Dove ci porta Sola andata? Lo chiediamo all’autrice Claudia Bruno

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Sola andata è un titolo suggestivo, richiama il biglietto di un viaggio e al tempo stesso l’idea di un viaggio senza ritorno. Si percepisce una scelta, una determinazione e una sorta di nuovo inizio. Il romanzo di Claudia Bruno contiene tutto ciò ed è una bomba a orologeria, tiene sospeso il lettore verso un finale che non si può o non si vuole immaginare.

Scelta da NNEditore per la collana delle nuove voci italiane, Claudia Bruno diventa uno dei nomi rilevanti della casa editrice per la narrativa contemporanea. Prima di giungere alla fermata di Sola andata, l’autrice compie un lungo percorso sia all’interno della forma -la cura delle parole e la struttura del romanzo ne sono la prova- sia all’interno dei contenuti -mai banali, mai personali.

L’itinerario di Sola andata è una mappa introspettiva, percorre i luoghi della realtà contemporanea, della coppia e della parte più intima di se stessi. Il viaggio c’è realmente, da Roma a Londra, ma rappresenta solo il punto di rottura tra un meticoloso equilibrio e un caos inaspettato. Ludovica, la protagonista e voce narrante del romanzo, può essere chiunque. La scrittrice compie un importante lavoro di sartoria, veste Ludovica di una serie di tessuti adattabili a un prototipo comune di persone che si sono trovate in grande difficoltà rispetto a eventi che, per loro, sono diventati insormontabili.

Pur essendo sottile come un filo di seta, la Bruno mostra con maestria e audacia il confine che divide il mondo del possibile da quello dell’impossibile, ovvero tra la sfera dell’immaginabile e dell’inimmaginabile ma reale, spingendosi oltre la barriera delle convenzionalità. Non è un caso, dunque, incontrare in esergo una citazione di Simone Weil.

Bisogna giungere a toccare l’impossibilità per uscire dal sogno.

In sogno non ci sono impossibilità. Soltanto impotenze.

Simone Weil, L’ombra e la grazia

Sola andata | Intervista a Claudia Bruno

A ispirare Sola andata c’è stato un fatto, o meglio l’inizio di quello che poi si è rivelato un lungo percorso, il referendum sulla Brexit. In quale modo hai poi srotolato quell’idea di storia che avevi in mente di raccontare?

Ho pensato moltissimo a questo romanzo prima di scriverlo, e ugualmente quando ho iniziato a scriverlo non sapevo niente di quello che sarebbe accaduto tra le sue pagine. Sapevo che sarei partita da me, ma sulla pagina ho scoperto che non desideravo parlare di me. La Brexit funzionava in quegli anni nella mia vita come un grande, gigantesco orologio che separava i prima e i dopo, Londra da Roma, la mia reale esistenza da tutte quelle possibili, in una successione di scadenze che continuavano a essere spostate in avanti. Il senso di catastrofe che questo incedere, insieme alla galassia di cattive notizie che ha caratterizzato gli ultimi anni, mi ha lasciato addosso è rimasto in Sola andata, anche se poi di Brexit ho deciso di non parlare mai – alla fine, di fronte alle tragedie del mondo e alla storia della letteratura si tratta di un evento irrilevante. A volte penso che invece di usare la scrittura per vivere la vita di qualcun altro ho portato qualcun altro nella mia vita per trasformarla in qualcosa di completamente diverso, prendermi gioco della realtà e farla implodere. Per me è stato un movimento indispensabile, come indispensabile credo sia recuperare la necessità nella scrittura di non dare mai niente per scontato, fino all’ultima frase, fino all’ultima riga. La scrittura è un processo magico.

Nella narrazione procedono a pari passo due storie, quella personale di Ludovica e quella della sua relazione con Cristian, equilibri e disequilibri che danno il ritmo al romanzo. A un certo punto prevale la solitudine, l’incapacità di comunicare, il bisogno di vivere vite parallele; possiamo definirla una sorta di inettitudine verso la vita reale?

