Tragicomiche al 26 di Lidia Bianchini

Continua la rassegna settimanale dei 12 racconti finalisti del concorso de Il Portolano con Questione di pelle. Quello di Lidia Bianchini è uno dei quattro testi che la giuria ha segnalato con menzione durante la premiazione del concorso Figuracce e vengono pubblicati in ordine alfabetico per titolo.
Buona lettura!

TRAGICOMICHE AL 26

Quindici minuti alla chiusura del volo. Ventotto passeggeri ancora da registrare.
Se non succede niente non siamo messe male, penso sbirciando la collega alla mia destra. Velocissima, percepisce il mio sguardo, alza appena gli occhi e mi indica i passeggeri che ha in coda. Breve cenno della testa e io annuisco. L’accordo segreto è: io prendo i francofoni, lei gli ispanofoni e l’affinità linguistica rende tutto più semplice.
Mentre etichetto una valigia con destinazione Madagascar, recito a memoria la pappardella sulla sicurezza calcolando se mai avrò il tempo di fare un salto alla toilette. Chiedo chi ha preparato il bagaglio; se contiene materiale esplosivo; se possono esserci all’interno delle armi messe anche all’insaputa di chi ha preparato il bagaglio.

Dopo averlo detto un’infinità di volte non faccio più caso all’assurdità della richiesta, ma questa volta devo lasciarmi stupire dall’assurdità della risposta.
«Signorina, per forza che ho le armi!»
Blocco il nastro trasportatore. Lo guardo dritto negli occhi.
Non può averlo detto davvero. Sì, l’ha detto davvero.

Sorrido cortese e chiedo mi venga sottoposta l’autorizzazione al trasporto.
Ovviamente nessuna autorizzazione e parte la filippica. Ma che mondo è questo dove non si può nemmeno viaggiare con qualche coltello a serramanico. Mi faccia parlare con un responsabile, è tutta la vita che vado a caccia in tutto il mondo. Io sono sempre armato. Lei non sa chi sono io – e, dulcis in fundo – si vede che è nuova.

Lidia Bianchini al momento della menzione del racconto da parte del Presidente di giuria

Nascondo l’ansia che mi provoca la sua irritazione e chiedo infinitamente perdono per il mio eccesso di zelo aggiungendo un bel sa che al giorno d’oggi bisogna che tutto sia in regola, per colpa di qualcuno ci si rimette tutti e mi scusi tanto poi la faccio passare veloce, ma guardi dica pure tutto al mio collega quando arriva e nel frattempo tenga con sé la valigia. Compongo il numero della polizia e, mentre lui mi fulmina, continuo a sorridergli cercando di apparire più complice possibile.
Nemmeno trenta secondi e arriva di corsa un tizio in divisa che non ho mai visto.
Sospiro. Davanti a me ora discutono: uno strano che se ne va in giro con una collezione di coltelli da far invidia a Jack lo Squartatore e uno stagionale neoassunto con mitra a tracolla. L’argomento è chi abbia o meno il diritto a portare con sé materiale potenzialmente pericoloso.
Stessa dicitura usata per il detersivo, per il deodorante e per la bottiglietta dell’acqua.
Paralizzata in un sorriso ebete non sto ad ascoltare il verdetto e faccio un cenno alla famiglia in coda dalla mia amica. Sono pronta a tutto.

Ferratissima sulle capitali dell’Africa, ho imparato nomi di aeroporti che uso ripetere nella mia testa come tecnica meditativa nei momenti di forte stress. So come si pronunciano, non so come si scrivono, ma li posso sintetizzare nelle sigle internazionali destando sempre infinita ammirazione. Sfodero il mio accento francese del sud – ormai l’ho presa come una verità inconfutabile sebbene sia consapevole che l’anziana signora che me l’ha detto dovesse avere solo una gran nostalgia di casa – e prendo i passaporti che la donna mi tende.
Molto bene. Non sia mai detto che tutti gli africani non sono organizzati: passaporto, visti e vaccinazioni in regola, peso delle valigie da sfidare la perfezione e, soprattutto, niente ma niente di pericoloso, nemmeno la famigerata acqua in bottiglia.
Ultimo controllo veloce sulla corrispondenza passeggero/documento: mamma c’è, papà c’è, figlia c’è, figlio non c’è. Figlio non c’è. Stavo quasi per alzarmi con le carte d’imbarco ma giuro che il piccolo non lo vedo. E così gioco di simpatia.
«Questi bambini! Non sono mai dove dovrebbero essere!» e mi pregusto lo scambio di battute tra mamme che si raccontano il difficile ruolo di controllare e lasciare andare.

