Tutto male finché dura, storia di un uomo qualunque dalla penna di Paolo Zardi

Tutto male finché dura non è il nome originale del manoscritto che Paolo Zardi consegnò a Feltrinelli. Si sa che titolo e copertina rientrano nel tavolo delle trattative tra scrittore ed editore, eppure questa modifica, queste quattro parole raccolgono bene il senso della storia. Il nuovo titolo ha un tono grottesco tanto quanto il suo protagonista, esprime quella realtà che l’incedere quotidiano maschera con altre frasi d’uso comune, contrappone l’assoluto a un tempo determinato e al senso di durata, di attesa di una qualche trasformazione, di quella svolta che è uno dei sentimenti umani che più caratterizzano i nostri anni.

Paolo Zardi ci propone così un nuovo romanzo sull’uomo contemporaneo, i temi sono quelli che lo scrittore indaga da sempre ma utilizza un registro linguistico differente. Perché la scrittura, come lui stesso spiegherà nell’intervista che segue, è una scelta che orienta tutte le altre che compongono la struttura di un romanzo, diventa l’espressione artistica e come tale fa dello scrittore un artigiano che usa le parole come mani, per modellare una storia. Herny James, ne L’arte del romanzo, un saggio del 1884, scriveva che «la sola ragione dell’esistenza di un romanzo è che esso tenta di rappresentare la vita» e questo Zardi lo mostra con efficacia [per approfondimenti si consiglia la lettura dell’articolo Henry James e l’avventura dello sguardo].

Concordiamo con chi afferma che per Zardi scrivere è un’azione naturale, quindi facile e spontanea, ne aveva dato prova con pubblicazioni di racconti e i due romanzi precedenti per i tipo di NEO Edizioni, XXI secolo e La passione secondo Matteo. Tutto male finché dura è un romanzo paradossale e tragicomico, in alcune situazioni, ha un intento meno introspettivo rispetto ad altri scritti, ma ha un peso specifico maggiore di quello che può sembrare durante la lettura e la vita del protagonista rimane un’eco anche quando il libro è già riposto nella libreria.

Come chi sostiene che “siamo ciò che mangiamo”, noi riteniamo che “siamo ciò che diciamo”: le parole sono un’arma, a volte ponderata e usata con cautela, altre volte imprecisa, irruenta e abusata, nel parlato “verbale” e nel parlato “scritto”, quello dei social, per esempio, in cui inevitabilmente viviamo. Come in una partita a scacchi, Zardi prepara lo scacco matto e il lettore non può immaginare se il Re sarà messo all’angolo dalla Regina, dalla Torre o da un Pedone. Forse dal Cavallo.

INTERVISTA

La vita contemporanea, l’Italia, la famiglia sono gli scenari dei tuoi romanzi. Ciò che li rende diversi è lo sguardo: cosa ti ha spinto a parlare di un personaggio grottesco come il protagonista?

Per più di un anno ho avuto in mente una particolare “lingua”, uno stile, un modo di raccontare una storia, che era nato come evoluzione, e per certi versi come un’esasperazione, della voce di XXI Secolo, che qui viene portata alle sue più estreme conseguenze. Ho cercato di applicare questa lingua alle diverse trame che, mese dopo mese, mi si presentavano davanti, e tutte le volte mi sono reso conto che non avrebbe funzionato.
La svolta è venuta quando ho deciso di rovesciare l’approccio, ponendomi questa domanda: quale trama e quali personaggi mi avrebbero consentito di usare la lingua che avevo immaginato? Che tipo di mondo, che tipo di relazioni, quali problemi? A tavolino, nel giro di un pomeriggio, ho costruito una storia con tutto quello che mi serviva e improvvisamente tutti i temi sui quali mi ero soffermato negli ultimi anni – il mondo contemporaneo, la forma delle città, gli algoritmi dei social che influiscono sulla qualità delle relazioni – sono andati al loro posto. È stato un modo molto divertente di procedere. Ora sono abbastanza convinto che nella scrittura di un libro la scelta della lingua debba orientare tutte le altre.