Il tema delle vite parallele riguarda per me qualcosa di molto reale, l’impossibilità di essere completamente se stessi nella relazione con l’altro. Nel mio modo di vedere, la solitudine è una condizione di esistenza universale, siamo sempre soli davanti alle cose che di noi decidiamo di non dire, come lo siamo rispetto a quelle che gli altri non ci rivelano. Forse le relazioni sopravvivono proprio grazie a questa specie di protezione fabbricata su misura, a due, a tre – a più persone se pensiamo alle famiglie. Mi ha sempre affascinato e turbato allo stesso tempo la consapevolezza che spesso delle persone che amiamo sappiamo davvero poco, che le persone con cui condividiamo la vita sappiano così poco di noi. Ma potrebbe valere lo stesso per la relazione che ognuno ha con se stesso, riguarda in qualche modo l’imperscrutabilità dell’esistente. Prenderne atto equivale a farsi carico del mistero che permette alle relazioni di non avvizzire, e allo stesso tempo rischiare di perdersi. Significa sicuramente camminare su un precipizio. In Sola andata volevo portare agli estremi questa condizione e rappresentare la relazione amorosa come una catena progressiva di non detti che a un certo punto prende una piega imprevista, innescando delle conseguenze capaci di deviare l’intero corso di una storia, e quindi l’ho fatto.

In Sola andata c’è una gatta, Ombra, ed è un personaggio importante, direi più della famiglia di Lù o di altri personaggi. Quando hai scelto di affidarle questo ruolo chiave?

Una mattina mi sono svegliata da un sogno in cui una ragazza cercava qualcuno nella notte, qualcuno che era scomparso, è stata una sensazione molto forte che è rimasta con me per molto tempo e a cui sono tornata per mesi. Ho pensato che qualcosa di simile sarebbe accaduto nella storia che avrei raccontato, e a un certo punto ho capito che quel qualcuno sarebbe stato un animale. Non era ancora chiaro che animale sarebbe stato, ma sapevo che in questa storia ce ne sarebbe stato uno e che avrebbe avuto un ruolo preciso e un linguaggio proprio. L’animale sarebbe stato il motore degli accadimenti e allo stesso tempo avrebbe rappresentato la prova che esiste sempre un altrove capace di plasmare o addirittura regolare le nostre vite. Anni dopo ho ritrovato un’atmosfera simile a quella che avevo in mente in un libro che ho molto amato, Cani selvaggi di Helen Humphreys. Ho pensato a diversi animali quando la storia era ancora in una fase embrionale, ma devo ammettere che la “coppia con gatto” è una delle mie fisse letterarie. Prima di Sola andata avevo già pubblicato tre racconti brevi con questo triangolo (anche se i personaggi erano sempre diversi), e Quello che rimane di Paula Fox resta una delle mie novelle preferite. Ombra è nata insomma dall’insieme di tutte queste cose, e così è nato il suo sguardo non umano e cieco, il suo guardare Ludovica e Cristian da un altro mondo. In qualche modo la sua presenza nella storia incarna il senso dell’amore stesso, qualcosa che si mantiene sulla soglia tra l’addomesticato e l’inaddomesticabile, che viene a mangiare dalle tue mani ma potrebbe sparire da un momento all’altro. Se l’amore avesse un corpo probabilmente sarebbe un corpo animale.

Durante la presentazione al Maggio dei Libri in cui ci siamo conosciute, hai definito il tuo libro un romanzo di de-formazione. La voce di Ludovica, quindi, si fa portavoce del rovesciamento per cui la crescita (o la vita) si delinea attraverso una destrutturazione?

