Rosa Mangini | La rivoluzione, forse domani

Nel 1941 Rosa Mangini scrisse La rivoluzione, forse domani in soli 10 giorni, dal 7 al 16 febbraio. La sua rapida stesura contrasta con l’attesa di pubblicazione: 77 anni.
Le note biografiche su di lei sono pochissime e così si possono azzardare numerose ipotesi sul motivo per cui questo scritto (come un altro suo romanzo) non furono pubblicati: scrisse solo per il piacere di farlo e non cercò un editore, oppure nel 1941 la situazione in Italia era piuttosto delicata e i contenuti di questo lungo racconto mostravano un messaggio e una presa di posizione che avrebbe attirato le “attenzioni” del regime; forse la Mangini ha preferito andarsene o ha dovuto fuggire…troppi interrogativi. Ma è davvero importante? Il valore di un testo sta nell’autore o nelle parole?

Grazie a una fortunata casualità, La rivoluzione, forse domani è stato pubblicato dalla casa editrice Divergenze a dicembre 2018 e ormai è alla sua quinta ristampa.

Rosa Mangini

Rosa Mangini è stata definita la donna del mistero perché, nonostante diversificate ricerche, la curatrice e lo staff di Divergenze non sono riusciti a ricostruirne l’identità: conosceva le lingue classiche, latino e greco, e anche il francese e il tedesco; della sua cultura, vasta e raffinata, ne è esempio la citazione nell’epigrafe, un verso tratto da La rose publique di Paul Eluard:

Le persone felici a questo mondo
fanno un rumore di calamità.

Il libro di Eluard fu stampato in Francia nel 1934 ma tradotto in Italia solo molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale: dove aveva letto il verso del poeta francese? La Mangini visse in Francia? I luoghi e i personaggi di cui racconta sono echi e invenzioni di memorie di bambina? Questo alone di mistero ricorda il chiarore che talvolta avvolge la luna, attira solo lo sguardo verso la vera bellezza: la testimonianza di una scrittrice italiana che come poche altre, in quella prima metà del Novecento, dimostra di essere stata una donna pregna di energia e di passione, portatrice di speranze e di timori, ma decisamente coraggiosa e determinata a scrivere del suo tempo, inconsapevole di lasciare un segno nella storia.

La rivoluzione, forse domani

Romanzi come quello di Rosa Mangini hanno un valore speciale, che si assapora fin dalle prime righe. Le parole sono ricercate, le frasi rispettano un ritmo che sa di racconto popolare e i dialoghi sono così veri da sembrare trascrizioni; è quel tipo di scrittura che esprime tutta la sua bellezza nella semplicità, nella limpidezza del pensiero. La Mangini intreccia con garbo storie di persone, di luoghi e di vicende storiche, racconta una storia d’amore così delicata da rimanere nello sfondo pur essendo la traccia principale. Più di tutto, però, colpisce la capacità della scrittrice di leggere il suo presente e di proiettarlo in una narrazione del futuro che sarà.

Come in una pellicola alla rovescia, il suono dell’aria e del vento le rimandava quello del cavo delle conchiglie. Forte avrebbe voluto gridare perché, perché, perché, ma era consapevole dell’inutilità del tentativo. E poi quel grido si sarebbe perduto nella foga della discesa. Sentiva, oltre qualunque consolazione, che le tragedie si preparano da sempre al pari della morte al momento della nascita, e vano è porvi intralcio.

Il romanzo è ambientato nel territorio collinare, tipico della bassa padana, compreso tra Costa de’ Nobili, San Zenone, Zenevredo e le vigne dell’Oltrepo, dove confinano Lombardia e Emilia Romagna. I nomi dei luoghi e le descrizioni del paesaggio sono tanto precisi da far pensare che l’autrice li conoscesse, e li amasse, profondamente. L’attenzione verso il territorio che sta cambiando, in un’ottica di interesse più che di bene comune, denota un radicato valore di tutela per la natura e per le persone che se ne prendono cura. Ogni personaggio viene presentato con una sua propria peculiarità che ne traccia il carattere, particolari che fanno intuire un pensiero sommerso che diventerà fertile negli anni successivi, quando quei personaggi vivranno, fuori dalle pagine del racconto, eventi determinanti per le sorti della storia italiana.

Il valore del testo è molto al di sopra del fascino misterioso di una donna che viene rincorsa senza venire raggiunta. Quale ruolo può avere oggi Rosa Mangini? Sebbene sia solo un lungo racconto ci si può chiedere se il nome della Mangini si farà spazio nel panorama letterario italiano tra scrittrici come Anna Banti, Anna Maria Ortese, Grazie Deledda e Matilde Serao, che hanno saputo raccontare quel particolare periodo in cui il romanzo si trasforma, lasciandosi influenzare dal contesto socio-politico e facendosi portavoce del cambiamento.