Dare il giusto nome alle cose spesso aiuta ad avere un quadro obiettivo delle situazioni: il protagonista “non ha un nome” ma ne usa molti: è questo che provoca la sua confusione?

Il tema dei nomi, e della loro relazione con le entità che rappresentano, appassiona gli uomini da sempre. Già nella Genesi vediamo il primo essere umano vagare per il Paradiso Terrestre, impegnato a dare un nome alle cose per donare loro l’esistenza. Il celebre esergo de Il nome della rosa di Umberto Eco riprende un verso del De contemptu mundi, opera del 1100 del monaco benedettino Bernardo Cluniacese: nomina nuda tenemus – che, letto in un altro modo, significa che in assenza di un nome, non abbiamo un bel nulla. I miei personaggi, in effetti, più di qualche volta hanno una relazione complicata con il loro nome. In XXI secolo il personaggio principale non ha alcun nome perché la sua identità è in via di definizione, come le piante dell’Eden prima del passaggio di Adamo; come ammette lui stesso a un certo punto del libro, non era mai stato interessato a essere se stesso, perché troppo preso dai suoi doveri paterni, coniugali e lavorativi.
In Tutto male finché dura, questo bizzarro padre di famiglia, questo improbabile marito, fornisce un nome diverso a ciascuna delle persone con le quali ha a che fare: quest’uomo, di nomi ne ha anche troppi (uno di questi è il nome del protagonista del mio primo romanzo!). Come in una commedia pirandelliana, è sicuramente centomila, qualche volta uno e quasi sempre un nessuno. Ha dovuto adattarsi così tante volte alle mutevoli situazioni della vita che ha smarrito la propria identità: dietro alle bugie, non è rimasto nulla. Solo nel finale il lettore attento scoprirà il suo cognome – un piccolo omaggio che ho voluto fargli in un momento piuttosto complicato della sua vita.

Il romanzo apre con una lettura acuta sull’effetto dei media e dei social nella nostra società. Utilizzi una metafora per farlo, trasposizione simbolica che attraversa l’intera narrazione, perché “la città”?

Ogni romanzo nasce da alcune idee opportunamente coltivate. Alla base di Tutto male finché dura ce ne sono almeno due che riguardano la città. La prima ha a che fare con il ruolo delle città nei romanzi della prima metà dell’ottocento (pensavo soprattutto a Dickens, uno dei miei autori preferiti), che non sono meri contenitori di persone ma si adoperano attivamente affinché l’armonia iniziale, spezzata da eventi drammatici, si ricomponga. Nei romanzi di Dickens, infatti, tutti i personaggi sono legati tra loro da relazioni preesistenti che quasi sempre ignorano (presunti orfani, benefattori sconosciuti, e via dicendo); nel corso della storia, la città ricopre il ruolo della Provvidenza che, benevola, organizza incontri tramite la semplice intersecazione di strade, spingendo così i personaggi a ritrovarsi. Da un punto di vista probabilistico, la Londra di Dickens presenta proprietà davvero sorprendenti!
Da Flaubert in poi la città assume le forme del Caso. Ne L’educazione sentimentale, ogni incontro in grado di dare una svolta alla storia avviene secondo una casualità assoluta. Nel capitolo 4, Frédéric Moreau sta passeggiando per Parigi quando ha l’impressione che in rue Saint-Jacques ci sia più animazione del solito; spinto dalla curiosità di questo trambusto, arriva in rue Soufflot, e da lì vede che attorno al Pantheon si è raccolta molta gente per una protesta studentesca. Frédéric si avvicina e, per caso, spinto dalle forze cieche della folla, si trova accanto a un giovanotto. Gli rivolge la parola. Si chiama Hussonnet e nel giro di poche pagine i due diventano amici, e rimangono tali fino alla fine del libro; in questo legame, tuttavia, non c’è alcuna necessità. È successo. Al posto di Hussonet avrebbero potuto esserci Trezequet o Alain Delon: la storia sarebbe andata diversamente, ma non sarebbe stata diversa da un punto di vista del destino.
Ecco, la mia intenzione era di provare a ridare alla città il suo ruolo di mano invisibile, che sistema tutto.

