Tempo presente | Racconto di Annarosa Maria Tonin

Tempo: rettilineo o spiraliforme? Unico o tripartito?
Passato, presente e futuro: che peso specifico hanno nella storia del protagonista di questo racconto di Annarosa Tonin?
Sembra che il mood preferito nel XXI secolo sia il “qui e ora”, uno slogan che esalta la capacità di vivere il presente ma che va in dissonanza con echi del passato, che risuonano senza preavviso nella vita del protagonista, e con una proiezione futura, rivolta alla figlia e non a se stesso.
Siamo veramente in grado di sostenere il presente?
Buona lettura.

TEMPO PRESENTE

Perché ti volli qui?
Perché ti voglio
Perché è scritto nella vita tua
Perché ciò volle
il mio voler possente!
Era fatale e, vedi, s’è avverato!

Luigi Illica, Andrea Chénier, 1896, atto III

Non c’è il sole del mattino a incendiare di rosso la casa, eppure l’incendio sta per divampare lo stesso. Nel tempo di una sera.
Stanco, quasi stramazzato, appoggia sulla poltrona all’ingresso la cartella con i bozzetti. Staranno lì, non ha voglia di riordinarli. Il suo tempo presente, il suo qui e ora non li richiede. Ha voglia di altro, di fantasie silenziose, di un desiderio da consumare con avidità.

Emanuele insegue il tempo presente dal giorno in cui, in prima elementare, non volle saperne di imparare a scrivere la o di oca.
Non capiva perché la maestra Elsa iniziasse le sue lezioni sempre nello stesso modo: “Un giorno questo vi servirà…”.
E OGGI?
Appena sceso dal letto dei suoi sei anni e mezzo, quel mattino Emanuele si sentiva carico a tal punto da portare a compimento la missione: rompere la monotonia da tempo futuro della maestra Elsa.
I quaderni contenevano singole lettere, maiuscole e minuscole, a intervalli regolari, così regolari da renderlo nervoso. Perché scrivere sempre lo stesso numero di lettere e disegnare sempre la stessa cornicetta, una piccola croce greca che variava soltanto nel colore?
Si era alzato fantasticando sui compagni, immaginandoli mentre imparavano a scrivere la o di oca senza di lui; in fin dei conti, le oche non gli dicevano niente e poi la o era un cerchio ed Emanuele dentro i cerchi non sapeva saltare.
Lo prendevano in giro per questo e perché preferiva giocare al ‘salto della corda’ con le sue compagne.

Quel mattino, dunque, appena sceso dal letto dei suoi sei anni e mezzo, con ancora addosso il pigiama, si mise a fare le prove, rivolgendosi alla finestra-maestra. Urlò un gigantesco NO!, ma soltanto nelle sue fantasie.
Tuttavia, arrivato in taverna, lavato e vestito, davanti al caffelatte ebbe un momento di incertezza: gli sarebbe piaciuto scriverlo sulla lavagna quel NO!, ma ancora non conosceva né la N né la O, che poi era la stessa di oca. Un istante dopo, risvegliato nella coscienza, il piccolo rivoluzionario del qui e ora si disse che saper scrivere NO!, oltre che dirlo, era una questione da tempo futuro e il futuro non gli interessava.
Emanuele insegue il tempo presente dal mattino della o di oca, quando gridò davvero il suo rifiuto, fino a uscire dalla classe. In lacrime.

Le classi prime si trovavano subito dopo l’ingresso. Gli si presentarono tre soluzioni: uscire dal perimetro dell’edificio, salire le scale che portavano al secondo piano, dove stavano ‘i grandi di quinta’, o avventurarsi nello spazio interno, che li conteneva tutti durante la ricreazione e aveva delle panche su cui ci si sedeva, anche se lo sdraiarsi sotto dava maggiori soddisfazioni.
Il tempo dell’indecisione a Emanuele fu fatale. La maestra Elsa lo raggiunse e dai suoi occhi celesti, fino alla mascella scavata, gli prospettò un’unica soluzione da tempo presente: rientrare in classe.
Alla domanda sul perché non volesse imparare la o di oca Emanuele rispose con un anonimo e umiliante: “Non mi piace”.
Non essendo risultato originale, subì l’onta di perdere punti agli occhi di Alessia, la compagna di banco, e di non riscuotere nemmeno l’ammirazione degli altri compagni, ritrovandosi, per di più, appiccicata addosso la fama della femminuccia che piange.
Tutta colpa di un desiderio troppo forte, troppo bello, troppo inquietante, perché divenuto realtà.

