Sassi rossi | Racconto di Maria Antoniazzi

Una memoria raccolta, un pezzo di storia di vita vissuta e non immaginata, un racconto ascoltato chissà quante volte e poi scritto quando il narratore non c’era più. Possiamo chiamarlo ‘racconto autobiografico’? Sì, se è una figlia a scriverlo.
La dolcezza della scrittura di Maria Antoniazzi è un filtro che ci fa accettare il dolore dell’esperienza di tre amici che sembra non aver fine, ci tiene aggrappati a un albero che è allegoria di casa, ci fa camminare a piedi nudi su strade e sentieri, quelli della via del ritorno, fino al momento in cui i sassi diventano rossi. È così che si diventa “amici per sempre”.
Buona lettura.

SASSI ROSSI

Mamma lo chiamava il perér, ma i frutti non somigliavano affatto a delle pere, se li mangiavamo erano dolori, di pancia e di stomaco, e anche di scopa di saggina sulle gambe.
Però quell’albero lo ricordavo bene. In Slovenia dalla finestra del mio ufficio vedevo solo arbusti, sulle colline brulle e ingiallite. Il perér lasciava accesi i miei ricordi, con le pietre del cortile, calde tutt’intorno e invece tiepide all’ombra dei rami. Di tanto in tanto ne parlavo anche a Francesco, agitando le mani sopra la testa per disegnare l’ampiezza delle fronde, e battendo i piedi a terra per fargli apprezzare la durezza dei sassi.
Francesco era lombardo e non aveva mai sentito parlare di peréri. Forse la mia descrizione non era molto precisa, forse lui non era un grande esperto di vegetazione: certo quell’albero pareva essere l’unico del pianeta.
Lungo la strada che da Lubiana conduceva nel Carso ci piaceva raccontare dei nostri paesi, così, per tenerci svegli. Avevano annunciato che l’Italia aveva firmato l’armistizio e che i tedeschi erano i nemici, noi avevamo infilato un po’ di pane negli zaini e ci eravamo messi in marcia verso ovest. Avevamo preso con noi anche un tricolore, con lo scudo sabaudo nel mezzo.

Carlo abitava vicino a casa mia, e al fronte mi aveva detto di non aver mai visto il perér. Eppure, su quella strada pareva ricordarlo benissimo. Forse per fare invidia a Francesco, che invece aveva soltanto una casa ad aspettarlo. Le case vengono occupate e distrutte, gli alberi possono sopravvivere alle guerre ed essere subito pronti a ricominciare.
Il pane negli zaini era finito dopo un paio di giorni, alcuni contadini ci avevano passato qualche avanzo di crusca e dei vecchi stracci da indossare. Le scarpe no, le avevamo tenute perché il comandante ci aveva assicurato che erano di ottima fattura.
Peccato che, tra pioggia e torrenti in piena, avessero imbarcato acqua e fango, trasformandosi in gabbie decisamente troppo pesanti per le nostre caviglie. Forse avremmo dovuto rassegnarci ad abbandonarle prima, invece avevamo atteso che le vesciche si moltiplicassero per lanciarle in una forra. Le avevamo osservate cadere giù restando fermi sul ciglio del precipizio, alla fine ci era venuta pure voglia di intonare una canzone. Io avevo accompagnato picchiettando le dita sullo zaino, perché ero un pianista, prima. Prima di tutto questo.

A piedi scalzi è anche meglio, diceva Carlo, si può sentire la terra. Vero, aggiungevo io, e anche il calore delle pietre.
«Non arriveremo mai, ci fermeranno i tedeschi, ci chiederanno, ci porteranno…». Le parole uscivano da Francesco a cascata, strabordanti e incontenibili. Gli occhi però dicevano che la sua anima era altrove, in un luogo indefinito e certamente lontano da noi.
Anche la mia non era lì. Il mio pensiero era tutto sui riccioli neri di Marta, infilati uno ad uno, come perle in una collana, dai raggi di sole che filtravano dal perér. Francesco una volta, in licenza, l’aveva conosciuta e poi in caserma aveva detto a tutti che la morosa del Giovanni aveva un gran bel paio di gambe. Impertinente di un soldato.
C’erano riccioli neri e alberi, dentro di me. Sotto ai piedi la strada, lunga, infinita. E, intorno, le notti interminabili, in cui ogni rumore parlava tedesco.

