Definire le tenebre: MENOCCHIO di Alberto Fasulo

Alberto Fasulo ci racconta la storia di Domenico Scandella, soprannominato Menocchio, mugnaio in un piccolo paese disperso fra i monti del Friuli, verso la fine del 1500. Attraverso un episodio drammatico della sua vita lo eleva a emblema dei tanti liberi pensatori che hanno sognato un cambiamento in un’epoca buia e oppressiva. Esasperato dalle condizioni precarie della sua famiglia e del paese, fra tasse e soprusi, Menocchio dà sfogo alle sue convinzioni politico-religiose. Rielabora, da autodidatta, alcuni testi che ha occasione di leggere, convinto di potersi confrontare con le persone che lo governano. Inevitabilmente, finisce per collidere con chi presidia il vero potere, emissari di un papato e di una religione i cui precetti e dogmi gli stanno stretti. Il 28 aprile 1584, subisce un interrogatorio da parte dell’Inquisizione. Viene incarcerato, interrogato e processato.

Fasulo dà vita a un personaggio difficile da dimenticare. Grazie all’interpretazione di Marcello Martini, che presta il volto e il corpo al mugnaio di Montereale Valcellina, il suo sguardo ci costringe a prendere posizione. Il regista, invece, è schierato fin dall’inizio. Nella prima scena, Menocchio emerge dall’oscurità più totale e si avvicina allo schermo. Una fiaccola fuori campo illumina il volto segnato, lo sguardo penetrante che sembra cercare la luce. Da quelle tenebre ci spostiamo verso altre tenebre, in una notte di veglia, dentro una stalla, per una vacca che deve partorire. Siamo immersi nel silenzio religioso dell’attesa. Arriva il giorno e il mugnaio aiuta il vitello a nascere, tirandolo fuori per le zampe. Menocchio è uomo della vita. Anche se subito dopo verrà portato in carcere e accusato di eresia.

LE FONTI

La vicenda del mugnaio Menocchio è stata raccontata nell’acclamato saggio storico del 1976 Il formaggio e i vermi dello scrittore Carlo Ginzburg. Un testo che sottolineava la forza innovativa della sua predicazione, capace di fare proseliti e incrinare i rapporti di sudditanza fra il popolo e le istituzioni al potere.

Fasulo, però, privilegia gli studi effettuati da Andrea Del Col, direttamente sui verbali del processo. Quello che davvero lo interessa è l’uomo Menocchio, capace di sfidare chi stabilisce le leggi e il credo, con l’unico ausilio della propria intelligenza e della propria esperienza. Dell’eresia specifica di cui viene accusato il mugnaio ascoltiamo solo degli accenni, riguardanti l’umanità di Dio, la verginità di Maria e la centralità dei sacramenti, la mortalità dell’anima e alcune affermazioni su un dio presente nel vento e nel sole, ma focalizziamo il nocciolo della questione, il potere, chi lo gestisce, perché può farlo, chi gliene dà diritto.

Menocchio è uomo del suo tempo, appartiene al popolo da cui proviene e rappresenta un’anomalia per la classe dominante. Durante il processo, gli inquisitori lo interrogano. Hanno studiato ad Oxford e a Bologna, nei centri del sapere di allora, e soffrono l’affronto di doversi confrontare con un misero semi analfabeta. Menocchio, però, parla senza paura e chiede spiegazioni: “Il dio dei ricchi è da voi, dov’è il dio dei poveri?”. A tutti gli effetti, è l’esponente di una cultura popolare alternativa a quella della Chiesa. Per questo motivo è così pericoloso.

Il regista Alberto Fasulo durante le riprese

IL METODO

Uno degli aspetti più interessanti del film è rappresentato dalle scelte fatte da Fasulo durante la lavorazione. Gli attori non sono professionisti e hanno lavorato senza una sceneggiatura. Conoscevano l’atmosfera e gli stati d’animo, cosa doveva succedere, in quale punto del racconto generale si trovassero. Non esistevano dialoghi scritti. Le parole di Menocchio, durante l’interrogatorio, sono le parole dell’attore Marcello Martini che, calatosi nella parte, ha pescato dentro di sé per trovare le giuste risposte alle domande degli inquisitori, dando voce, pensiero e corpo, al condannato.