La rivoluzione, forse domani ha il sapore dei racconti della tradizione orale, quella che i nonni raccontavano ai nipoti negli anni ’70, perché già un decennio dopo il mondo era diverso, ascoltare racconti di guerra non interessava più e le testimonianze dirette cominciavano a mancare. È questo il più grande pregio del libro: fissa sulla carta un ricordo che rischia di andare perduto. L’abilità della scrittrice nell’utilizzare la focalizzazione esterna è tale da tracciare una italianità che supera il pensiero del giovane o del nonno del paesello e indica una mentalità rimasta invariata allora come oggi, perché “chi dice domani, dice mai”.

Rosa Mangini ha scritto un libro importante. Continuiamo a parlane nell’intervista a Fabio Ivan Pigola, consulente letterario e fondatore di Divergenze.

Intervista

Raccontaci di questo fortunato acquisto al mercatino delle pulci: quando hai intuito che il contenuto era molto più prezioso della cartelletta in pelle?

L’acquisto non fu dettato da una qualche intuizione. Vidi una cartelletta di pelle degli inizi del secolo scorso, e siccome mio padre, in gioventù, era stato apprendista presso un pellettiere, volevo goliardicamente fargli notare come i suoi lavori anni Settanta fossero, in realtà, roba da due soldi. Poi i due soldi, o meglio, cinque euro, li spesi bene, acquistando quella che pareva solo un’anticaglia, per quanto ben conservata. Sul treno, nel rientro verso Milano, dopo avere slacciato le fibbie che chiudevano la cartelletta ed esaminato con una certa sorpresa il contenuto, insieme a una collega bibliofila, ci siamo resi conto che fra le dozzine di prove a tema vi era qualcosa in più. Qualcosa di imprevisto, e dopo un’esamina più attenta, di memorabile: la prima testimonianza in ordine di tempo della Resistenza italiana, quando ancora era solo un sentimento comune a molti, forse già alla maggioranza, ma silenzioso.

È la genesi del movimento antagonista al nazifascismo, tracciata dalla penna di una testimone oculare: per uno studioso della Storia e amante della letteratura, una scoperta sublime. E se qualcuno dice che in letteratura e in tante altre arti il mezzo più sicuro per avere ragione è quello di essere morto, nonostante siano passati ottant’anni tanto le previsioni quanto il messaggio del romanzo e di Rosa Mangini stessa sono più vivi che mai.

Come avete organizzato le ricerche di Rosa Mangini?

Le ricerche sono scattate pressoché subito, su più fronti. Tutti quelli possibili. La passione degli studiosi e dei collaboratori fissi o occasionali, dai giornalisti ai docenti universitari, ci ha dato una grossa mano; di contro, ci hanno rallentati la ritrosia, o il palese tentativo di dissuasione di varie istituzioni locali. Laddove da un lato c’era la presa di coscienza del valore artistico, politico e sociale del manoscritto, dall’altro si aprivano sorrisi di circostanza e si chiudevano porte (inutile alludere alle amministrazioni locali: la diplomazia non mi appartiene, perché è la scienza che rende incompatibili la verità e le dichiarazioni), e con esse le eventuali opportunità di ulteriore ricerca. Ricerca che si è concretata intorno all’autrice, la quale è una vera donna del mistero, come la definisce Chiara Solerio nella prefazione, e sotto tutti gli aspetti.

Ancora oggi vi sono le certezze elencate nell’apparato critico curato dalla sociologa, alle quali si sono aggiunte note e curiosità, tracce, una fotografia e cruciali testimonianze de visu di chi, a quei tempi, era ragazzo, e ha conosciuto alcuni dei protagonisti della novella; tuttavia non abbiamo dati certi sui luoghi di nascita e di morte della Mangini. Se è lampante che nome e cognome sono di origine italiana per discendenza, è altrettanto evidente che è nata e ha studiato oltre i confini, in un Paese di lingua germanica, o non si spiega come abbia potuto sistemare con esattezza gli umlaut sulle vocali nei termini dialettali, quando quei segni erano, da noi, del tutto sconosciuti. Non solo: nella cartelletta era contenuto un secondo testo, un romanzo, di lunghezza quadrupla rispetto a La rivoluzione, forse domani, nel quale figuravano otto pagine scritte in un tedesco tanto elegante, oserei dire letterario, che solo un individuo madrelingua avrebbe potuto padroneggiare in quel modo. Terzo elemento, la fotografia, che documenta il passaggio dell’autrice nel comune di Bobbio nell’anno 1876, e l’identifica come Rosalyn Vivienne Mangini. Di cui Rosa non è che l’italianizzazione, forse data da lei stessa o forse in concorso con qualche paesano del tempo, per intendersi in un idioma comune. Perché è certo che la Mangini parlasse un italiano perfetto, almeno a livello del tedesco e di altre quattro lingue, alcune presenti in parti della seconda opera, altre sui fogli ritrovati nella cartelletta. Per ricostruire tutto ciò e molto altro, siamo all’opera dal dicembre 2017. E accettiamo consigli, al contrario di quelli che li vedono come ciò che ai saggi non occorre e che i fessi non seguono.

