Per aspera ad astra – FBSR

FBSR è l’acronimo di Fondazione Benetton Studi Ricerche. Per aspera ad astra è un motto della letteratura latina, in origine per aspera ad ardua, e ci è parso assonante all’attività di educazione culturale che la Fondazione svolge da trent’anni. Difficile, a volte, portarsi appresso il cognome Benetton, come arduo è mantenere la via della divulgazione fine a se stessa, e lo spiega in modo puntuale il dott. Tamaro, direttore di FBSR dal 2008, nell’intervista che segue.

Prima diamo un breve excursus della storia di questa Fondazione. All’inizio degli anni Ottanta i fratelli Benetton, Luciano con Giuliana, Gilberto e Carlo -tutt’ora nel CdA assieme a Gherardo Ortalli, Tobia Scarpa, Marco Tamaro-, decisero di dare vita alla Fondazione che porta il loro nome, un progetto pensato per durare nel tempo e che assunse, a partire dal 1987, una fisionomia analoga a quella attuale. Come ci è riuscita? Il passaggio del testimone, dai fondatori all’odierna direzione, è segnato da impegni precisi e obiettivi a lungo termine, allo scopo di rinnovare le attività senza dimenticare il passato, di interpretare i tempi provando a giocare di anticipo.

Trent’anni fa nasceva dunque la Fondazione Benetton Studi Ricerche, il Presidente Luciano Benetton raccolse attorno a sé Nico Luciani, Tobia Scarpa, Gaetano Cozzi, un eterogeneo gruppo di studiosi che avevano in comune un preciso mandato: dare vita a un istituto culturale del tutto originale nel panorama nazionale, con un’iniziale attenzione concentrata sugli studi di storia veneta, per poi spostare sempre più l’orizzonte in uno spazio dedicato ai temi legati al paesaggio. Successivamente l’ambito della ricerca si è ampliato in una triade che vede affiancati al paesaggio i progetti di Storia del gioco e Beni culturali; nel sito istituzionale i temi sono sviluppati in maniera esaustiva e corredata delle iniziative in corso.

E ora incontriamo il Direttore dott. Marco Tamaro.

Marco Tamaro, direttore, e Luciano Benetton, presidente della Fondazione © FBSR

Il 2017 è il trentesimo anno di un’attività mai interrotta e sempre in crescita, la Fondazione è soddisfatta di questo percorso?

Sì, certo, c’è soddisfazione perché qui a Treviso la Fondazione sta lavorando bene e da tanti anni, e quest’anno col trentennale ci siamo regalati più iniziative del solito. Sono molti i motivi per cui essere contenti: quello di vedere il riscontro positivo da parte dei cittadini, non solo trevigiani, per il lavoro fatto oltre che per il coinvolgimento voluto dal Comune per la candidatura a città italiana della cultura 2020, poi per i buoni riscontri sul restauro della Chiesa di San Teonisto, e per tante cose che ci danno la percezione di avere un buon rapporto con il territorio locale e al di fuori.

Infatti, la Fondazione è sempre più coinvolta in progetti sia in Italia che all’estero. Può nominarne alcuni?

Guardi, solo ricordando gli ultimi: a metà novembre eravamo a Madrid a parlare del nostro Premio Scarpa dato al Jardin de cactus, nell’isola di Lanzarote, ospitati dall’ambasciata italiana, dove abbiamo incontrato i rappresentanti del Governo delle Canarie che vogliono assolutamente finanziare l’edizione spagnola del nostro dossier e vogliono che andiamo a presentarla lì, accollandosene i costi. Come dire che ci credono proprio. Quello che ci dà soddisfazione è vedere come il nostro lavoro, che è un lavoro che non ha uno scopo, cioè non lo facciamo per una valorizzazione turistica ma fa parte della nostra ricerca, viene riconosciuto e viene messo a valore. Sappiamo che a Treviso, in ambito professionale di diverso tipo, già due figure stanno organizzando un viaggio di studi a Lanzarote e ci hanno chiesto delle informazioni, e questa è un’eco del Premio Scarpa e della mostra che c’è stata la scorsa primavera. E poi siamo a Roma, stiamo per inaugurare il nuovo pezzo del Castello di Maccarese dove verrà alloggiato l’archivio storico dell’azienda, stiamo finendo questa stagione di apertura dell’area archeologica di Fiumicino, venerdì scorso c’è stata l’apertura a tutti dell’archivio storico dell’azienda Benetton, che abbiamo curato noi, insomma, siamo positivi sul fatto che il nostro lavoro abbia riscontri positivi.

