Un pianeta di plastica

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Ogni giorno, appena ci svegliamo, la prima cosa che ci capita tra le mani è probabilmente il nostro cellulare custodito in una cover, a cui seguirà la nostra bottiglia d’acqua, il pacchetto di fazzoletti che poggia sul nostro comodino o, ancora, il nostro spazzolino da denti o la confezione dentro la quale è avvolto il nostro cibo per la colazione.

Se però fermassimo per un secondo la nostra frenetica routine, che ormai diamo per scontata, e ci guardassimo intorno, ci accorgeremmo che c’è un elemento in comune a tutti questi oggetti elencati e a molti altri dei quali facciamo uso quotidiano: la plastica.

La plastica è diventata, infatti, una protagonista essenziale delle nostre vite ed è quasi inevitabile farne uso, dato che la sua esistenza e il suo uso continuo sembrano essere una pratica ormai radicata nella nostra quotidianità. È presente praticamente ovunque: è in ogni cosa che vediamo e in qualunque cosa con la quale entriamo in contatto. Potremmo quasi dire che viviamo in un mondo avvolto dalla plastica e che quest’ultima stia finendo per soffocarlo pian piano a causa dei danni a lui inferti.

Ma da dove arriva tutta questa plastica? Perché l’abbiamo inventata? Che danni sta provocando? E cosa possiamo farci?

Di cosa si tratta?

Ma cos’è la plastica? Di cos’è fatta? La plastica è un materiale costituito da un qualunque tipo di polimero sintetico o semisintetico. Un polimero è una grande molecola fatta di catene o anelli di subunità ripetute unite assieme chiamate monomeri ed è proprio la forma del polimero che conferisce alla plastica la sua ‘plasticità’.

La plastica può quindi essere ricavata da qualsiasi polimero organico, anche dalla cellulosa delle piante (come nel caso delle prime plastiche sintetiche). Al giorno d’oggi, tuttavia, la maggior parte della plastica è ottenuta da prodotti petrolchimici e molto spesso con l’aggiunta di altri additivi extra, il che rende il tutto ancora più artificiale e non biodegradabile.

Perchè è stata creata?

Il paradosso si trova proprio in uno dei principali motivi per il quale fu creata la plastica: si trattava infatti di trovare un modo per sostituire il costoso avorio che, fino al periodo intorno al 1860, veniva utilizzato per molti oggetti di uso quotidiano come pettini e gioielli, persino palle da biliardo, e che stava portando all’estinzione degli elefanti.

Dunque, la stessa plastica che ora sta distruggendo i nostri oceani e la fauna acquatica e che sta riempiendo le nostre discariche, fu creata in origine per porre rimedio alle forze distruttrici dell’uomo e per salvaguardare la natura. La plastica era vista paradossalmente come possibile soluzione a molti problemi ambientali del tempo.

La fine di un’illusione

Nel 1960 circa venne scoperto per la prima volta che la plastica inquinava gli oceani e già nel 1970-80 le persone stavano iniziando a preoccuparsi dei possibili danni.

Nelle persone cominciava a farsi strada il pensiero che la plastica da loro usata sembrava non scomparire mai. Con l’aumentare della preoccupazione pubblica riguardo alle quantità immense di plastica sprecata, le varie aziende e imprese al posto di abbandonare la produzione della plastica a favore di materiali meno dannosi, riversarono la colpa sui consumatori.

Il problema non era la produzione della plastica, ma lo smaltimento di quest’ultima. Così, fu promesso ai consumatori che avrebbero potuto continuare a farne uso senza problemi semplicemente se la si fosse gettata in un cestino differenziato dagli altri, per permettere il suo riutilizzo.

In questo modo nacquero le prime iniziative e campagne volte al riciclaggio della plastica: queste, tuttavia, si rivelarono ingannevoli la maggior parte delle volte. Infatti, nonostante le persone fossero convinte che la plastica nei loro bidoni della spazzatura venisse riciclata, in verità la maggior parte di questa finiva per essere bruciata o spedita in altri Paesi oltreoceano, molte volte finendo per essere scaricata in mare. Infatti, degli 8.3 miliardi di tonnellate di plastica prodotte a partire dal 1950, solo il 9% di questa è stata riciclata.