Invece di mettersi a ridacchiare e lanciare un urlo di richiamo, la donna mi guarda interrogativa.
«Oh, no. I miei bambini sanno dove devono stare» e il suo sguardo mi inizia a un viaggio introspettivo nei meandri della confusione.
Forse non ho visto bene. Forse sono ancora agitata da quello dei coltelli. Meglio che mi alzi. Niente, il piccolo non c’è. Guardo in giro che magari non si sia allontanato per giocare. Niente. Tutti i bambini nelle gradazioni dal caffellatte al cacao 100% sono attaccati ai loro genitori e a fare il disastro sono solo quelli per cui è culturalmente divenuto lecito essere maleducati.

Otto minuti alla chiusura del volo. Non posso tergiversare.
«Signora, mi scusi, mi ha dato quattro passaporti ma voi siete in tre. È obbligatorio presentarsi tutti al check-in» e la levataccia delle tre comincia a farsi sentire. È un turno che odio. Quando mi passo l’eyeliner nel silenzio assoluto di un sole spento divento filosofica e mi chiedo il senso di una vita fatta così.
«Ma siamo tutti qui», dice aprendo le braccia a ventaglio.
Tutti qui, dove? Bisbiglio stizzita e attiro lo sguardo dell’amica che, mentre digita frenetica sulla tastiera, mi chiede prima cosa non vada e poi mi conferma che ne vede tre.

Do un occhio al passaporto, guardo la data di nascita e cerco un passeggino. Niente. Da sinistra mi giunge la voce di So&FaccioTuttoIo che da quando io ho l’accento di Nizza e lei dei buoni studi linguistici non me ne fa passare una. Sbrigati che chiudiamo il volo. Non posso mica fare tutto io.
Mi faccio coraggio e chiedo diretta: «Signora, il piccolo dov’è?»
Agli occhi stupiti della donna si aggiungono quelli dei passeggeri dietro di lei. Guarda dubbiosa suo marito mentre io rimango in silenzio e mi sento avvampare. In quel momento incrocio lo sguardo della bambina. Due occhi neri pieni di luce spuntano sotto decine di trecce spiritate appuntate con un arcobaleno di elastici. Mi sorride e, in quello spazio tempo che mi si è aperto sull’infinito, tende il braccio verso sua madre continuando a guardarmi. Sembra un gioco.
Seguo il suo sguardo, mi allungo e, quasi scivolando, la vedo afferrare qualcosa all’altezza della vita della mamma. È un piedino. Un piccolo e grinzoso piedino che spunta dalla stoffa colorata.

Immagino un fascio di luce alla Caravaggio che mi illumina, la divisa che prende le sfumature del panneggio e guardo la donna. Non so se sia perché vede la luce o se perché da un pezzo pensa che il problema ce l’abbia solo io, a ogni modo si gira di tre quarti e mi fa vedere una lieve curvatura della sua schiena che culmina in un arruffato groviglio di ricci neri. Chiudo gli occhi: sono piccola e non so cosa sia la paura. Ho un amico un po’ strano che mi fa ridere. Non ci piace la maestra. Alla mattina mi alzo col sole.
Rinvengo. Mi giunge un’eco.
«Lo deve vedere?». Vedere. Vedere. Deve averlo ripetuto tante volte. I miei occhi si scontrano con quelli dell’uomo che finora non ha mai parlato. Cosa devo vedere? Succede sempre tutto così in fretta. Rispondo impacciata e, in sottofondo, sento la spagnolAmica commentare con un ecco dove cavolo era e So&FaccioTuttoIo borbottare qualcosa a proposito della quantità di tempo che riesco a perdere. Consegno i documenti. Mi guardano tutti.

Tre minuti alla chiusura del volo. Avanzano i prossimi. Che il destino me la mandi buona, devo ancora imparare a spalancare gli occhi sul mondo.