Questione di pelle di Laura Gambino

Continua la rassegna settimanale dei 12 racconti finalisti del concorso de Il Portolano con Questione di pelle. Quello di Laura Gambino è uno dei quattro testi che la giuria ha segnalato con menzione durante la premiazione del concorso Figuracce e vengono pubblicati in ordine alfabetico per titolo.
Buona lettura!

QUESTIONE DI PELLE

Avevo un modo di somatizzare atipico.
Specialmente per quanto riguardava le figuracce.
Data la frequenza con cui vi ci incappavo, non era affatto sporadica la reazione improvvisa e dirompente che ne scaturiva. Ero la regina incontrastata delle figuracce.
Colei che più di ogni altro vi ci si tuffava totalmente, le percorreva tutte, fino in fondo: io le vivevo forte, le brutte figure, con orgoglio.
Avevo un fiuto particolare per scovarle, anche dove pareva davvero improbabile.

Ero lo spauracchio di coloro che mi vivevano intorno, ormai certi che accompagnarsi a me fosse sinonimo di vergognarsi, abbozzare sorrisetti imbarazzati, tentare arrampicate sugli specchi per rattoppare il danno, azzardare l’impossibile.
Io no. Non facevo nulla per rimediare alle mie gaffe, restavo sorridente di fronte all’oggetto dei miei comportamenti inadeguati, goffi, allusivi, talvolta offensivi.
Poi però, quasi a voler compensare una mia mancata reazione verbale, il corpo aveva la meglio e reagiva. Fioriva quasi. Si trasformava, come accadeva al naso di Pinocchio di fronte ad una bugia, alla pelle di Hulk nei momenti di rabbia o ai bicipiti di Braccio di Ferro dopo gli spinaci. A me iniziava a far prurito una parte del corpo, mai la stessa, e lentamente mi si pigmentava la pelle con tratti neri, sottili, precisi che andavano a formare una sorta di tatuaggio spontaneo che persisteva un giorno al massimo e poi scompariva, in attesa di quello nuovo.

Antonio Bortoluzzi, Presidente di giuria, e Laura Gambino

Come quella volta in cui ho asserito con caparbietà che il DottorTalDeiTali fosse il più grande ciarlatano della medicina moderna e non il luminare infallibile che tutti vedevano in lui. Certo, il fatto di declamarlo di fronte ad una drappello di colleghi, tra i quali impallidiva più di ogni altro uno che portava il suo stesso cognome, e aveva circa una trentina d’anni di meno, avrebbe potuto suggerirmi di tacere. Ma si sa, dove c’è una possibilità di gaffe, arrivo io. E mi si era disegnato un motivo geometrico sulla caviglia.

O come quando mi sono complimentata lungamente ed in maniera entusiastica e inequivocabile con la mia dirimpettaia per l’imminente lieto evento, la tanto attesa cicogna in arrivo, senza stare a considerare quale potesse essere la forbice dell’età fertile nella razza umana, l’assenza totale di materia vivente con cui poter portare avanti il concepimento e una certa predisposizione della donna verso i carboidrati che non era del tutto nascosta, diciamo. E lì avevo dato il meglio di me: una gattino ben delineato sulla fronte.

Per non parlare dei gradi di parentela e delle attribuzioni di età, una tentazione irresistibile!
“Guglielmino, è arrivato il nonno!”, “Veramente è il papà”. E mi sputava fuoco un dragone sul braccio.
“Lisa, finalmente conosco tua mamma, vi assomigliate moltissimo”, “Ehm, siamo sorelle”. E mi fioriva una rosa sul collo.
“Anna, tuo padre è un uomo molto affascinante”, “Ugo sarebbe il mio compagno”. E mi svolazzava un’apetta sulla spalla con tanto di citazione: Sono una piccola ape furibonda.

A voler trovare una regola generale, tutto questo figuracciare era legato alla parola: se fossi riuscita a stare zitta, probabilmente non avrei più fatto brutte figure. Ma la mia lingua è sempre stata incandescente e le parole ci rotolavano giù come lava inarrestabile. Per me era un gusto parlare senza freni, era il mio modo di sfidare il mondo che mi aveva soggiogata, per dire “ci sono” quando non venivo vista. Per dire che non sto in un sentiero segnato ma ho una mia volontà indipendente dai luoghi comuni, dal grigio cerimoniale imposto dalla società. Una fuga dai dolori che ho patito, dall’amore che non è ricaduto su di me, dalla mancanza di una carezza, di una parola pietosa. Dalla mancanza di un padre, in sintesi.
Fino a 37 giorni fa.

Mi si è presentato all’uscio di casa. Rappresentante porta a porta di una celebre marca di aspirapolvere. Sarà stata la noia, o magari l’aver intravisto una possibile vittima della mia lingua al contempo tagliente e imbranata, l’ho fatto accomodare. In barba alle solite raccomandazioni sugli sconosciuti e l’importanza di barricarsi nelle proprie tane. In virtù del suo viso supplicante, aperto, pulito e leggermente arrossato.

Ho subito compreso che fosse un ragazzo timido, maldestro e goffo. Me lo ha confermato il fatto che sia inciampato più volte nel cavo dell’aspirapolvere, che abbia rovesciato a terra il sacchetto pieno di briciole appena estratto dall’elettrodomestico, che per ripulire abbia fatto ancora peggio, che abbia addirittura risucchiato parte del tappeto, mentre tentava di dimostrare quanto fosse irrinunciabile il suo prodotto.

Io però ero incantata dalla sua pelle, che si arrossava sempre più. E poi ancora e ancora. E quando mi pareva che l’incarnato non potesse colorirsi ulteriormente, quando la pelle delle orecchie pareva quasi incandescente, proprio allora aumentavano le chiazze porpora e color ciliegia e avvampavano le gote di fiamma e ancora si scurivano fino a toccare gradazioni di rosso mai viste prima in un viso: il cremisi, il granata, il carminio, il borgogna e poi una lieve retrocessione verso il corallo e il melograno e di nuovo un’impennata di scarlatto e vermiglio.

Ed era commovente e poetico vederlo mentre tentava di gestire e controllare la sua pelle, il suo sangue, la sua carne che evidentemente avevano preso una deriva da lui e dal suo volere.
In quel momento esatto ho avuto voglia di stringerlo, di consolarlo, di consolarci.
Ho desiderato ficcare la mia faccia nella conca accogliente che creavano la sua spalla sinistra e la gola e che avrei già voluto chiamare “casa”.
E poi, ad occhi chiusi, avrei desiderato solo restare ferma ad inspirare il suo profumo così tondo e buono, mentre mi allacciavo a lui come una promessa.
Invece ho comprato l’aspirapolvere.

37 giorni fa ho compreso che io avevo sempre scelto di fare figuracce. Era il mio modo di bestemmiare contro il mondo. Poi ho conosciuto Alberto, che non sa ancora gestire il suo corpo e che diventa involontariamente portatore di brutte figure: scivoloni, inciampi, cadute rovinose, rossori imbarazzanti e incontrollati, vampate teatrali e fuori luogo.
Io allora ho smesso di fare figuracce.
A parte il fatto che ho messo il sale nel nostro primo caffè insieme. E poi ho rovesciato la nostra prima bottiglia di birra. Ma era per l’emozione e abbiamo riso di gusto.
E niente più tatuaggi spontanei, per il momento.
E sì, la testa è altrove.
Ma è bello così.