Le parole hanno valore se c’è anche un riscontro nell’azione, come riesce la Fondazione a mettere in pratica i suoi progetti? Nel suo comunicato rispetto al trentennale parla di “giocare d’anticipo” e di “interpretare i tempi”: cosa significa?

Sul finire degli anni ‘80 abbiamo iniziato a lanciare delle parole d’ordine, come si suol dire, e per tutti gli anni ‘90 abbiamo lavorato molto su questo, su alcune cose legate al paesaggio e, allora, eravamo visti un po’ come velleitari, come qualcuno che va a farfalle, che fa solo ricerca teorica.

Come visionari?

Ma non visionario in senso industriale, che è quello di vedere lontano, eravamo più considerati come il visionario che va a lucciole. Invece adesso capita che, anche per i convegni degli industriali, ci si trovano delle cose che magari sono uscite anche da qui, con citazioni, con libri, con prese di posizione; questo ci fa pensare che bisogna investire nei tempi lunghi, anche su una sorta di inversione di tendenza rispetto alla vulgata. Oggigiorno sembra che si debba decidere la mattina quello che si fa la sera senza tenere conto, appunto, di quello che succederà domani, perché apparentemente non succede niente. Invece, se si lavora ad esempio col mondo della scuola, se si tengono rapporti di cordiale collaborazione col mondo della produzione e con le istituzioni, si riesce a introdurre degli elementi che io definirei “di dubbio”.

Intendo che se di fronte a delle certezze incrollabili poniamo un dubbio, e se quel dubbio viene alimentato adeguatamente, porta a una piccola correzione di rotta, a un aumento di consapevolezza sulle piccole cose, ed è lì che bisogna agire, io sono una persona molto pragmatica, chi mi conosce lo può confermare. Come dice il Sig. Luciano Benetton “non è che si può cambiare il mondo” e noi non è che vogliamo cambiare il mondo però, qualche volta, spostare una virgola, togliere una parola o aggiungerne una, può avere delle conseguenze veramente importanti, e quindi per noi essere visionari e giocare d’anticipo vuol dire non spaventarsi troppo del fatto che siamo in un epoca di cambiamenti in cui sembra che non ci sia più nessuna linea di tendenza e che ogni momento possa succedere di tutto, e cercare di andare a cambiare quegli elementi che in progettazione si chiamano le invarianze, così si può mettere la lente su certe questioni sulle quali non si può non continuare a insistere.

La Fondazione è quindi caratterizzata da una linea di pensiero costante?

Sì, una linea di pensiero costante, che vede il paesaggio come centrale soprattutto nel momento in cui si vanno a trovare delle cose che sono ineludibili nel rapporto tra le persone e i luoghi della loro vita per quanto sradicati, per quanto globalizzati, non è così, noi avremo sempre bisogno di un punto di riferimento ai luoghi della nostra vita, e, se non lo avremo più, sarà un problema. Lo ha detto Marc Augé, affermandolo in negativo come il nonluogo, quindi il fatto di far parte di un luogo e di prendersene cura è fondamentale, perché c’è dentro la responsabilità per i beni comuni, c’è dentro il bene collettivo e questa è una linea sulla quale noi continuiamo a lavorare, spesso molto soli e inascoltati, però non ci spaventiamo, perché vediamo che qualcosa nel tempo resta.

Se questo si mette insieme, poi, a modalità di valorizzazione della memoria attraverso gli archivi e le carte, modalità di valorizzazione di beni culturali che non sia solo valorizzazione ma che sia un rapporto coi beni culturali che li fa essere un motore di civiltà, prima ancora che di sviluppo economico, perché noi abbiamo un grande bisogno di sviluppo di civiltà. E la cultura, su questo, è un motore ineludibile prima ancora che fattore economico. È ovviamente un fattore economico, basta giocare sul paradosso che se siamo una comunità di ignoranti non possiamo andare da nessuna parte, quindi abbiamo bisogno della cultura, soprattutto per dare tutti quegli elementi di creatività e innovazione che in una fase di cambiamento per noi sono fondamentali. Non stiamo investendo abbastanza in cultura anche se, a dire la verità, Franceschini qualcosa ha fatto -non si può sempre parlar male- perché il bilancio della cultura è aumentato, ha fatto delle focalizzazioni sull’Italia minore, sui borghi, e ha inventato qualcosa come le domeniche dei musei aperti per tutti.

