Van-Gogh

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità

Pubblichiamo la recensione del film: Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità visto e apprezzato durante la Mostra internazionale del cinema di Venezia 2018.

Lungamente applaudito in sala stampa, e per ben 20 minuti in Sala Grande da parte del pubblico, il film Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità di Julian Schnabel (egli stesso artista pittore), premiato regista con “Prima che sia notte” e con “Lo scafandro e la farfalla”, porta alla mostra del Cinema di Venezia, il suo Van Gogh, interpretato dall’espressivo Willem Dafoe.

Sono rappresentati gli ultimi anni della vita dell’artista, morto prematuramente nel 1890, a partire dal suo soggiorno ad Arles quando il suo rapporto con Paul Gauguin, interpretato da Oscar Isaac, diventa sempre più burrascoso e conflittuale, prima della sua partenza per la Martinica.

Schnabel, si avvale di uno sceneggiatore di grande esperienza nei drammi storici, come Jean-Claude Carrière, il quale riesce a dare al film un taglio narrativo servendosi di figure anche meno note nella biografia dell’artista e che ci trasporta in dialoghi dal pieno stile Bunuel, come quello con il personaggio del sacerdote, che aiuterà Van Gogh ad uscire dall’ospedale psichiatrico.

Il regista Julian Schnabel dimostra di amare la tipica pittura impressionista “en plein air”, caratteristica del movimento di dipingere dal vero all’aria aperta di fronte ai soggetti, muovendosi con il cavalletto, pennelli, colori e tele sulle spalle, per ritrarre viottoli, antichi borghi, così come gli alberi, l’erba, fiori e girasoli. Le nuvole nel cielo, come le colline e i frutteti, assumono sulla tela i colori personali dell’artista che solo la luce riesce a farci cogliere con le loro infinite sfumature.

E’ noto che il termine impressionismo era stato coniato, al tempo, come critica, come appellativo dispregiativo del salto di concezione pittorica che veniva compiuto da quel gruppo di artisti rispetto ai canoni classici della pittura che imperante. E sappiamo anche che Van Gogh riuscirà a superare, con la sua pittura, la concezione del movimento impressionista, diventando un precursore dell’espressionismo.

Nel film il regista riesce a cogliere gli aspetti più significativi dell’arte di Van Gogh come i colori accesi mescolati di getto con il pennello sulla tela nel suo modo personale ed affascinante, così come il suo immergersi nella natura, quasi ad inebriarsi, per captare l’atmosfera della campagna circostante e che darà vita a quegli autentici capolavori della storia dell’arte, ammirati in tutto il mondo.

I fatti salienti della vita dell’artista vengono raccontati con garbo e senza enfasi. Di grande tenerezza la scena dove si vede Van Gogh sul letto di un ospedale psichiatrico, quando arriva il fratello Theo, dal quale riceveva i denari per mantenersi, con il quale ebbe sempre un rapporto molto intenso, testimoniato dalle oltre 600 lettere che Vincent inviò al fratello, l’ultima delle quali fu trovata in una tasca dopo la sua morte. Le due figure si abbracciano e si stringono con tale sentimento da far dire al pittore che avrebbe voluto morire in quel modo.

Il regista ben descrive gli aspetti di vita di un personaggio solitario con le sua irrequietezza e aggressività verso gli altri e verso sé stesso: il taglio dell’orecchio, le sue esternazioni che lo porteranno in più occasioni al ricovero psichiatrico, fino alla morte per un colpo di pistola all’età di 37 anni.

Una vita breve e travagliata dunque, con sempre presente il timore di impazzire, (“dipingere è il mio modo di non pensare”) ma vissuta intensamente: pur iniziando a dipingere a 27 anni, realizzò 864 dipinti, e, pare, un solo quadro venduto. La sua figura viene interpretata con grande maestria e sentimento dal viso magro e scavato dell’attore Willem Dafoe che riesce, con la sua interpretazione, a far commuovere gli spettatori.

Così egli si esprime in merito al film: “Van Gogh era molto religioso, pensava che la bibbia fosse il miglior libro mai fatto. Molte delle cose che dico sono sue, pensieri suoi, come il fatto che vedesse grossi punti in comune tra la sua sorte, la sua natura e quella di Gesù Cristo, anch’egli incompreso fino a quando era in vita, considerato un pazzo. Ma sovente nei i dialoghi abbiamo lasciato comunque correre la fantasia, per cercare di fargli dire ciò che secondo noi si nascondeva dietro il suo dramma, i suoi sogni, il suo modo di vedere il mondo attraverso l’arte.”