Uno scandalo bianco | Intervista a Nicola De Cilia

Scandalo, gridare allo scandalo, essere oggetto di scandalo, scandalizzare o scandalizzarsi. Oggigiorno, l’abitudine alle news (h24) o alle fake news (h24) hanno ridotto la capacità di provare un profondo senso di indignazione, lasciando un fugace sentimento che rimane per il tempo di una notizia, soppiantato da quella successiva.

Nicola De Cilia, nel libro Uno scandalo bianco pubblicato da Rubbettino Editore, ha il merito di raccontare la storia di un uomo semplice, ambizioso -ma non troppo-, integro nei valori -ma chissà se troppo-, che per timore di gridare allo scandalo è diventato egli stesso oggetto dello scandalo. Il protagonista si mostra come una persona incapace di adattarsi a quel mutamento di atteggiamenti sociali, che già dalla fine degli anni ’70 hanno segnato il nostro presente, e tale fedeltà -a se stesso e a Dio- lo porterà a essere capro espiatorio di una situazione in cui la buona fede è trasformata in buona occasione da uno dei personaggi, noto come “lo squalo”.

Ma noi uomini siam in generale fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati, ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile.
Alessandro Manzoni, I promessi sposi

Non v’è dubbio: la storia, nel suo svolgersi cronologico, è ricca di scrittori e filosofi che narrano di come il potere annichilisca l’uomo, di come la figura dell’uomo politico raramente collimi con quella dell’uomo intellettuale, prima di Manzoni possiamo ricordare il Machiavelli e, ancor prima, Tacito. Eppure, per quanto nel corso dei millenni si possa insegnare o mettere in guardia, alcuni uomini nascono per vivere la speranza di poter cambiare lo svolgersi della storia, e lo fanno con grande impegno, coscienziosamente, consapevoli che ogni responsabilità ricadrà solo sulle loro spalle. Chè la gloria è sempre condivisa mentre gli errori hanno un nome solo, e non è detto sia quello del colpevole.

Un paese a pochi chilometri a sud di Treviso è il luogo in cui si snoda la vicenda, l’intreccio delle vite di tre amici che vogliono dare concretezza ai loro sogni e progetti. Uno scandalo bianco è sì un libro sulla provincia, ma non possiamo limitarlo all’idea che ciò sia accaduto solo nel Veneto bianco degli anni Settanta, la storia vera da cui trae ispirazione è rintracciabile in molte altre, in ogni regione di quest’Italia che nell’anniversario della fine della Grande Guerra si ritrova più disorientata che mai.

INTERVISTA

Da dove nasce lo spunto di questo romanzo e per quale motivo?

Lo spunto nasce da una cena con un mio caro amico, qualche anno fa: mi disse che si era chiusa l’ultima fase di un processo che stava andando avanti da tempo, un processo che aveva intentato suo padre e che io conoscevo per sommi capi. In quel momento, mentre il mio amico mi narrava le sue vicissitudini e amarezze, scattò un click nella mia testa: era quella storia “necessaria” che stavo attendendo. Su mia richiesta, accordandomi fiducia, mi consegnò i materiali relativi al processo (un paio di scatoloni) e anche tutta una serie di lettere e documenti di suo papà. Passai mesi a leggere, studiare, prendere appunti, e poi altri tre anni per scrivere il romanzo. Mi rendevo conto che tramite quella vicenda avevo l’opportunità di raccontare un passaggio per molti versi epocale, fra anni ’70 e ’80, quello di cui parlava Pasolini nei termini di omologazione culturale, una vera e propria mutazione antropologica a cui anch’io ho assistito per privilegio d’anagrafe, che ha profondamente cambiato il paesaggio umano e naturale. E poi mi sembrava di avere la possibilità di raccontare il Veneto in modi non consueti.

Uno scandalo bianco è ambientato ‘solo’ una trentina d’anni fa, è quindi una nascita prematura -diciamo così- per definirlo romanzo storico. Nell’ottica di una costante accelerazione temporale, che determina la velocità dei cambiamenti storici e sociali dell’ultimo secolo, il libro offre uno spaccato utile alle nuove generazioni, perché rappresenta già un momento quasi sconosciuto: era questo il tuo intento?

È vero che gli anni ’70 e ’80 sono appena dietro l’angolo ma risultano lontanissimi alla coscienza di un giovane di oggi. Tieni anche presente che, per raccontare la tragedia del mio protagonista -ché di tragedia si tratta- ho ricostruito una parte della storia della nostra provincia, a partire dagli anni ’20 del Novecento. E comunque sì, l’idea era offrire ai giovani che vogliano confrontarsi con la nostra storia, che vogliano provare a capire il nostro recente passato, un romanzo che ha l’ambizione di definirsi storico. L’ideale continuazione del mio romanzo penso si trovi in un libro molto diverso, Works, di Vitaliano Trevisan.

Lo scandalo è un ostacolo, un’insidia. Si può dare scandalo ma anche scandalizzarsi, un ballottaggio da oggetto e soggetto che il protagonista terrà per tutta la narrazione. Oggi il singolo individuo o la società riesce ancora a scandalizzarsi?