La plastica riciclata non è la soluzione

Possiamo quindi tornare al punto iniziale dicendo che abbiamo cominciato a usare sempre più plastica sapendo che poi sarebbe stata riciclata e riutilizzata e che il problema sorto all’inizio sarebbe dunque scomparso. Ma la verità, che ci troviamo ad affermare ancora una volta, è che la plastica non va mai via, non sparisce, né si dissolve.

La plastica si frantuma solamente in particelle più piccole chiamate ‘microplastiche’, le quali sebbene non siano a noi visibili, ci seguono letteralmente dappertutto. Basti pensare, per esempio, che ogni qualvolta laviamo i nostri piumini in poliestere di plastica riciclata, che abbiamo acquistato credendo di star contribuendo a salvare il nostro pianeta, queste minuscole particelle di materiale plastico contenute in essi vengono rilasciate nell’acqua corrente, creando danni alla flora acquatica e all’ambiente. E quando infine ci stuferemo di questi nostri vestiti e li getteremo via, questi ultimi non si decomporranno.

Infatti, nonostante la plastica riciclata sia comunque meglio della plastica prodotta a partire da zero dal petrolio e abbia dunque iniziato ad apparire ovunque, dalle sneakers alle attrezzature da giardino fino ad arrivare a utensili da cucina e abbigliamento, tuttavia non è la soluzione per la salvaguardia dell’ambiente.

Come abbiamo visto, infatti, c’è bisogno di soluzioni che non prevedano in alcun modo il coinvolgimento di questo materiale, che andrebbe invece sostituito integralmente. Ad una soluzione sostenibile ha provveduto Pangaia, per esempio.

Questo brand di moda è infatti alla ricerca di un valido sostituto della plastica, la quale è stata per secoli la risorsa principale utilizzata dall’industria della moda, in quanto estremamente economica rispetto ad altri materiali più costosi.

Pangaia, collaborando con Kintra, sta puntando sull’utilizzo di un tessuto creato a partire da materie rinnovabili e, dunque, compostabile. Pur avendo qualità simili a quelle della plastica, questo permetterebbe ai clienti di sfoggiare i loro vestiti all’ultima moda ma che, allo stesso tempo, quando logorati, potrebbero essere trasformati come fertilizzante per i fiori nel cortile di casa.

Tuttavia, questa tecnica innovativa è ancora in via di sviluppo e non si hanno informazioni certe su come questa trasformazione avvenga ma il tentativo compiuto da queste imprese è un incoraggiante passo avanti verso un mondo più sostenibile.

Lo switch definitivo da articoli in plastica ad articoli prodotti con diversi materiali biodegradabili sarà possibile solo se al consumatore verrà data la possibilità di scegliere un’opzione non in plastica.

Di conseguenza, finché più aziende non si spingeranno, come Pangaia, verso alternative più ecologiche che si prendano cura della salvaguardia ambientale, allora il nostro pianeta continuerà a respirare a fatica sotto la pressione esercitata da questo involucro di plastica che, ogni giorno, diventa sempre più esteso e oppressivo sotto i nostri occhi da spettatori.

Rimane solo una soluzione: agire prima che sia troppo tardi e diffondere la parola. La plastica riciclata non basta! C’è bisogno di trovare alternative per prendere definitivamente le distanze dalla plastica prima che sia troppo tardi e prima che la Terra ci faccia sentire il suo ultimo respiro.

Photo by Antoine GIRET

Paolo Francescon Fotografo
Informazioni su Denise Zerlotto 3 Articoli
Denise, 18 anni, studia lingue straniere (spagnolo, russo e inglese) presso il Liceo Linguistico A. Canova e si interessa di musica, arte e tematiche ambientali e una delle sue passioni più grandi è la scrittura. Ha scritto i suoi articoli durante un periodo di stage presso HDEMO editore.