Come diceva lei, sono dei segnali per ritrovare le radici, per non rischiare di perdere un’identità legata anche al territorio. Treviso, da questo punto di vista, è fortunata, ci sono molte attività ed eventi in cui il risultato è frutto di buone sinergie, penso a quando la città si è riempita in occasione di TCBF o di CartaCarbone festival.

Assolutamente. Abbiamo collaborato alla scorsa edizione e apprezziamo il lavoro di CartaCarbone, ma quest’anno eravamo noi ad avere bisogno di una mano! Le attività del trentennale sono molte, inoltre in quel periodo c’è stata l’inaugurazione del restauro della Chiesa di San Teonisto e della mostra Imago Mundi, e il progetto delle carceri del Presidente… si fa fatica a star dietro a tutto.

Interno della Chiesa di San Teonisto © Nicoletta Boraso

Focus su San Teonisto, come gestirete questo spazio ristrutturato e pensato anche con un assetto variabile?

Innanzitutto sarà la casa dedicata al nostro progetto musicale, che si occupa prevalentemente di musica antica e, per modalità esecutive, quel luogo è perfetto, anche perché non possiamo ignorare che sia immerso nel seminario, quindi ha anche una sua anima di luogo sacro, anche se è una chiesa sconsacrata è pur sempre una chiesa, quindi non si può disconoscere questo aspetto.

Infatti, il vostro lungo lavoro sul paesaggio insegna che i luoghi hanno un valore a prescindere dal nome o dal motivo per cui sono stati creati.

Esattamente. San Teonisto, quindi, sarà la casa della musica e sarà un bene che metteremo a valore, nel senso che per far funzionare tutta questa serie di beni, abbiamo bisogno che alcuni di questi abbiano anche una redditualità, quindi la Fondazione si è dotata di una società strumentale che servirà a poter gestire l’affitto di questi luoghi. Questo è semplicemente un pezzo di quello che sta intorno alla Fondazione che, per vivere, usufruisce un po’ del patrimonio immobiliare e un bel po’ di quanto ci danno le attività produttive del Gruppo Benetton. Tra l’altro, San Teonisto è uno spazio con una capienza di 300 persone, e oltretutto bello, uno dei pochi così grandi a Treviso.

Il suo ruolo è anche quello di preoccuparsi dell’aspetto economico alla Fondazione?

Certo, io prima di tutto devo preoccuparmi di farla funzionare, devo pagare gli stipendi ai dipendenti e devo organizzarla in modo che l’attività sia auto-sostenibile, che abbia una sua continuità nel tempo, che si possano creare delle sinergie utili anche per il suo sostentamento e che tutto sia fatto in modo tale che la Fondazione non debba mettersi al servizio di nessuno, perché altrimenti perde la sua indipendenza, la sua libertà di scelta. È un bene per noi che è inestimabile come valore, sono in pochi quelli a poter avere un simile privilegio. Perché vuol dire fare una ricerca svincolata dal fare gli interessi di qualcuno.

Quindi la vostra capacità di sostenervi è funzionale anche alla scelta delle collaborazioni?

Si, anche se questo ci rende un po’ scomodi a volte. Il fatto di non dipendere da nessuno e di avere libertà di espressione è un privilegio, ripeto, perché non sei influenzabile. Oltre che avere un Presidente come il nostro, che ci lascia lavorare veramente con una grande libertà, questo per noi è il primo valore.

Qual è l’organico dell’organizzazione?

Se si parametra tutto al tempo pieno sono 20 persone, di fatto sono 23 perché ci sono dei part-time, e sono tante, ma questo spiega perché riusciamo a fare tanto.

Quanti sono dedicati alla scuola, vista la vostra attenzione all’educazione alla cultura nell’ambito scolastico?