Colette scriveva “ci sono esseri che si trasformano per arricchimento, altri che si conquistano una vita reale solo spogliandosi, e soltanto la loro miseria li crea”. A Ludovica accade qualcosa di simile. Solo sottraendosi a quel processo di continua riflessione che pretende la sua figura intera e accettando di infrangersi, quindi la possibilità di perdere quel disegno, riesce a trovare un modo per re-stare al mondo. Per me la crescita, o meglio l’evoluzione di una persona, coincide sempre con lo spalancarsi progressivo di uno spaesamento, con la messa a nudo delle proprie incongruenze. È sempre in qualche modo un percorso di deformazione, solo dalla dissoluzione dell’io, dal disfacimento dell’illusione di poter essere identici a se stessi, si rende possibile il dispiegarsi dell’esistenza. Nonostante tutti i discorsi sulla fluidità, la più grande illusione del nostro tempo mi pare sia ancora l’identità, l’idea che possiamo essere una cosa che corrisponde solo a se stessa con la fissità di un selfie, di una breve descrizione che dovrebbe rappresentarci, di una bolla di contatti che dovrebbe rispecchiare perfettamente i nostri interessi. Per fortuna non è così.

Ludovica incontra persone particolari in una città al contempo cosmopolita e conservatrice. Londra la attrae nei suoi meandri più ombrosi che la spingono verso il confine dell’impossibilità, proprio come la citazione di Simone Weil in esergo aveva anticipato. Perché la realtà diventa un sogno (o un incubo) per misurare la sua capacità di resilienza?

A Londra puoi essere chiunque, non direi mai che è una città conservatrice, rappresenta forse ancora l’unica speranza di autodeterminarsi per chi viene dalla provincia e dalle campagne inglesi. Senza dubbio è una città capitalista, e classista, in questo sa essere spietata, ti seduce e poi ti priva continuamente di qualcosa, induce desideri che neanche sapevi di avere, il lusso è costantemente in vetrina, alimenta lo scontento, l’invidia sociale si moltiplica tra un isolato e l’altro, si nutre di ingiustizie e disuguaglianze. Sono troppe le persone che vivono in condizioni abitative irraccontabili, che dormono per strada, che imparano a mendicare. Molte hanno meno di trent’anni. Si muovono ai margini di una città che è un centro commerciale a cielo aperto dove tutti sono sempre troppo impegnati a “diventare qualcuno” per accorgersi del suo carattere sovrannaturale, delle atmosfere oltreumane e gotiche che invece la rendono ancora a livello più profondo un posto unico e incredibile, capace di attivare costantemente il senso della meraviglia. Uscire dal tunnel della scalata sociale, dell’integrazione a tutti i costi, significa allora anche e soprattutto addentrarsi in un’altra città. Ludovica lo fa come in un sogno lucido, con lo sguardo divergente di una sonnambula. Il suo è uno sguardo decisamente disintegrato e non integrabile. I personaggi che incontra, le situazioni in cui si caccia e l’intrico di storie che la avvolge gradualmente, altrimenti non sarebbero stati possibili.

Buona lettura!

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Per scoprire altre scrittrici italiane contemporanee: Chi se non noi, La famiglia degli altri, Metafisica del sottosuolo. Aphra Behn, invece, è stata la prima donna della letteratura inglese a guadagnarsi da vivere come scrittrice, producendo opere in versi e in prosa e componendo opere teatrali, per alcune curiosità clicca qui.

Per restare a Londra, cambiare punto di vista e leggere un romanzo pulp: London voodoo.

Paolo Francescon Fotografo
Informazioni su Chiara Stival 115 Articoli
Chiara Stival è curatrice dei canali arte e cultura per Italiandirectory e copywriter per i contenuti web e social media di alcuni clienti del magazine. Promotrice di eventi artistici e rassegne letterarie, è stata editor della collana Quaderni di Indoasiatica per passione e formazione universitaria dedicata all’India. Il suo blog è chiarastival.com, potete visitare il suo profilo su Linkedin, Facebook e Instagram.