Senza | Intervista a Massimo Cracco

“Senza” è una privazione ed è qualcosa a cui non siamo abituati, lo dimostra il recente lockdown che ci ha visto protagonisti di svariate soluzioni pur di restare “con”. Senza è di per sé una provocazione, una parola e un titolo -osservate la grafica e il font- che racchiudono l’essenza di una vita, quella di Paolo, il protagonista.

Senza, dunque, non è solo un romanzo, è un libro di narrativa che sintetizza in una storia il pensiero e l’analisi della società contemporanea dell’autore. Massimo Cracco -scrittore, ingegnere e matematico- opera un’accurata scomposizione di fatti storici, li mescola con precisi espedienti letterari e poi li ricompone con il filo dell’intuizione filosofica. Cracco, lettore ossessivo e studioso di grandi pensatori dei secoli scorsi, intesse la fabula di Senza assieme a considerazioni sul senso e il valore del vivere, e lo fa sovrapponendo un velo trasparente a tutta la narrazione, una pellicola così sottile da non essere percepita nell’incalzare della lettura; tale capacità è la sua migliore qualità, l’esito -a mio avviso- di elucubrazioni mentali a lungo masticate e digerite nel corso degli anni.

Le vicende raccontate nel romanzo sono storie violente, sia fisicamente che psicologicamente, caratterizzate dal paradossale desiderio di Paolo che chiede l’amputazione delle proprie gambe per rimanere alla finestra a guardar scorrere la vita del mondo, ma il mondo che lo circonda continua a coinvolgerlo, non gli dà tregua, assorbe le sue energie perché lo mangia e poi lo vomita.

L’odio si produce a partire dal presente con analitiche incursioni nel passato per scoprire le ulcere prodotte dalla vita, è un lavoro di svelamento, la passata condizione di maggior serenità è il terreno fertile dove piantare la particella dell’odio
[…]
Mi sono procurato nemici senza muovere un dito e questo è in sintesi la prova che avere un corpo collegato alla terra è già di per sé una forma di contagio.

Massimo Cracco usa la definizione contro natura ed è effettivamente una sensazione che pervade la lettura del romanzo, si instilla fin dalle prime pagine, perché è normalmente impensabile che qualcuno voglia volontariamente perdere l’uso delle gambe, e continua carsicamente a erodere le certezze del lettore. Cos’è più contro natura, vivere senza gambe o camminare in una società che non riconosciamo? È contro natura non avere la possibilità di seguire la propria natura per la paura del giudizio altrui, per la certezza dell’incomprensione di una società che ha smantellato un sistema di valori per proporne di nuovi e poterli nuovamente depauperare. La ruota del divenire schiaccia macerie senza produrre ricostruzioni, l’atto estremo dell’amputazione è metafora di semplificazione per iniziare qualcosa di nuovo, un taglio netto in cui le vecchie abitudini non si possono rimescolare.

Intervista

Massimo, per prima cosa vorrei sfatare la questione del taglio delle gambe: è il pretesto estremo della finzione narrativa. Ci puoi raccontare della metafora che pare inverosimile ma contiene di fatto un dato oggettivo?

La scelta del tema è di certo un estremo, ma non l’ho scelto per volere a tutti i costi forzare gli schemi; Senza è nato da un’intima esigenza, è il risultato di un rimuginio incessante, il ‘male’ agito verso di sé, verso il proprio corpo, conosciuto con la vicenda di Chloe Jennings, mi ha appiccicato un’angoscia che dovevo risolvere, dovevo cercare una pacificazione; leggere di Chloe Jennings, della sua volontà di farsi recidere il midollo, mi ha lasciato sgomento; e se è la violenza ad angosciarmi, da sempre, la violenza sugli altri, il terrore della crudeltà su un altro essere, lo scandalo di una violenza auto riferita mi sembrava ancor meno accettabile, una mostruosità capace di estremizzare le mie angosce, dunque mi serviva una risposta per depotenziarle, per tentare di connotare razionalmente qualcosa che al raziocinio sfugge.

E dell’amputazione sì, ne ho fatto un’allegoria, e la sua interpretazione simbolica è un tentativo di giustificarla, di renderla maneggiabile: il taglio delle gambe come metafora di un distacco dal mondo, di un rifiuto. È intuitivo pensare alle gambe come l’elemento di adesione alla realtà, le gambe ci mettono in contatto con la terra, ci portano in mezzo agli altri, la psicologia analitica lo insegna, sognare di volare, di camminare senza contatto, indica estraneità, invece camminare a piedi nudi significa adesione, presenza, accettazione, volontà di progredire. Senza gambe si resta fermi, senza gambe è una regressione, rifiuto della vita, del programma di competizione assegnatoci alla nascita, la competizione è, metaforicamente, una corsa e senza gambe non si può correre.