Una persona è dedicata soprattutto a quello e un’altra cura i progetti di interesse nazionale, quindi un paio di figure. Poi siamo molto circolari nel nostro modo di lavorare. Per noi è fondamentale investire nei rapporti con la scuola, sennò non si costruisce il futuro. Dobbiamo citare il moto degli indiani, che noi abbiamo preso in prestito, la terra è dei nostri figli e dobbiamo restituirgliela, e questa è l’attuazione pratica.

Prima accennava al fatto di essere scomodi, lo avete percepito in situazioni legate al territorio o nel momento in cui vi siete fatti notare a livello nazionale?

Beh sa, c’è una duplice prospettiva perché se da una parte abbiamo il privilegio di avere alle spalle un gruppo così grosso, dall’altra qualche volta è un handicap, perché dobbiamo porre dei distinguo: noi siamo la Fondazione Benetton però non la pensiamo esattamente come Autostrade per l’Italia, anzi, spesso siamo in totale disaccordo e loro lo sanno benissimo. Quindi nel momento in cui noi ci muoviamo e parliamo e diciamo un po’ quali sono le nostre tesi, dobbiamo fare anche degli sforzi per far capire che, per l’appunto, noi non siamo al servizio delle fabbriche del gruppo. Il fatto poi di avere delle basi solide e una struttura robusta, qualche volta, genere qualche antipatia.

Cerimonia di premiazione Premio Gaetano Cozzi per i saggi sulla Storia del gioco © FBSR

In che modo, quindi, questo vantaggio si traduce poi in azioni concrete che vanno a rispondere a quello che è lo statuto della Fondazione?

Questo lo vediamo bene a Treviso: con l’amministrazione comunale c’è un ottimo rapporto e c’è un rapporto di collaborazione anche con altre organizzazioni, e noi stiamo ben attenti a non assumere atteggiamenti di supremazia sulla piazza di Treviso, né abbiamo intenzione di modificare l’agenda politica. La Fondazione fa le proposte, se il Comune le gradisce c’è una comunanza, altrimenti noi non vogliamo imporre niente a nessuno, la nostra ricerca e i nostri progetti procedono comunque nella direzione che abbiamo definito.

C’è un’altra caratteristiche che dà un’impronta di diversità alle vs attività che è questo carattere interazionale, verso cui vi siete dimostrati attenti e sensibili, e permette di aiutare in questa visione più ampia, partendo dal territorio, in un dialogo aperto, per spingendosi oltre. È per questo che nei vostri comitati scientifici c’è sempre un occhio esterno?

Pensi solo che in termini di globalizzazione e di visione del futuro, se non si ha un adeguato rapporto e un collegamento a livello internazionale, si scade non nel provincialismo ma nel vuoto localismo, non si va da nessuna parte. Noi che ci occupiamo di paesaggio, avere una diretta percezione o confronto con chi ha delle radici culturali diverse, è fondamentale. In Europa, a noi che siamo o che saremmo un po’ europeisti, che ci piace pensare all’Europa, il rapporto col paesaggio dei Paesi nordici e dei Paesi mediterranei è totalmente diverso, se si vuol trovare una sintesi, e si devono fare delle operazioni di mediazione che sono quelle che permettono di costruire una base culturale di un’Europa che vogliamo fare ma che facciamo di tutto per non farla, quindi l’occhio internazionale è fondamentale per riuscirci.

Lo abbiamo ben visto in quest’ultimo lavoro di Luigi Latini, in occasione del trentennale “Tavolo per otto”, il rapporto e il confronto internazionale è essenziale, perché altrimenti si rimane fermi; ho visto la revisione che ha fanno un americano che era al nostro convegno e mi è piaciuta molto, perché sono confronti tra mondi culturali lontani, e adesso abbiamo creato questo elemento di contaminazione anche nella nostra ricerca sulla storia del gioco, con questa mostra. Anche in quest’ambito siamo contenti perché abbiamo avuto due giorni di convegno internazionale di studiosi, era un convegno universitario di alto livello, a cui però hanno partecipato 14 studenti di Ca’ Foscari, e abbiamo inaugurato una mostra che partendo da quei contenuti propone un percorso di visita che dalla storia del gioco permette di capire quanto sia attuale e civile occuparsi di quelle cose, è un modo diverso di declinare i temi che rende la cosa appetibile per tutti.