Una ricerca della fisicità, ha portato il regista a scegliere gli attori per il loro aspetto, cercando fisionomie adatte a riportare in vita friulani del tardo 1500. Martini sembra scolpito nella pietra e questa caratteristica si trasmette al personaggio Menocchio che la assorbe e la riverbera sugli spettatori. Quando sta in piedi, piegato dalla lunga prigionia, con il viso segnato, gli occhi arrossati, conserva ancora un portamento che incute rispetto.

Altra particolarità è stata la gestione del girato: una sola scena al giorno, quando normalmente un film ne richiede tre o quattro. Un vero lusso. Una dilatazione dei tempi, per un’idea di cinema che azzera le distanze fra il reale e il virtuale, che stimola contaminazioni, che porta la vita degli attori, le loro idee ed espressioni, dentro la finzione filmica per dare corpo a un’idea. Mentre, il personaggio vero, di cui abbiamo testimonianza scritta, rivive in una finzione. Insomma, un’altalena suggestiva fra reale e immaginario che Fasulo ha ottenuto portando gli attori ad abitare quei luoghi; per girare una delle scene iniziali, quando Menocchio passa una notte di veglia per assistere il parto di una vacca, gli attori e la troupe hanno dovuto aspettare dei giorni, perché il parto non avveniva.

Il regista è stato scrupoloso nel facilitare l’immedesimazione degli attori nei rispettivi personaggi. La commozione della moglie di Menocchio durante il processo è autentica. Quando l’attrice Nilla Patrizio, la sera prima della scena, ha chiesto al regista se poteva parlare in difesa del marito, Fasulo le ha risposto che poteva farlo, ma che doveva stare attenta perché avrebbe potuto peggiorare la situazione. Lei racconta di non aver dormito tutta la notte e, durante la scena, la tensione accumulata ha preso il sopravvento. Scambi di ruoli e identità, che regalano alla pellicola intensità.

Il film ha richiesto circa due mesi di lavorazione. Fasulo, però, ha fatto in modo che i membri della “famiglia Menocchio” -il mugnaio, la moglie e i figli-, cominciassero a vedersi ben prima dell’inizio delle riprese, solo per passare del tempo assieme, per mangiare e discutere. Prima dell’inizio effettivo del film, li ha portati in un’abitazione del paese, dove è ambientata la vicenda, perché si occupassero della casa, delle pulizie, dello sfalcio dell’erba. «Fasulo si è preoccupato di fare prima la famiglia, poi il paese e il film», ha dichiarato Martini durante la presentazione del film al Cinema Edera di Treviso. Questo per sfruttare, durante le riprese, quell’intimità, quell’abitudine dei corpi a frequentarsi. Anche il linguaggio è stato oggetto di una meticolosa ricerca, per riportare alcune parlate di un friulano tipico di quel periodo e di quelle comunità montane.

LE TENEBRE

All’inizio del film, condannato dalle testimonianze dei giuda del paese, Menocchio viene prelevato e accompagnato in carcere. È una lenta e progressiva discesa nelle tenebre. Lo vediamo sul dorso di un mulo che avanza su un ripiano innevato, in una delle poche inquadrature esterne di ampio respiro; continuiamo a seguirlo dentro l’ombra di un palazzo e poi mentre scende verso le segrete; la luce delle fiaccole, sorrette dalle persone che lo tengono in custodia, ci permette di seguire il gruppetto a distanza. Piccole sagome appena accennate, che proseguono nel buio crescente, fino alla botola che apre le carceri. Lì sotto, immerso nell’oscurità, come se fosse incatenato al suo tavolino e all’esigua luce di un cero, c’è il carceriere, che accompagnerà Menocchio durante la prigionia, lo porterà al processo, lo inviterà ad abiurare l’eresia per salvarsi la vita. Schiavo anche lui delle tenebre.

Fasulo è bravo nel tentativo di definire l’oscurità: la cella di costrizione in cui il mugnaio viene rinchiuso, per esempio, è uno spazio che dovrebbe essere angusto invece, grazie alla luce di una fiaccola, intuiamo avere grandi dimensioni. Così come grandi sono le proibizioni che lo governano. Il carceriere, prima di andarsene, gli comunica le regole da rispettare. Può solo respirare, il resto è proibito. Menocchio gira per la cella, ne prende possesso, verifica i limiti della sua prigionia e si avvicina a una roccia che trasuda umidità. La sua vita è diventata questo: buio, respiro, poco cibo e niente altro.

