La società calcolabile e i big data, intervista a Domenico Talia

Nel 1961, in una minuscola colonia britannica sperduta nell’Oceano Atlantico, lontana tremila chilometri dai continenti, si verificò una catastrofica eruzione vulcanica. I pochi abitanti di Tristan de Cunha furono evacuati prima in Sudafrica e poi in Inghilterra, dove scoprirono uno stile di vita “moderno”: il traffico, la televisione, il capitalismo. Poco più di due anni dopo, nonostante vani tentativi di adattamento, una flotta riportava la piccola comunità al luogo di origine.

“La sindrome dei tristanesi” è la metafora scelta da Domenico Talia per rappresentare lo spaesamento dell’uomo e della società moderna all’avvento delle nuove tecnologie. Come l’eruzione del vulcano oceanico, il progresso del digitale cambia i contesti esistenziali, relazionali, lavorativi; la complessità, l’impersonalità, l’invasività caratterizzando il nostro presente e accorciano rapidamente le distanze con il futuro.

Domenico Talia è professore ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni all’Università della Calabria, si occupa di logica, calcolo, analisi dei dati e ha scritto numerose pubblicazioni scientifiche. Per il suo saggio divulgativo, però, ha sconfinato dallo specifico campo di ricerca per raccontare l’antropologia e la sociologia del mondo digitale e dell’uomo contemporaneo. La società calcolabile e i big data, edito da Rubbettino, si rivolge al lettore dando per scontato che sia un cittadino connesso e lo invita a una pausa di riflessione su innumerevoli temi scaturiti dalla rivoluzione 4.0: l’onnipresenza degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, le politiche dei big data, il cambiamento sul fronte della privacy, le relazioni fra democrazia e industrie tecnologiche. E l’impatto di tutto ciò, infine, sull’uomo, sulla nostra cultura, sulla coscienza.

Domenico Talia

Un tema vasto che, su queste pagine, è stato affrontato anche con Nicola Zamperini e il suo Manuale di disobbedienza digitale in un percorso di conoscenza utile a prendere consapevolezza del vorticoso cambiamento in atto, governandolo, per evitare di trovarsi cavie, monetizzabili in una società che diventa “laboratorio digitale”.

INTERVISTA

Secondo gli ultimi report, Facebook ha superato i 2 miliardi di utenti nel mondo, Instagram raccoglie quotidianamente le foto di oltre 800 milioni persone e sono quasi 350 milioni coloro che comunicano su Twitter. Siamo innegabilmente una società connessa, dove ognuno di noi consegna i propri dati sen-sibili a potentissime multinazionali tecnologiche e si lascia guidare in scelte quotidiane o di vita dagli algoritmi che calcolano comportamenti e tracciano relazioni. Pochissimi, nel mondo civilizzato, possono o sanno eludere queste abitudini che sono ormai consolidate.

Per chi ha scritto questo libro? E perché?

Il libro è per tutti. Chiunque vuole capire cosa sta accadendo a causa della “rivoluzione digitale” lo troverà interessante e, spero, utile. La motivazione principale che mi ha spinto a scrivere un testo divulgativo sull’impatto delle innovazioni digitali nelle vite di tutti noi nasce dall’osservazione della distanza tra la grande diffusione di queste tecnologie e l’assenza di un’azione educativa e formativa verso i cittadini, e soprattutto verso i giovani, che aiuti le persone a capire la potenza degli oggetti informatici con i quali abbiamo riempito la nostra vita, sia in senso positivo sia in quello negativo. L’evoluzione velocissima del mondo digitale sta cambiando profondamente la nostra società ma, mentre tutti siamo utenti della rete, dei social, degli smartphone, soltanto pochi di noi conoscono in dettaglio le capacità di queste tecnologie e come possono essere usate senza farsi manipolare da esse.

Il libro descrive diverse situazioni nelle quali la consapevolezza è fondamentale per esse-re utenti coscienti e attivi del mondo dell’info-comunicazione digitale. A questo scopo, il libro analizza temi e problemi del nostro presente e del prossimo futuro come la relazione tra tecnologie digitali e potere, il ruolo degli algoritmi ormai pervasivi nella nostra quotidianità e il rischio dell’alienazione tecnologica, le relazioni tra l’uso dei Big Data la privacy dei cittadini e l’esercizio della democrazia, le tecniche di intelligenza artificiale e il loro impatto nel mondo del lavoro -vedi industria 4.0-, le questioni legate all’impatto della rete sulle nostre menti, la tracciabilità e la calcolabilità dei comportamenti dei singoli e degli organismi sociali.

Che cos’è un algoritmo e come evolveranno la sua forma e le sue funzioni con il perfezionarsi dell’intelligenza artificiale e l’allargarsi della comunità mondiale di utenti di internet e dei social network?

Un algoritmo è una sequenza ordinata di operazioni che produce un risultato in un tempo finito. Ogni volta che risolviamo un problema o svolgiamo un compito, di fatto eseguiamo un algoritmo. Il vocabolo ha oltre mille anni, ma fino a poco più di cinquanta anni fa gli algoritmi erano materia esclusiva di matematici e ingegneri. Da quando gli algoritmi sono diventati programmi software e sono eseguiti dai computer, hanno assunto un ruolo speciale in molti ambiti e momenti del nostro quotidiano e in futuro potrebbero prendere anche il sopravvento sull’intera umanità. Oggi gli algoritmi eseguiti dai computer gestiscono la gran parte degli acquisti di beni e servizi e sono sempre gli algoritmi a guidare le automobili senza conducente o gli aerei quando viene attivato il cosiddetto pilota automatico.