La seconda idea parte sempre da alcune considerazioni sulla città e sui romanzi che ne parlano. Ne Il fantasma esce di scena, Zuckermann, ormai vecchio, vaga per New York, dove non metteva piede da anni. Seduto su una panchina, osserva che tutte le persone che gli passano accanto sono concentrate sul loro telefono (e il libro è nato prima dell’avvento degli smartphone, Facebook e Twitter!). Il suo orrore è il sintomo di una sorta di cecità personale che gli impedisce di cogliere l’evoluzione del modo, il modo con il quale si creano e si mantengono le relazioni nel ventunesimo secolo: Zuckermann è ancora convinto che la prossimità fisica, determinata dalla semplice e casuale condivisione di una strada, debba essere la struttura alla base delle relazioni tra individui; ciò che non vede, che non coglie, è l’esistenza di una mappa virtuale che si sovrappone a quella fisica della città, fino ad annullarla. Una persona che cammina per la Fifth Avenue è connessa, tramite il suo telefono, con un’altra che in quel momento sta correndo sul tapis roulant della sua casa a Los Angeles. Il punto è che i contatti tra persone nel 2018 sono agevolati, determinati, spinti, dagli algoritmi dei social, cioè da un’intelligenza con obiettivi ben precisi: in questo senso, agiscono come una forza simile al Destino, che non conosciamo e che non possiamo controllare.

Un protagonista maschie e tre personaggi femminili, servono tre pesi per controbilanciarne uno?

Nella progettazione iniziale del romanzo, c’era un solo figlio ed era un maschio grande, grosso e un po’ brufoloso, sbattuto da una parte all’altra della città; poco dopo si è trasformato in una ragazza con la quale il personaggio principale condivideva, inconsapevolmente, il fidanzato. Abbandonata questa idea, che risultava essere troppo grottesca anche in un contesto del tutto improbabile come quello del libro, mi sono orientato verso una coppia sorella grande-fratello piccolo, ma poiché assomigliava troppo a quella che compare nella famiglia del XXI secolo, ho preferito dare vita a Lucia, la giovanissima scienziata che con la propria intelligenza finisce per determinare l’esito della storia. Come vedi, le strade per arrivare alla composizione di una famiglia sono spesso tortuose e, come accade nella vita, non è detto che sia possibile scegliere il sesso dei propri figli. Ma perché questa soluzione alla fine mi ha convinto? Perché mi piaceva l’idea di contrapporre, alla brutale mascolinità del protagonista – l’esempio deteriore di come si riduce un uomo se lasciato al proprio destino –, una sorta di oasi femminina, fatta di buon senso e relazioni durature. Evidentemente, avevo intravisto la necessità di bilanciamento e l’ho assecondato.

Non ci si fida più di nessuno ma della tecnologia: è questo il passaggio socio-culturale del XXI secolo?

C’è un bel brano di Nabokov, uno dei più toccanti, nel quale racconta di come, guardando la profondità dell’occhio del suo unico figlio Dimitri appena nato, aveva intravisto il mondo nei cui interstizi si era formata la mente umana: un bosco fitto pieno di fiori e animali. Dal punto di vista evolutivo, la nostra mente non è cambiata nel corso degli ultimi centomila anni. Ci troviamo quindi ad affrontare una realtà totalmente diversa da quella che ha prodotto il nostro cervello, le categorie a priori che usiamo per organizzare la realtà che ci circonda, il tipo di risposte… E quella mente, però, ha prodotto il XXI secolo – la sua tecnologia, i dispositivi con i quali gestiamo le nostre relazioni, i social network che si sono sovrapposti alle reti sociali del Novecento, fatte di colleghi di lavoro, vicini di casa e compagni di partito. Servirà un periodo di adattamento, specialmente per quelli della mia generazione, nati a cavallo di un cambiamento paragonabile solo a quello dell’invenzione della stampa; di sicuro, i ragazzi di oggi si stanno formando un’idea totalmente diversa della realtà, e sono curioso di vedere cosa saranno in grado di produrre sulla base di queste premesse.