L’oscurità protratta ci immerge in modo efficace in un mondo senza elettricità, quel tardo 1500. Il buio si insinua nelle case e nei palazzi, regna sovrano nelle segrete, fa crescere paure, diffidenze, sospetti. Fasulo ci mostra interni in penombra, anche le stanze del potere dove si svolgono gli interrogatori, come a indicare un mondo in cui è più facile credere che porsi domande. Allo stesso tempo, è un mondo dove una certa luce può anche ferire e diventare strumento di offesa. Come quando, dopo la lunga detenzione, l’accusato viene fatto uscire dalla sua cella per essere portato all’interrogatorio vero e proprio, in quel momento Menocchio socchiude gli occhi infastidito e anche noi, che siamo stati rinchiusi nell’oscurità assieme a lui, socchiudiamo gli occhi, abbagliati e disorientati.

I PRIMI PIANI

MENOCCHIO è un film di grande rigore. Grazie alle soluzioni visive adottate, riesce a dare profondità e matericità alle immagini. Vediamo le rughe che tagliano la pelle, gli occhi arrossati, le escoriazioni, le lacrime, il muco. I primi piani sono feroci, come le vessazioni a cui Menocchio è sottoposto.
Nella scena della vacca che deve partorire, in un primo momento, scorgiamo soltanto dettagli, l’occhio, il ventre, una porzione del manto. La vicinanza eccessiva trasfigura l’oggetto dell’osservazione e diventa difficile riconoscere l’immagine rassicurante dell’animale, che acquista la parvenza di un essere mitico. La luce calda delle lanterne isola quel rito di fertilità e restituisce il mondo cupo di Menocchio, pieno di superstizione.

Menocchio nell’interpretazione di Marcello Martini

L’insistenza sui primi piani, senza la possibilità di alleggerire lo sguardo con inquadrature più ampie, o anche solo con l’alternanza di campo e controcampo, ci fa sentire in trappola. Rende percepibile il peso onnipresente del giudizio, come se l’Inquisizione osservasse Menocchio anche nel buio della sua segreta, cercando indizi, prove, cedimenti.
L’insistenza costante sui volti e poco altro, nel medesimo tempo, permette a Fasulo di rendere universale la vicenda. Nonostante la radice storica precisa –il processo per eresia, con tanto di verbali redatti e conservati e consultabili–, il dettaglio così stretto trasforma il volto di Menocchio nelle rughe, negli occhi, nel sudore di ogni perseguitato della storia, che tenta di sopravvivere fra le tenebre che lo circondano.
La piccola vicenda del mugnaio di Montereale diventa un atto d’accusa contro il potere che non ammette divergenze, né opinioni alternative; che non cerca il dialogo ma solo la sottomissione; che impone condizioni, regole, forme di pensiero; che ordina e pretende sacrificio, senza degnarsi di scendere dal suo scranno per dare una mano.

RIFERIMENTI

Il film di Fasulo ricorda Gostanza da Libbano (2000), di Paolo Benvenuti, per una ricerca stilistica insistita, anche se con registri e rese differenti. C’è un gusto similare per una certa pittura e per il tentativo di richiamarla con le immagini. Soprattutto, c’è l’obiettivo comune di indagare i rapporti drammatici e insoluti fra il potere-chiesa e i suoi dissidenti. Nel film di Benvenuti, ambientato nel medesimo periodo storico, siamo nel Granducato di Toscana e c’è una donna, una levatrice, accusata di stregoneria. Il film rende visivamente l’oppressione e la carcerazione, il tentativo di piegare la mente del condannato: ‘le grate’ nelle celle di Benvenuti, sono come ‘il buio’ che ammanta la segreta di Menocchio.

L’INVITO

MENOCCHIO è un film coraggioso, che non si dimentica, da vedere.

Nota biografica sul regista

Alberto Fasulo impara il mestiere come assistente alla regia. Si fa notare dalla critica con il suo primo lungometraggio, un documentario, RUMORE BIANCO (2008), che racconta il fiume Tagliamento, attraverso i luoghi e le persone che lo animano. Si conferma con un film reportage, TIR (2013), che vince il Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film all’VIII Festival del Cinema di Roma, e che regala uno sguardo originale sulla nostra civiltà dei consumi, radiografata da chi in parte ne sorregge il peso e ne permette l’esistenza, quel mondo mutevole e per lo più sconosciuto dei camionisti, vera forza di una distribuzione capillare delle merci. Sempre attento alle altrui vicende e problematicità, porta al Festival di Locarno GENTORI (2015), un docu-film sulla disabilità, affrontata in modo originale, senza scadere in sentimentalismi e luoghi comuni.