Il signore delle maschere di Patrick Fogli | Recensione e intervista

Il signore delle maschere è l’ultimo romanzo di Patrick Fogli, pubblicato per Mondadori lo scorso ottobre. È un eccellente thriller, se dobbiamo definire il genere, eppure lo stile di Fogli verrebbe sminuito se etichettato come ‘scrittore di genere’, preferiamo definirlo un autore, termine che ci permette un più ampio respiro, dall’animo noir.

Digressione su ‘animo’ e ‘noir’

I personaggi dei romanzi di Fogli entrano facilmente nell’immaginario del lettore perché sono fatti di carne e ossa, di mente e cuore; si ha sempre la percezione che ciascuno di loro sia stato ‘studiato’ dallo scrittore sia dal punto di vista psicologico -essenziale per quella letteratura di genere- sia da quello umano fatto di emozioni, di azioni e di maschere, e che a volte prende il nome di conoscenza di se stessi. Già nel precedente romanzo A chi appartiene la notte -ricordiamolo, vincitore del Premio Scerbanenco 2018- aveva mostrato questa grande abilità, perché proprio quel rovello interiore caratterizza i protagonisti della narrazione.

Noir è il colore della notte e dell’ombra entro cui Fogli scava per costruire la trama, per dare luce ai personaggi in un gioco continuo di chiaroscuri. Noir è l’aggancio col lettore che si sente trascinato, grazie alla sovrapposizione di maschere, nel Labirinto di Escher: se dovessimo pensare a un’opera d’arte per ambientare fantasticamente il libro, allora la litografia dell’incisore olandese è il luogo metaforicamente perfetto perché raffigura un ambiente diviso da rampe di scale che ribaltano la normale percezione dello spazio e del tempo, rendendo le pareti soffitti e i soffitti pavimenti, e dunque un gioco di maschere perfetto.
Il signore delle maschere si muove lì dentro, l’uomo veste un personaggio che è vero ma l’istante dopo non lo è più, perché non esiste più, perché ha dismesso il ruolo e ha iniziato una nuova partita, è entrato in una nuova stanza.
Ma non ci sono solo le ombre dell’uomo che dà il titolo al romanzo, ci sono altri personaggi che entrano nel labirinto e cercano la loro identità, che leggono in modalità rewind le storie e gli avvenimenti del loro passato.

Cosa conta? Vivono la vita di un romanzo che non conoscono. E quella vita fittizia salva a loro la vita reale. – La guarda, sorride. – Il potere delle storie.

La scrittura e la struttura

La qualità della scrittura è quella già nota nei libri precedenti dell’autore e riconferma la sua capacità di mantenere un ritmo vertiginoso, per oltre 300 pagine, alternando momenti di riflessione a periodi di climax nei quali si avverte l’adrenalina scorrere nelle vene, fino alle ultime pagine.

La struttura spaziale e temporale del romanzo è corredata di eventi che si muovono su piani differenti; le relazioni che intercorrono tra i due attori principali ricorda quella a doppia elica del DNA: è come se la vita di Carone e di Laura, fatto di continue intersezioni, contenesse le informazioni genetiche necessarie alla biosintesi di personaggi minori o comparse, ognuna con un ruolo preciso che si aggancia a una delle due eliche e che diverrà evidente solo nella visione globale della storia; le maschere, infatti, non possono per loro intrinseca natura, essere di immediata comprensione, ma diventano microstorie prospettiche ed elementi che sconvolgono e integrano il senso comune della percezione.

Si avverte costantemente il gioco di indizi e illusioni che mai sono costruite a caso ma hanno un solido legame con la geometria della narrazione.

La finzione è la verità raccontata in un altro modo.

Tra le righe non mancano i riferimenti a grandi autori della letteratura e della musica che, per gli appassionati, sono piccole perle disseminate nello svolgersi della lettura.

Le maschere dei personaggi

Uno degli aspetti più affascinati del romanzo è l’intreccio tra concetto di cambiamento e di identità: nessun personaggio è lo stesso alla fine della storia. Di per sé potremmo dire che Fogli segue semplicemente la regola numero uno di ogni vademecum di scrittura alla sezione ‘personaggio’, cioè il personaggio dall’entrata all’uscita della scena deve essere cambiato; qui, però, la grande abilità del regista si evince dall’essersi preso cura di ciascun attore transitato nel palcoscenico del romanzo, anche se per un breve frammento di storia. È questo uno dei motivi per cui definirlo un thriller ci pare riduttivo.

Per mettere in atto un cambiamento, dunque, l’autore indugia sull’identità dei personaggi, creando due grandi storie, quella di Caronte, il signore delle maschere, senza volto e senza nome perché dai “mille volti e mille nomi”, e quella di Laura, donna dalla doppia identità che si vedrà costretta a scandagliare, sotto la luce del sole, una parte della vita che aveva tenuto in ombra. La necessità dei protagonisti di ricostruire la propria identità nasce in momenti diversi e per scopi differenti, eppure entrambi si prodigano per un senso di bene che si muove a un livello superiore dell’interesse soggettivo.

Caronte è il nome dato dai servizi segreti all’uomo a cui, da anni, stanno dando la caccia, un terrorista artefice di attentati in molte parti del mondo; dal punto di vista di Caronte, invece, queste azioni fanno parte di un progetto strutturato a fin di bene, con l’intenzione di cambiare il destino del mondo; la vita di Caronte si svolge, per ovvie ragioni, in contesti inaccessibili ai più e questo è funzionale a creare l’aurea misteriosa che lo avvolge. Laura, invece, è una donna ‘comune’, un’insegnante universitaria appassionata di cinema, che ha un secondo lavoro e una seconda vita, quella che sembra essere la vita che veramente vuole, un ruolo che le permette di vivere per sé e per gli altri la realizzazione della seconda possibilità. In questa scelta narrativa, il tema cambiamento/identità è fortissimo. Dovessimo fare una sintesi estrema, potremmo dire che Caronte rappresenta il male e Laura il bene, ma così andremmo a perdere tutte le gradazioni intermedie tra il bianco e il nero, viceversa Fogli mostra che c’è molto altro ed è di gran lunga più interessante.