Una frase dice “la disperazione è la benzina della povera gente”. Quando pensi alla struttura dei romanzi scegli di raccontare di “poveri disperati” piuttosto che di “ricchi annoiati”?

Nel 2013 avevo iniziato a scrivere un romanzo il cui protagonista era l’amministratore delegato di un’azienda che aveva contribuito a fondare: ricco, rampante, pieno di buone qualità, mi aveva talmente annoiato che a pagina cento ho abbandonato il progetto. Fabrizio De André aveva scritto che dai diamanti non nasce niente… Non so se sia vero in generale ma per quella che è la mia esperienza devo ammettere che i miei fiori nascono laddove ci sono contrasti importanti, problemi insolubili che hanno a che fare con le questioni di base – il cibo, l’avere una casa, o un lavoro. Da un punto di vista letterario, l’inferno di un personaggio benestante e agiato, ammesso che esista è ben nascosto nel profondo del suo cuore.

Compaiono, passami il termine, Dickens, Pasternak, Austen e Dickinson, Nabokov, un omaggio o una traccia?

La scrittura è un’estensione della lettura: dopo aver frequentato per lungo tempo libri, e i loro autori, si può sentire il bisogno di fornire una sorta di risposta, che, se opportunamente organizzata, diventa un libro. Con l’eccezione di Pasternak, che conosco solo attraverso la famosa riduzione cinematografica, gli autori che più o meno chiaramente vengono citati nel libro appartengono al mio personale Olimpo degli Dei, assieme a Philip Roth, Martin Amis (verso il quale mi sento particolarmente debitore, per questo libro), Flaubert, Céline e Saul Bellow. È qualcosa di più di un omaggio, quindi: citare i loro nomi assomiglia all’operazione con la quale si salda, con i mezzi a propria disposizione, un debito di riconoscenza.

Il prossimo sguardo dove volgerà?

Dopo aver messo la parola fine a Tutto male finché dura –era il 5 giugno del 2016– ho sentito la fortissima necessità di raccontare una storia di persone buone che, spinte da buoni sentimenti, facessero qualcosa di buono. Ho scritto quindi Eva, un romanzo breve dove si intrecciano le vite di quattro donne sul punto di partorire, nell’arco di centomila anni. Subito dopo ho iniziato a pensare (e, dopo un anno, a scrivere), a un romanzo il cui motore fosse uno sguardo il più possibile acuto verso ciò che si muove dentro al cuore e alla testa di un uomo (agiato e benestante…) in profondissima crisi personale; anche in questo caso si tratta di una specie di rivincita verso Tutto male finché dura, dove volutamente ho evitato qualsiasi forma di introspezione. Di entrambi, non conosco ancora il destino editoriale.

In questi ultimi mesi, invece, ho iniziato a progettare due libri profondamente diversi tra loro, uno vagamente distopico, ambientato in un futuro dove nuove scoperte scientifiche sollevano importanti problemi etici riguardanti la coscienza, e un altro in cui Nabokov, assieme a Turing, diventa finalmente il protagonista di una storia di memoria, tempo e scacchi. È un progetto clamorosamente al di là delle mie capacità – sto raccogliendo un sacco di informazioni, con un’attività di ricerca che in precedenza avevo fatto solo per La Passione secondo Matteo, e non ho ancora capito che lingua possa sostenere un simile progetto; ma poiché scrivere è porsi delle sfide impossibili, e poi accettarle, non mi resta altra soluzione se non quella di iniziare questo cammino.