Emanuele insegue il tempo presente, perché è il regno del desiderio da soddisfare. Nel tempo di una sera. Se non vuole farsi afferrare, lui lo cancella, inseguendo altre sere da uno schermo virtuale di parole lanciate come strali. Prendere o lasciare. Come una festa immaginaria a cui accetta di partecipare per farla diventare reale, tanto da uscirne con la rivoluzione dentro l’anima, come la festa in casa di Maddalena de Coigny, la rivoluzione nella vita di Andrea Chénier, poeta.
Stasera, invece, Emanuele se ne sta lì, davanti alla finestra principale del salotto, un’altra finestra-maestra, a mettersi e togliersi abiti disegnati da lui, per coprire e scoprire il suo corpo di uomo alla soglia dei cinquant’anni, un corpo che annusa la polvere annidata tra gli stipiti e ascolta il fruscio delle voci di Ettore Bastianini, Mario Del Monaco e Renata Tebaldi. Per annebbiare le sue fantasie, sé stesso e anche lei. “Chiamami Dahlia, perché l’altro nome non mi piace”.
Stasera lo schermo virtuale è in silenzio. Lo ha voluto lui, sebbene la risposta alla domanda sia arrivata da due giorni.
“A desiderio risponde desiderio. Tu hai voglia di me?”.
“Sì, direi di sì. Chiamami Dahlia, perché l’altro nome non mi piace”.
E il rivoluzionario del qui e ora, due giorni fa, è tornato ai suoi sei anni e mezzo, decretando la sua vittoria sul tempo in evoluzione.
Tuttavia, stasera, davanti alla finestra-maestra del salotto, sta inseguendo ancora quella che, in fin dei conti, è l’unica declinazione temporale che ci rende tutti uguali: l’attesa.

Emanuele è in attesa di andare a riprendere la figlia alla festa di fine anno scolastico, una festa all’aperto, da interrompere a mezzanotte, con la speranza di non trovarsi costretto a omaggiare una delle solite genitrici cinquantenni, arpie con madre al seguito, che lo invitano ad andarle a trovare, convinte di farne il loro favorito. Elena gli andrà incontro col sorriso incantato dell’amicizia tra coetanei, condivisa guardandosi negli occhi e parlandosi davvero?
Con lo schermo in silenzio da ore, coprendosi e scoprendosi, Emanuele sta riflettendo sul fatto che non sarebbe dovuto tornare a casa insieme alla sua cartella con i bozzetti. Avrebbe dovuto partecipare alla festa, con addosso le sue buone maniere e tutti gli abiti di quasi cinquantenne, e osservare se sua figlia sa guardarlo negli occhi e parlargli davvero, se gli sta venendo bene questa sua vita di padre.
Con lo schermo in silenzio, coprendosi e scoprendosi davanti alla finestra-maestra, Emanuele conclude che, se non altro, Elena gli somiglia e a mezzanotte non manca molto.

Il rivoluzionario del qui e ora sposta lo sguardo dell’attesa verso una fotografia che lo ritrae, scelta prima di andarsene dall’ufficio, pronta per un servizio giornalistico sui cinquantenni di successo. Capelli castano biondo e occhi nocciola, il corpo ossuto, elegante, due gambe talmente sottili da sembrare una, quando si accavallano, gli zigomi un poco sporgenti e un profilo aristocratico, perlomeno non ha la testa piegata di lato e lo sguardo da sotto in su, come a voler dire: “Io sono questo, sicuro di me, ma potrei essere qualcos’altro!” Il qualcos’altro di Emanuele è il disegno. Dal mattino precedente quello della o di oca.
Nel tempo dei suoi sei anni e mezzo, volle un ‘Quaderno dei ricordi’ uguale a quello della sua compagna di banco Alessia. Il giorno che precedette quello della o di oca anche le altre compagne arrivarono con il quaderno dei ricordi, pieno di pagine bianche da riempire di disegni con dedica. Mentre aspettavano in cortile che suonasse la campanella, le aveva sentite dire che a tutte la maestra Elsa avrebbe fatto un disegno. Alessia disse che a lei il disegno la maestra lo aveva già fatto e gli altri disegni non sarebbero stati più belli del suo. Emanuele voleva vedere quel disegno dedicato ad Alessia e non a lui. Lo vide e si arrabbiò. Con Alessia. Con la maestra Elsa. Con tutto il mondo. Con la o di oca.
Il disegno era tutto sui toni del rosso e ritraeva una mamma e una bambina intente a ricamare a tombolo. Emanuele desiderò subito essere quella bambina. Lui non aveva sorelle. Lui era la sorella di se stesso.

Lui è la sorella di se stesso. Stasera più delle altre sere di un tempo presente da amare come un ricamo a tombolo.
“Chiamami Dahlia, perché l’altro nome non mi piace”.
Le fantasie silenziose stanno ritornando. Emanuele continua a dire al suo corpo nudo di uomo che il suo tempo presente non dovrebbe avere fantasie da tempo passato, perché il passato va disinfettato, continua a dire che il suo tempo presente non dovrebbe avere fantasie da tempo futuro, perché il futuro non si può né toccare né possedere. Dovrebbe esistere solo il tempo presente, il qui e ora.
“Solo così potrebbe essere insieme”. Le ultime parole lanciate come strali.
Continua a dirlo, in lacrime, dopo essersi rifiutato di spostare un foulard bianco e blu, a cavallo chissà da quando sull’anta della vetrinetta dei liquori.
Stasera Emanuele piange come il mattino del suo gran rifiuto, piange forte, aggrappato alla polvere di una vecchia casa.

Pensa al sorriso di Elena-Cenerentola. Come da accordi, la riporterà nell’altra casa.
Lei non ha mai fatto storie a causa della o di oca, le sue lettere ordinate stanno tutte in fila. Lei inizia sempre da dove si deve iniziare e finisce solo quando tutte le tessere del mosaico sono al loro posto. Questo ha insegnato a sua figlia. A pensare il futuro, come avrebbe detto la maestra Elsa.
A mezzanotte non manca molto. Mezz’ora sarà sufficiente a incendiare di rosso l’attesa.
“Ti sognerò stanotte”. Lo schermo riaccende l’abbraccio di Dahlia.