Il contesto geo-storico: perché proprio Verona e perché racconti quegli anni? Ricordare il passato serve davvero a guardare il presente?

Ambiento nelle geografie che conosco perché con quelle geografie entro in risonanza, i posti cui appartengo mi collegano alle mie ossessioni e, se la mia scrittura è fatta di ossessioni, Verona è capace di coltivarle, di farle vedere e renderle utili a un ragionamento: Verona è arroccata nel rifiuto di dialettica, è una città ferma, auto riferita, in qualche modo imita il mio temperamento ossessivo che produce circolarità. Gli anni ‘70 e ‘80 sono quelli della mia prima adolescenza e i più bui della mia vita, è lì che dovevo ritrovare sensazioni per scrivere una storia come Senza, a Paolo dovevo consegnare il mio disagio, l’esasperata sensibilità del bambino spaventato di allora; nella prima parte c’è una serie di vicende che ho preso dal mio vissuto, sapevo come descriverle, conoscevo l’angolazione da cui inquadrarle con precisione.

Ricordare il passato serve soltanto se è smontato pezzo a pezzo e penetrato con incursioni analitiche, il ricordo evenemenziale è inutile, il mero ricordo degli eventi non basta, è la loro reciprocità che importa, la logica che li ha assemblati per fabbricare la ‘Storia’ e la nostra privata ‘storia’; guardarsi indietro non serve se lo si fa con la semplice rievocazione, il ricordo fine a sé stesso è pericoloso, è una nebbia solforosa che restituisce contorni confusi. Il ricordare dovrebbe sempre iniziare con un ‘perché?’ e se i ‘perché’ trovano risposte ecco la possibilità di guardare il presente e inquadrarlo: guardare passato e presente è un ‘religere’, guardare due volte, guardare reiteratamente.

Spesso è stato detto che Paolo è un disadattato ma l’impressione è che stia mostrando, attraverso le sue paradossali vicissitudini, quanto l’intera società sia disadattata, già amputata. È così?

È così, il disadattamento di Paolo è l’esasperazione di quello silenzioso e strisciante di ogni essere umano, non parlo delle singole storie private, gli uomini sono disadattati semplicemente perché ‘sono’; il mondo è inospitale, tutte le nostre forme di conoscenza, tutte quello che impariamo e studiamo, i saperi, non sono che tentativi di adattamento, ogni disciplina, umanistica, scientifica che sia, ha questo scopo, il sapere è una forma di sopravvivenza, non arricchisce medaglieri, semmai verifica la nostra impotenza; e il mondo rifiuta Paolo perché censura la verità scomoda della quotidiana e sanguinosa battaglia di adattamento, l’aspirazione alla mutilazione di Paolo è il suo peculiare modo di adattarsi, è macroscopico e mostruoso; mentre, pur invisibili, sono allo stesso modo sanguinose le nostre amputazioni finalizzate al quotidiano adattamento; ci amputiamo nelle relazioni, rinunciando a parti di noi per farle sopravvivere, e amputiamo possibilità in genere perché scegliere e scartare è sempre nel segno di un’esclusione. Il disprezzo della società per l’aspirazione di Paolo è la prova che essa stessa è costellata di amputati e disadattati: in quel disprezzo c’è una rimozione.

Durante una presentazione hai detto che “la centralità dell’uomo nel mondo è un’idea ipertrofica”, cosa ha a che fare questo pensiero con il tuo romanzo?

La nostra presunta centralità nasce da questioni culturali, idea fomentata dalle religioni, dalla teologia, noi saremmo gli eletti di un presunto Dio e l’idea è paradossalmente rafforzata dall’Illuminismo che, se esclude superstizioni religiose, tuttavia ingigantisce la nostra supposta importanza ‘santificando’ il pensiero, mentre i nostri saperi, lo dicevo prima, sono solo una forma di adattamento, nascono dall’urgenza angosciosa di comprendere lo ‘scandalo della creazione’, i nostri saperi non sono un merito che dovrebbe darci importanza, ma un disperato tentativo di adattamento all’inospitalità del mondo, al disagio di viverci; dimenticarlo, e lo dimentichiamo, significa supporre e avvallare l’idea mistificatoria di una nostra presunta superiorità, che porta dritto all’ipertrofia: ci mettiamo al centro del mondo, in forza di questi saperi, per nasconderci la disperazione che comporta lo starci dentro.

