima di alcune città quali Roma, Firenze, Praga…sostituendo, uno tra i tanti effetti, alle attività tradizionali l’impero dei marchi multinazionali e cancellando la vita normale degli abitanti abituali. La nuova città sono oggi i grandi centri commerciali che, come gli anelli di Saturno, gravitano intorno al nucleo urbano antico, oppure come stelle solitarie in un deserto, a volte sono le prove sopraffini di archistar.

Ex Trattoria Coccodrillo a Veronetta, Luglio 1982 © Raffaello Bassotto Archivio Fotografico
Fabbrica di Campane Cavadini a Veronetta, Marzo 1996 © Raffaello Bassotto Archivio Fotografico

Tutto cambia e si evolve, come forse è giusto che sia, e così avviene per le stagioni con la loro luce: un mattino nebbioso all’Arsenale, una pompa di benzina hopperiana, una piazza Bra vista guardando la quinta degli edifici colorati, l’arca di Cansignorio perfetta come un merletto, un’osteria solatìa con i suoi avventori, il più classico ponte stagliato contro bianchissime nubi quasi alpine…il potere di queste immagini sembra essere la capacità della città di svelarsi e quasi prenderci per mano ricordandoci con dolce fermezza anche i nostri cambiamenti e le nostre fragili stagioni di uomini.

Porta Romana dei Borsari, Agosto 2014 © Raffaello Bassotto Archivio Fotografico

La cupola di Alberto Vignolo

La rotonda, la cupola: basta evocarne la forma perfetta o l’elemento architettonico per riconoscere d’un tratto uno degli edifici emblematici della città, e non ce ne voglia il Sanmicheli di ben altre cupole veronesi, da quella di San Giorgio in Braida al mirabolante gioiello nella Cappella Pellegrini in San Bernardino. Maestosa e misteriosa oltre il recinto dei Magazzini generali, la “nostra” cupola è l’apice di un funzionale edificio produttivo, la fabbrica del ghiaccio, la cui pianta centrale non rappresenta però l’espressione simbolica di uno spazio sacro, bensì la razionale configurazione di un processo logistico, un panottico produttivo: sorvegliare e spedire (frutte e verdure).

Ex Magazzini Generali in ZAI, Luglio 1989 © Raffaello Bassotto Archivio Fotografico

Centrale e radiale come l’ideale fulcro di una città sognata, sacrario di un dio sotto zero forse abitato da sacerdoti-giacciolo, la stazione frigorifera si animava nel movimento alternato dei vagoni carichi delle vettovaglie destinate a un lungo viaggio, in virtù del potere conservativo del freddo. La forza centrifuga di questi treni destinati a un indistinto orbe terracqueo viene oggi capovolta, nel catalizzare il potere attrattivo della sua forma come nuova centralità urbana: che sarà mangereccia, o forse anche espositiva, o forse chissà. Gira la ruota degli usi, gira la ruota del tempo: con il restauro che si sta compiendo, il gigantesco zuccotto della cupola appare glassato come un dessert industriale. Entro il suo piacente packaging ci aspetteranno nuovi aromi e nutrimenti: ma i sapori di un tempo rimangono agglutinati nell’immagine fotografica, inaspettatamente calda e temperata. Un epocale cambiamento climatico per la città.

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