È l’algoritmo di ricerca di Google che trova e indica a miliardi di persone i contenuti del web che a loro interessano. È l’algoritmo di Facebook a decidere quali informazioni dei nostri contatti sono più importanti per noi. Sono gli algoritmi di data analysis che frugano nei Big Data per scoprire fatti e informazioni nascoste. Tramite quegli algoritmi, i possessori dei nostri dati conoscono fatti e comportamenti che ci riguardano e li usano per i loro fini. Alcuni li mettono a disposizione di chi è disposto ad acquistarli. Tutto ciò può ledere i diritti degli individui e potrebbe essere usato per fini contrari a noi stessi. Questi scenari, oltre ai tanti vantaggi, presentano anche elementi di preoccupazione e di pericolosità per i singoli e per i loro diritti. Diventa quindi necessario tutelare le persone dall’uso improprio e irresponsabile delle tecnologie software automatiche che gestiscono e trasformano le informazioni. Gli algoritmi sono di grande utilità ma possono essere usati contro di noi, ogni cittadino consapevole può diventare utente attivo degli algoritmi, quelli che non li conoscono rischiano di diventare in futuro oggetti passivi in mano agli algoritmi.

Nel libro sono tantissimi gli esempi di relazioni, spesso inconsapevoli, fra individui e algoritmi. Può indicarci un’applicazione di questo utilizzo fra quelli “a fin di bene” per il benessere dell’umanità e della qualità della vita e un altro, se c’è, che invece dovremmo evitare?

Come ho scritto nel libro, gli algoritmi hanno formidabili effetti positivi nella vita delle persone. Hanno portato l’uomo sulla Luna e i satelliti nel sistema solare, ogni giorno guidano le rotte degli aerei e controllano le reti ferroviarie, ci permettono di telefonare in un qualsiasi sperduto paesino della Terra, aiutano i medici a diagnosticare malattie gravi e i neurochirurghi a intervenire sul cervello dei malati. Governano le fabbriche e i processi produttivi in quasi tutte le nazioni sviluppate. Con un algoritmo vengono cifrate le comunicazioni da tenere riservate ed esistono algoritmi per riconoscere le nostre impronte o i nostri volti. Di fronte a tutti questi esempi positivi, esistono tanti casi di usi negativi degli algoritmi.

Ad esempio, i nuovi robot soldato sono guidati da algoritmi pensati per uccidere, gli algoritmi di Cambridge Analytica sono stati usati per manipolare le elezioni democratiche, algoritmi sofisticati vengo-no usati per rubare i dati delle carte di credito o per svuotare i conti correnti dei clienti delle banche. Algoritmi di intelligenza artificiale sono sviluppati per spingerci ad acquistare prodotti di cui non abbiamo realmente bisogno, per influenzare il nostro pensiero, i nostri desideri. Sono questi gli algoritmi di cui essere coscienti per “evitarli”.

Lei scrive: “Le nostre vite diventano calcolabili: sulla base delle tracce che lasciamo in rete, possiamo essere studiati, analizzati”. Non solo: “Ciascuno sorveglia ogni altro”.
Chi detiene il potere di questo controllo sociale, politico ed economico? C’è ancora posto per la leadership culturale e scientifica, in un prossimo futuro, o tutto sarà in mano ai data-scientist che elaboreranno i big data, appunto, raccolti dalle multinazionali tecnologiche?

Attualizzando un pensiero antico, oggi potremmo dire che l’informazione digitale è potere e per questa semplice ragione non è bene che sia concentrata nelle mani di pochi. È fondamentale comprendere che la ricchezza culturale, scientifica e creativa dell’umanità rischia di essere compromessa se la conoscenza si concentra nelle mani di pochissime grandi company digitali che hanno patrimoni finanziari e informativi come mai prima è accaduto nella storia dell’uomo. Il computer, la rete, il web sono strumenti di diffusione della conoscenza formidabili, ma per fornire effettivamente un servizio alla società non devono essere dominati da pochi soggetti che sono concentrati nella Silicon Valley.

I problemi della raccolta dei dati e delle informazioni sono oggi centrali per la nostra società e coinvolgono aspetti relativi al controllo sociale, alla manipolazione informativa, alla concentrazione in mani improprie dei dati dei cittadini, al loro uso da parte di privati, delle agenzie governative e dei grandi network commerciali. L’enorme macchina informatica permette di accedere facilmente a patrimoni informativi ricchi e preziosi, ma allo stesso tempo permette di immettere con facilità e velocità qualsiasi informazione manipolata, contraffatta e quindi non informativa ma deformativa. Lo possono fare i singoli e meglio di loro lo possono fare le organizzazioni, le lobby, i poteri politici e finanziari. Tutto questo costituisce un rischio enorme e una difficoltà sempre maggiore per chi usa l’informazione digitale globale per conoscere e capire, per formarsi un’opinione e per fare delle scelte. Quando invece i Big Data diventano un patrimonio da condividere si riduce il rischio di manipolazione da parte di pochi e i dati diventano una grande ricchezza per gli individui, le pubbliche amministrazioni, le imprese, per la produzione culturale e per l’avanzamento scientifico.