La rivoluzione, forse domani è uno scritto che può collocarsi sia in forma di racconto lungo sia di romanzo breve. Io opterei per il secondo, e tu?

Sono poco abituato alle etichette, e analizzandone i contenuti La rivoluzione, forse domani ha tutte le carte in regola per non avere le carte in regola, né una definizione limitante. È un documento scritto in forma di novella, ma considerate le informazioni che contiene è una novella sociale, la biografia di un’avventura collettiva da non dimenticare, dalla quale siamo usciti identici ad oggi nelle attitudini, nelle reazioni, nella filosofia di vita figlia di una serie di fascinazioni che ci caratterizzano (e che in larga parte non siamo riusciti a eliminare). Dunque, lo scritto ha gli stilemi dell’inchiesta interiore, di un romanzo popolare che dietro alla lirica pascoliana delle descrizioni ambientali cela un occhio acuto, quasi profetico, per l’analisi sociale. E non è tutto. Infatti, è anche un diario, vergato forse per non dimenticare una storia in parte vissuta e in parte raccontata da altri, attendibili narratori. La Mangini scrive la novella per sé, non la imposta come un romanzo o una storiella d’appendice, tant’è non tratteggia mai fisicamente o psicologicamente i protagonisti, neppure i principali, tranne in pochi casi funzionali alla narrazione. Questo perché li conosceva tutti, e non ne aveva bisogno.

Ho parlato di attendibili narratori a ragion veduta: non solo protagonisti e comprimari sono uomini e donne realmente esistiti, ma dopo capillari ricerche s’è scoperto che pure le vicende lo sono. Essendo l’autrice molto anziana non avrebbe potuto spostarsi così agevolmente da esserne testimone oculare, perciò i racconti le sono arrivati per bocca di qualcuno presente in loco: uno dei vignaioli protagonisti, o una persona ad essi molto vicina, che ha rivelato quanto poi la Mangini avrebbe trascritto quasi in presa diretta. Con tanta ironia, elemento non comune ai romanzi sulla Resistenza, tanta delicatezza, ma senza sentimentalismi; forse, come tutti i grandi letterati, sapeva che il sentimentalismo è l’erbaccia del sentimento.

Come bene definisce Marco Vagnozzi, il terzo occhio dell’autrice si dimostra acuto, visionario e capace di una lettura storico-sociale di grande lucidità. Lo stesso stile si percepisce anche nella parte del romanzo che avete salvato?

Sì, e in maniera ancora più marcata. Purtroppo di quel testo se n’è salvata solo una piccola parte, ma sufficiente per anticipare nella frase di un certo signor Vanni – «i germanofili che oggi c’innalzano un bel dì ci calpesteranno» – un vocabolo poco in uso, nel 1936, e una situazione che si sarebbe verificata tragicamente.

Al di là del curioso mistero che avvolge la figura della scrittrice, l’opera traccia un’identità popolare italiana di cui poco si è scritto. Lo definiresti un romanzo storico?

Preferisco lasciare ad altri le definizioni. Romanzo lo è con certezza, sul fatto che sia storico lo prova soltanto il senno di poi: nel Quarantuno era, se proprio c’è bisogno di una patente di circolazione libraria, un memoriale contemporaneo. D’altronde, come chiameresti tutti i romanzi che hanno anticipato il tempo e sono validi tuttora, se non degli straordinari memento, dei moniti senza tono professorale, per ricordare un frammento di passato con i suoi pregi e i suoi errori, e far sì che si possa dare corpo ai primi e spegnere l’interruttore ai secondi? Nell’opera della Mangini sono evidenziati i valori sani che avremmo dovuto mantenere, coltivare, affinare, e nel contempo sono prima spernacchiati e poi messi al bando quelli malsani; tutto, però, ha un’aura gentile di novella, di racconto attorno al fuoco, quel racconto che non ha la pretesa di catechizzare e tiene le distanze dal moralismo, che è il passaporto della maldicenza.