Un’altra modalità della Fondazione è organizzare un convegno che non sia fine a se stesso -come era successo per La geografia serve a fare la guerra?– ma viene accompagnato da una mostra che è più un percorso, che permette di rielaborare e rende fruibile a tutti un argomento che può sembrare difficile. È questo l’obiettivo del progetto?

Diciamo che l’obiettivo è duplice: da una parte la ricerca in quanto tale, senza scopo, o meglio lo scopo è quello di progredire nella conoscenza, dall’altra parte cercare di estrapolare dalla ricerca quegli elementi che possono essere di civile e comune interesse. Questo non è facile, ci stiamo provando, perché affidare la curatela della mostra al prof. Gherardo Ortalli, è una sfida, perché non è il suo mestiere, però gli abbiamo affiancato un grafico, in modo tale che la mostra abbia anche degli elementi di appeal.

Sto leggendo con grande passione e fatica un testo di Bauman, una delle ultime cose che ha scritto “Modernità liquida” in cui uno degli elementi portanti delle sue tesi è che nel terzo millennio non ha più senso separare la cultura alta dalla cultura popolare, ed è una tesi che in fondo aveva dato anche Eco, ai suoi tempi, nel saggio “Apocalittici o integrati”; la questione è quella di distinguere tra i consumatori onnivori di cultura e quelli selettivi, laddove gli onnivori sono persone che non si fanno un cruccio a studiare testi scientifici e poi andare ad ascoltare Fiorella Mannoia, cioè non c’è più questa separazione così rigida, e nel saper gestire la caduta di questa barriera sta un po’ il futuro della cultura. Io lo traduco in “se quelli che sono portatori di grandi bagagli di conoscenza continuano a raccontarsela tra di loro, poi è inutile che ci lamentiamo che la gente ascolta musica schifosa o che non sa più leggere un libro, chi sa ha anche la responsabilità di diffonderla”. Bauman la racconta bene e secondo me questa è una delle sfide che bisogna aver presente in termini visionari, il saper proporre un’elevazione della cultura in tempi della semplificazione culturale.

Presentazione del libro Treviso urbs picta © FBSR

Un’ultima domanda: convegno-mostra-workshop. Fare cultura significa anche saper differenziare con canali diversi ed essere portatori dello stesso messaggio. È questa la best practice della Fondazione?

Guardi, un altro esempio che mi piace citare è quello di Treviso urbs picta, progetto pluriennale che ha dato vita alla pubblicazione di un nuovo libro, che non è un libro scientifico ma neanche uno di belle fotografie; abbiamo fatto lo sforzo di mescolare i due piani in modo tale che ogni trevigiano possa avere il piacere di possedere quel libro. Abbiamo voluto dare valore, ma prima ancora la consapevolezza, al cittadino trevigiano del motivo per cui la sua città è fatta in un certo modo, molti dicono “è bella”, perché ci sono i negozi, ma i negozi vengono dopo, e se un negozio tira la tenda e nasconde un affresco, allora ci siamo persi qualcosa per strada. Racconto sempre a tutti il motivo per cui siamo partiti con questa ricerca: qui di fronte c’è Palazzo Zuccareda, sede del Comando Provinciale ei Carabinieri, e le finestre di uno dei nostri ricercatori si affacciano sulla parete dove ci sono degli affreschi. All’inizio del restauro la squadra di lavoro stava puntellando l’impalcatura proprio dove c’è l’affresco e alle grida del nostro ricercatore di fermarsi hanno risposto che poi avrebbero sistemato tutto. Per fortuna, e per caso, mi ha avvisato e siamo riusciti a bloccare quello che poteva essere un grave danno, ecco da questo fatto siamo partiti con la ricerca. Se un architetto non si è preoccupato di questo, vuol dire che diventa tutto uno sciattume condiviso, ma noi non la pensiamo così.

Chiudiamo con una curiosità sul logo di FBSR. In occasione dei suoi trent’anni di attività è stata rinnovata l’immagine coordinata; il lavoro è iniziato dal simbolo del logotipo, ideato nel 1987 dall’architetto Domenico Luciani e ispirato dal bassorilievo della Menade danzante, testimonianza romana collocata sulla parete esterna di una delle absidi del Duomo di Treviso. A partire dal bassorilievo originale, sono stati avviati un confronto con il marchio preesistente e una pulitura del segno, per ottenere un logotipo aggiornato in veste contemporanea.