Siamo abituati a pensarci ‘ovvi’, è un automatismo, una specie di tic, è ovvia la nostra quotidianità, scontata, esistiamo come per un merito implicito e già dato a priori a partire da un prima che sfugge perché immemore e irrelato e perché ‘confermato’ dalla cultura che assorbiamo passivamente e che fa di noi esseri inautentici. Ed eccoci a Paolo che tutto preso dalla sua aspirazione dice: “Se le mie gambe non potessero più portarmi in giro potrei rimanere per sempre fermo a guardare il mondo dal mio giardino, non diventerei nemmeno grande, per qualche motivo il mio metabolismo si bloccherebbe, sarei una prova dell’inutilità della specie.” Paolo –paulus il piccolo- va oltre, nel rinnegare la centralità dell’uomo, ne denuncia l’inutilità e l’ingiustificata arroganza: siamo inutili perché sol-tanto la verità è utile (ammesso che si possa davvero definire cosa sia ‘verità’). E l’uomo, nel considerarsi ovvio e centrale, falsifica, lo fa per disperazione ma falsifica, e falsifica quando postula un senso complessivo dell’esistere. Paolo rifiuta gli esseri umani perché dietro alla loro ipertrofica presunzione vede la menzogna e soltanto i mostruosi disastri generati dalla Storia, disastri che certificano la ‘non centralità’ della razza (a meno che non la si debba considerare ‘centrale’ proprio per questo protagonismo distruttore) e svelano l’impostura delle bugie che s’inventa per giustificarli.

Quanto è utile la provocazione nella letteratura contemporanea?

Intendo con ‘provocazione’ lo spostamento di un punto di vista, anzi la demolizione di un punto di vista e se la letteratura deve produrre cultura allora la provocazione è fondamentale, perché ‘cultura’, come scriveva Morselli, è qualcosa che ti cambia, diversamente non lo è. Il cambiamento può procedere per sinusoidi, può essere momentaneo, limitato nel tempo, ma ogni pur breve parentesi di disorientamento è feconda. La provocazione è utile, lo è sempre stata, nella letteratura contemporanea, in quella recente, in quella passata, leggere un testo provocatorio innesca riflessioni, innesca rifiuti, adesioni, sospensioni, io non voglio sentirmi rassicurato da una lettura, voglio che mi destabilizzi, che crei discontinuità e fratture, sarà compito mio ricomporle in funzione della mia specificità.
Il tempo di una lettura è breve, ma può diventare lunghissimo se il libro apre brecce, se si installa nelle ansie e si incunea nelle certezze, e le certezze sono sovrastruttura, le certezze ci abitano abusivamente, sono la narrazione che facciamo di noi, del nostro carattere e dei nostri corpi, tentativi di ricondurre a unità un’identità liquefatta in una natura indecidibile. Abbiamo bisogno di provocazioni per uscire dalla finzione della nostra identità.

Ti aspettavi la nomina per il Premio Comisso?

Stavo valutando l’iscrizione al premio Città di Como, al Premio Carver (iscrizioni che poi ho fat-to), al Comisso ci pensavo ma con una sorta di pudore, è stato il mio editore, Autori Riuniti, a iscrivermi in autonomia, senza interrogarmi, una graditissima sorpresa, soprattutto perché cer-tifica la fiducia che ripone nel mio libro e che mi ha accordato pubblicandolo; poi il Comisso è un premio davvero importante, sono consapevole che ci sono fior di autori in lizza, insomma mi godo il fatto d’esserci, questo mi basta, non oso chiedere altro, qui davvero vale ‘l’importante è partecipare’.

Quali sono i tuoi autori preferiti e quale libro (lo so, uno è difficile) consideri imperdibile?

Se un libro mi piace lo leggo dieci, venti volte, Dissipatio HG di Morselli l’ho consumato, così come Roma senza papa, Opinioni di un clown di Heinrich Böll, così il Teatro di Sabbath di Philiph Roth e Murpy di Samuel Beckett, in genere non saprei indicare questo o quell’autore in particolare, vado a ‘libro’, posso dire quali libri ho amato; sottolineo in ‘genere’ però, perché almeno per Thomas Bernhard faccio eccezione, della narrativa di Bernhard ho letto tutto, è un autore che amo visceralmente. E la narrativa è una parte dei miei interessi, amo la saggistica, ho un debole per Foucault, Heidegger, Deridda, Wittgenstein e naturalmente Cioran che in qualche modo sta dietro il mio Senza, la visione del mondo di Paolo è affine a quella di Emil Cioran; e ho un debito culturale con la psicologia analitica, Jung, Hilmann, Von Franz ed epigoni. Un libro imperdibile? Scelgo un contemporaneo, un italiano: Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco.

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Massimo Cracco, Senza, Autori Riuniti, 2020.
Altre recensioni di autori della casa editrice torinese: Il battito oscuro del mondo di Luca Quarin e Quello che non sono mi assomiglia di Gianluca Giraudo.