Carlo diceva di amare la Gina. Voleva anche lui un pensiero, glielo lasciavamo volentieri. Ma io sapevo che la Gina era innamorata di mio fratello Piero e non aveva idea che Carlo l’amasse.
D’altronde era un tipo di poche parole. Per aiutarlo, Francesco in ufficio ci aveva mostrato come far capire a una donna che sei interessato, anche senza parlare. Ti devi mettere di traverso, anzi a tre quarti, tenendo il cappello ben calato sulla fronte. Poi fissi la ragazza in silenzio, socchiudendo un po’ gli occhi – non troppo però altrimenti rischi di sembrare miope. Fai due passi verso di lei, ti fermi, sempre fissandola. A quel punto entra in azione il dopobarba al profumo di pino e, voilà, la donna cade ai tuoi piedi.
Sarà, a me comunque non era andata così. Io suonavo il pianoforte e si sa che le donne hanno un debole per i musicisti. Mi inceppavo sempre con la Marcia Turca di Mozart, quando strimpellavo dopo il coro della chiesa, ma la Marta mi stava lo stesso ad ascoltare e sorrideva. È così che ho capito che mi amava.

Certamente anche Carlo avrebbe trovato una sua personale tecnica, ne ero sicuro. «E alùra, Carlet, tra un pö ta vedarét la Gina!». La voce di Francesco continuava a sovrastarci, ma non era più la stessa da giorni ormai. Era quella di chi aveva dimenticato cappelli e dopobarba al pino silvestre da un pezzo e che, senza, si sentiva pure un po’ perso.
«Va’ in mònega, Checco! Chi sa mai quando che la vedarò, la Gina…». Carlo camminava davanti, dietro io, ultimo Francesco. Rasente ai muri e in mezzo ai campi, perché eravamo dei ricercati. Anche se, a pensarci ora, non credo che qualcuno si interessasse davvero a noi. Forse per tedeschi e fascisti eravamo soltanto tre poveri contadini.
Ce n’erano altri, di contadini in marcia verso casa. Ne avevamo incontrato uno che, beato lui, era già arrivato al suo paese, e ci aveva dato del pane nero. Aveva un’espressione svagata, ma tutto sommato pareva in buona salute.
Tra noi ci eravamo detti che forse era così che si viveva senza essere soldati. Ci si alzava al mattino e si vedeva cosa fare per arrivare a sera. Quella notte ci eravamo addormentati subito, per tentare di sognare e magari esserci già, a casa, a preoccuparsi solo di combattere la noia. Io pensai al pianoforte del parroco, avrei potuto riprendere i miei esercizi molto presto. Quella benedetta Marcia di Mozart.

Nessuno di coloro che ci avevano ospitato per le poche ore notturne ci aveva dato delle scarpe. I chilometri fatti con le nostre calosce sfondate e i calzini bagnati avevano aperto dei tagli sulle piante dei piedi. E quelli percorsi dopo, scalzi tra polvere e sterpaglie, avevano spalancato le ferite come finestre durante il temporale. Chissà, il perér. Era robusto, aveva sicuramente resistito ai temporali più violenti, e anche alle bombe di Pippo.
«Basta, basta con ‘sto perér…». Fu su queste parole che Francesco crollò a terra la prima volta. La testa ruotava a destra e sinistra, con gli occhi chiusi e le guance che sbattevano sul terreno, in una nuvola di polvere giallognola. Tentammo di rialzarlo, ma opponeva resistenza, divincolandosi e cercando di aggrapparsi in qualche modo al suolo.
Mi si macchiarono le mani di sangue. Carlo mi fissò, con un cenno del capo indicò i piedi del nostro amico. Una poltiglia rossa e gialla e marrone aveva incrostato le piante, i talloni sembravano fatti di legno, ciocchi per la stufa spaccati in due.
«Lasciatemi qui».
Francesco non dire stupidaggini, alzati. Ecco, bravo, e che non ti senta più.
Lo sentimmo lamentarsi, ancora e ancora, quella stessa notte. Iniziò borbottando qualcosa, per poi mettersi a sospirare, tra gemiti e mugolii.