Ci sono Veronica e Arianna, Chiara, Mister White, Bernard Wilson e Salazar, Nero e Parker, Niko, Simonetta, il Professore, Robert e Riccardo, Mattei, e altri ancora: ognuno non sarà più lo stesso -anche solo nell’attimo prima di morire-, sarà diverso perché i fatti della vita cambiano la percezione dell’esistenza in sé oppure perché si vedrà costretto a dare un senso alla propria maschera per decidere se tenerla o gettarla. Ognuno di loro sarà costretto a stabilire il prezzo della verità e decidere se pagarlo o meno.

Intervista

Il romanzo è attraversato dalla millenaria domanda “cos’è la verità?” e sembra un ossimoro, considerato il titolo. Quanto vale oggi la verità?

Se devo rispondere in modo manicheo, ti dico che non vale nulla. Più che le cose che accadono conta la percezione di quanto accade. Il percepito è molto più importante del reale. Soprattutto quando il reale è complesso come in questa epoca e ha bisogno di competenza e di fiducia in chi ce l’ha, tutta roba scomparsa o latitante. C’è un bisogno disperato di semplicità, che si trasforma in una semplificazione ad alzo zero dell’approccio alle cose. E in un contesto come questo la verità dei fatti diventa una nicchia, quasi un lusso.

In apertura ci sono due citazioni, una della Yourcenar e l’altra di Hendke, a cosa è dovuta questa scelta?

Il primo motivo è che mi piacciono entrambi. Il secondo è che mi sembravano perfetti per introdurre una storia come questa. Rispetto a Handke c’è anche il collegamento diretto fra quel brano e Il cielo sopra Berlino, che ha un ruolo centrale nel dipanare la vicenda. Laura e Carone hanno due vite parallele che spesso si intersecano, per volontà di una e all’insaputa dell’altra, eppure la trasformazione dei due personaggi è diversa. Due facce della stessa medaglia -o moneta, è il caso di dire-?

Due persone in cerca di sé stesse, questo di sicuro. Due personalità frantumate che sentono il bisogno di ricomporsi, anche se per motivi diversi non riescono o non possono. La storia del romanzo è anche una storia all’interno delle loro vite, del loro passato, di un’idea possibile di futuro che, per forza di cose, è molto diversa fra i due.

Caronte: l’eroe moderno che compie il male per generare il bene. Quanto è sottile il filo che divide o muta l’uomo in terrorista? Quando la giustificazione del “fine superiore” diventa scopo personale?

Direi che ogni spargimento di sangue ideologico ha sempre in mente un fine superiore. Ce l’ha quando è legittimo, come la rivolta a un tiranno, ce l’ha quando mira a comprimere la democrazia e la libertà. È probabile che a un certo punto sia difficile distinguere fra scopo personale e fine superiore, le due cose finiscono per diventare una sola. Caronte ha un’idea di etica molto tagliata con l’accetta, è convinto che per fare il bene degli ultimi si debba spazzare via i primi. Alla lettera. Difficile dire quale sia il confine fra la follia e l’ideologia, in un personaggio come questo. Di certo ha una sua idea di bene, molti dei profitti che ottiene con l’illegalità diventano fondi per sostenere chi non ce la fa, è una mescolanza continua di giusto e sbagliato che deflagra.

Laura: umiltà, capacità e determinazione. Anche lei assume la forma dell’eroe-cavaliere alla ricerca del Sacro Graal. Oggigiorno, siamo ancora disposti a spingerci al limite per saziare quel bisogno di conoscenza della verità?

Credo che Laura sia molto umana e quotidiana. Vorrebbe avere una vita soddisfacente, vorrebbe avere un lavoro che la gratifica (e ha paura di non essere capace), vorrebbe sapere che quello che ha fatto ha migliorato la vita di qualcuno. Credo sia un desiderio molto più quotidiano, la ricerca di un’esistenza tranquilla e soddisfacente senza tanti giri pindarici. Il bisogno di essere sé stessa. Il suo problema è allungare la mano e prendere quello che crede che le spetti. O smontare – e le capiterà – l’illusione che basta agire a fin di bene per ottenere il risultato.

Chi ti ha già letto riconosce lo stile di scrittura che ti appartiene, come la grande abilità a tenere alta la tensione fino alla fine del romanzo. Il signore delle maschere, però, ha due protagonisti, molti personaggi e numerose comparse. Quanto è stato difficile (o facile) tenere le fila degli intrecci della narrazione?

Abbastanza facile. In realtà le due storie potevano essere scritte separatamente, visto che corrono parallele, ma lontane per quasi tutto il romanzo. Trovati i punti di contatto, che avevo bene in mente, è stato facile.

Ci sono delle short stories che compaiono come uno scatto fotografico, la traccia di una vita che viene coinvolta, per esempio quella di Dominque, “effetti collaterali” previsti e accettati. Hai mai pensato che stavi rischiando troppo, che stavi mettendo troppa carne al fuoco?

Francamente no. Anche se il rischio c’era. Il romanzo è un viaggio dentro le vite degli altri, vite che sono osservate e studiate da un punto di vista esterno, quasi sempre quello di Laura. Laura vede il risultato delle sue azioni nelle persone che incontra. Una specie di specchio. Era inevitabile che gli incontri, più che i personaggi, si moltiplicassero.

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Per saperne di più sull’autore, il suo sito a questo link.