Temo che lo scandalo non faccia più parte del sentire quotidiano. Questo perché è talmente scandaloso questo nostro presente che ne siamo in qualche modo anestetizzati. Temo che per molti versi sia giunto il tempo dei mutanti; anzi, forse siamo già mutati. Tutto viene rapidamente digerito e scordato. L’indignazione è una reazione di superficie, o addirittura un mestiere.

Nicola De Cilia e Neva Agnoletti, Presidente onoraria dell’Associazione Amici di Giovanni Comisso

Un professore e un prete sono i due mentori del protagonista: al giorno d’oggi hanno ancora questa funzione?

No, direi proprio di no. L’attuale fase storica non ha più bisogno di queste figure, appartengono al passato, sono marginali. Preti e professori sono anticaglia, sono stati riposti nel guardaroba della storia, tra gli oggetti che non servono più, tra le cose di cattivo gusto, neanche Nonna Speranza saprebbe cosa farsene. Altre sono le agenzie educative, molto più efficaci, molto più feroci. In ogni caso, per la formazione di un giovane è sicuramente più utile un buon allenatore che un professore. Figurarsi un prete. Questi ultimi, che hanno a che fare col sacro, sono le figure più tragiche: pensa al protagonista del romanzo di Siti, Bruciare tutto. Cosa devono provare di fronte a una società che è oggettivamente atea?

Nel libro si parla della DC, prevalente in Veneto in quegli anni, ma potrebbe essere un partito qualunque. Perché il protagonista viene truffato proprio in seno al partito e non dai “nemici comunisti”?

La Balena bianca, com’era soprannominata la DC, era un enorme contenitore che teneva dentro di tutto, da Gustavo “Belva”, passato alla destra più rozza, a Tina Anselmi, che combatté contro la loggia massonica P2, ed era un formidabile strumento di potere. Gli odi e le invidie che serpeggiavano tra le correnti erano feroci, tra simili ci si odia di più: le guerre civili sono sempre efferate, le lotte tra fratelli sempre le più crudeli. I comunisti sono sempre stati opportunisti: stavano a guardare sperando di trarre qualche vantaggio, ma non so se fossero davvero poi tanto meglio, se davvero erano “un Paese pulito in un Paese sporco”. Conta sempre la personale moralità, la personale responsabilità nella scelta da che parte stare.
Penso sempre a ciò che dice Manzoni nella Storia della colonna infame, riferendosi ai giudici che mandarono a morte i presunti untori: “è un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì esser forzatamente vittime, ma non autori.” Il protagonista, con il suo idealismo donchisciottesco, era rispettato da chi era guidato da un pari rigore etico, a prescindere dall’appartenenza politica. Prima della vicenda al centro del romanzo, aveva già subito un tradimento dal suo stesso partito quando, come sindaco, aveva proposto, a metà degli anni ’60, un piano regolatore che non lasciasse spazio a speculazioni sul territorio. Venne messo in minoranza e al posto suo misero un sindaco più malleabile e meno rigoroso.

La figura della moglie del protagonista diventa “una roccia”, come il marito stesso la definisce, un omaggio a un mondo femminile “sommerso”?

Sì, decisamente. Luciana è un omaggio a una donna che ama il marito, ma che non vuole subire passivamente la sua condizione subalterna. Litiga, lotta, si sforza di comprendere cosa succede, non si rassegna, e alla fine sostiene il marito quando è travolto dallo scandalo. Sulle sue spalle si appoggia Angelo, media con i figli, è attenta e alla fine si rivela davvero una roccia a cui ancorarsi. Credo ci siano ancora donne di questa tempra. Dal punto di vista di narratore, è una delle figure, insieme a don Bernardo, a cui sono più affezionato. È stato bello vivere un periodo della mia vita con loro.

La tua recente pubblicazione, come curatore, è Viaggi nell’Italia perduta: un’antologia di racconti di Giovanni Comisso, fortemente voluta da Goffredo Fofi delle edizioni dell’asino. Com’è nato questo progetto?

Nasce dall’amore di Fofi per questo meraviglioso narratore: rivolgendosi a me, sapeva di rendermi felice, perché l’amore che nutro per Comisso è pari al suo. Ho vissuto giorni febbricitanti, gioiosi, questa estate, leggendo, accumulando e infine scegliendo i testi per l’antologia di questo suo viaggio in un’Italia che non c’è più, a cui ho dedicato una prefazione che spero coinvolgente. In questo, vedi, c’è un filo rosso che collega questa raccolta al romanzo: entrambi raccontano un passato per capire meglio il presente. Per me, inoltre, Comisso è un vero maestro, quale migliore programma di questo: “Non avere padroni, né servitori, non avere l’incubo delle ore, non avere alcuna preoccupazione di denaro e lasciare che la mente e i sensi vivano tra il sogno e l’azione, liberi e folli, secondo l’estro determinato quasi da una consistenza astrale.”

Dopo l’anteprima alla Libreria Lovat di Villorba e la presentazione a Palazzo Giacomelli a Treviso, Giovanni Comisso è pronto a viaggiare in quella sua Italia, invitatelo!