Quando verso l’alba iniziò a delirare, Carlo ed io gli fasciammo i piedi con le maniche di una camicia, poi di peso lo mettemmo in posizione eretta. «Forza Francesco, dobbiamo ripartire, è giorno». Lui sbarrava gli occhi e muoveva le labbra senza che uscisse un alito di voce.
Carlo davanti, Francesco in mezzo, io dietro. Non mi piaceva quel suo silenzio, pesava sulle nostre schiene come lo zaino durante le marce di addestramento. «Ti ricordi, Checco, il tenente? Quanto ci ha fatto camminare, il bastardo…però poi in licenza sei venuto con me dalla Marta, e ci siamo anche scolati un fiasco di rosso…». Barcollava, ogni due passi gli puntellavo la schiena o gli bloccavo le spalle, per evitare che cadesse.
«Lasciatemi qui». Francesco adesso basta, finiscila. Alzati.
Incrociai lo sguardo di Carlo. Aveva ragione, non c’era altro da fare.
Francesco non era il più magro di noi, né il più basso di statura, era un marcantonio di novanta chili. Ma nessuno ci aveva fatto scegliere e nemmeno avevamo estratto a sorte. Era andata così, e basta.
I piedi di Carlo parevano più in buono stato dei miei, così fu il primo. Il primo di due. Una gamba a sinistra, una a destra, e cerca almeno di non sporgerti all’indietro, su. Non ricordo quando toccò a me, e quando ancora a Carlo, e poi ancora a me.

Il sole e il vento, la strada e la polvere. I lamenti del nostro compagno sempre più flebili e impercettibili. Che quel peso fosse sulle spalle di Carlo o sulle mie, la fatica era la stessa, noi tre ormai eravamo un corpo solo, non avremmo saputo dire dove iniziavano le braccia di uno e finivano quelle dell’altro.
Nessuno di noi si chiedeva più come e perché fosse iniziato quel viaggio. Non c’era ragione di porsi certe domande, e nemmeno di parlare. Fu in quelle ore mute che compresi che si può persino non pensare. La mente può all’improvviso svuotarsi del tutto, come un secchio bucato che fa uscire l’acqua sul pavimento ed è inutile tentare di riempire di nuovo.
Poi accadde qualcosa. Percepii lo scalpiccio dei passi. I rumori lontani di aerei e camionette. Il battito dei tasti delle macchine da scrivere che avevamo lasciato in Slovenia. Era una specie di musica che bussava alla porta della mia anima. Mi accorsi che le mie dita indisciplinate ancora tamburellavano, sullo zaino e sulle gambe di Francesco. Udii di nuovo le note della Marcia Turca, rimaste impigliate tra i riccioli neri di Marta.
Malgrado tutto, quel cammino ci stava portando a casa, ci sembrava di riconoscere l’orizzonte della nostra campagna e di assaggiarne già i profumi. Vedevamo solo qualche orto desolato, eppure eravamo certi di sentire l’odore delle vigne che ci accoglieva.
«Lasciatemi qui». Non rispondemmo questa volta, nemmeno nel pensiero.

Un’altra notte di febbre e lamenti, un altro giorno di silenzi, un’altra notte ancora. E finalmente, da un campanile non troppo lontano, il rintocco più melodioso dell’universo.
Mia madre era alla fontana e non si accorse subito di noi. Entrammo nel cortile dal retro, posando il corpo del nostro amico sotto l’albero. «Te Giuanen…, ta gà lè fada a purtam sota al to perér». Ci sorprese una risata. Sì, ce l’abbiamo fatta, siamo qui.
Mamma emise un urlo soffocato e si gettò a terra in ginocchio, coprendosi il volto con le mani. Poi ci corse incontro stringendo a sé il secchio pieno.
I nostri piedi entrarono e uscirono dall’acqua più e più volte, perché proprio non volevano saperne di ripulirsi. Così almeno diceva lei.
Io non so se fosse una questione di pulizia. Posso però dire che sotto le fronde del perér, quel pomeriggio, i sassi si tinsero di rosso. E che noi, mentre mia madre ci lavava piangendo, non riuscimmo a distogliere lo sguardo da quelle pietre per un solo istante. C’erano scritti i nostri tre nomi e lì sarebbero rimasti. Insieme, per sempre.

Ti ho raccontato questa storia, Francesco, come ogni anno da allora, perché vedi, amico mio, se ti parlo del nostro albero e dei sassi rossi, i tuoi occhi smarriti si illuminano e ancora sai sorridermi.