Prospettive | Racconto di Andrea Siviero

Il racconto Prospettive nasce da un viaggio in India ma Andrea Siviero, in india, non è mai stato.
L’epifania di tale prospettiva si ritrova nella passione dell’autore per la scrittura, per parole e per immagini: «Si tratta di un testo che ho scritto di getto, verso la fine di febbraio del 2017, sull’onda di emozioni e inquietudini che nascevano dalla visione di alcune fotografie e sulla scorta di certe mie passioni letterarie e cinematografiche. Le fotografie che hanno mosso la mia penna sono quelle di Giulio Cesare Grandi, un mio caro amico fotografo. Lo ringrazio anche per avermi permesso di godere almeno di un riflesso dei suoi viaggi per il subcontinente indiano. Le passioni letterarie e cinematografiche, invece, a volte sono citate nel testo, altre sono più sottintese. Chi mi conosce sa che questo testo è debitore anche di Tabucchi e del suo Requiem. La frase che “appartiene alla letteratura” è nascosta in quel libro, nel magnifico dialogo tra l’Io narrante e il fantasma del poeta Fernando Pessoa.»
Buona lettura.

Prospettive

1

«I paesaggi dell’India: indimenticabili. Scorci di rara bellezza, foreste, paludi, pianure sterminate; e poi città immense, brulicanti di vita, tutto sfumato nella polvere che alzano certi vecchi vapori arrugginiti: una cosa da non crederci. Qualche volta la sorpresa di paesaggi alpini e poi la certezza di templi indù e buddisti. La pacata indolenza dei Baba assorbiti dall’incresparsi delle onde del fiume sacro. E poi ancora relitti di navi che si arrugginiscono sulla costa nell’attesa di mani e braccia nodose esperte nell’arte della demolizione. Dallo spazio di un finestrino scorre il mondo intero, se si ha l’occhio allenato. Dal treno l’India è l’estasi del divenire».

Il mio compagno di viaggio aveva voglia di parlare. Da quando era salito dalle parti di Madras non aveva fatto altro che dipingere con le parole certe immagini fin troppo oleografiche dell’India. Era un ometto piccolo e grassoccio con una pelle troppo chiara per il sole tropicale. Infatti, anche al riparo nella carrozza, aveva preferito un sedile lontano dal finestrino, ben al riparo dal sole del mezzogiorno. Doveva aver percorso buona parte dei vagoni della seconda classe prima di imbattersi in un altro occidentale, e quando mi aveva visto aveva subito chiesto se c’era posto anche per lui nello scompartimento. «Sì», ammisi controvoglia, «siamo solo io e questa ragazza. Gli altri posti sono liberi».

L’ometto parlava quell’inglese pulito e razionale proprio di certi popoli del nord Europa e dimostrava una certa invadenza che mi mise subito sulla difensiva. Non ero tanto in vena di discorsi, tanto meno di considerazioni generali intorno al panorama che scorreva fuori dal finestrino. Mi limitai a rispondere urbanamente a certe sue domande di circostanza. Mi chiese da dove venivo, perché mi trovavo in India. La prima risposta fu piuttosto semplice: «sono italiano», dissi. Invece non sapevo perché ero andato fino in India. Ci ero andato e basta. Qualche volta si sente solo il bisogno di viaggiare e allora si prepara un bagaglio leggero e ci si mette in moto, pensai. Ma non dissi niente: lasciai che il vento trascinasse fuori dal finestrino la domanda dell’uomo. Poi tacqui e mi misi a osservare la ragazza che stava proprio di fronte di me. Taceva anche lei. Fissava il terreno che scivolava via sotto la carrozza.

L’ometto non si arrendeva, aveva voglia di fare conversazione. «Io sono svedese. L’India è il viaggio della vita». Disse proprio così e rimase a osservarmi in silenzio con quei suoi occhietti piccoli e azzurri, aspettando che gli chiedessi cosa intendesse con “viaggio della vita”. Lo accontentai.
«Sono andato in pensione lo scorso autunno», spiegò, «ero un insegnante di inglese». Poi precisò che la sua grande passione era la letteratura, i suoi grandi maestri – disse proprio così – erano Kipling e Forster. Aggiunse che aveva sognato per anni di regalarsi per la pensione un viaggio in India.
«Perché grandi maestri?», domandai, «lei scrive?»
Sembrò felice della mia domanda. Sorrise, poi si piegò leggermente in avanti, aprì il bottone della camicia – adesso stava sudando copiosamente – disse: «Sono venuto qui in India proprio per il mio romanzo».
Annuii. L’omino riappoggiò la schiena al schienale e tirò fuori un fazzoletto dalla tasca per asciugare il sudore che gli colava sulle tempie, lungo il collo, che scivolava giù sul torace e gli inzuppava la camicia.
«Certo che non immaginavo tutto questo caldo», disse. «Dalle pagine dei libri non lo si immagina davvero un caldo così. Me ne dovrò ricordare».
Sorrisi. Quasi mi pentii di aver accolto con scarso entusiasmo l’uomo nello scompartimento. Ma anche se il mio era un viaggio con poche regole, e fra queste c’era l’intenzione di evitare altri occidentali, al quel punto mi sembrò il minimo cercare di tener viva la conversazione.
«In un certo senso anche io ho preso questo treno per colpa della letteratura», dissi.
L’uomo sembrò incuriosito. Si stava facendo aria sventolando il cappello. Da come mi guardò capii che voleva che andassi avanti a raccontare la mia storia.
«Oh. È una cosa sciocca», ammisi.
«No. Mi dica, da appassionato di letteratura vorrei sapere».
«Trovo che non ci sia un luogo migliore di un treno per raccogliere storie».
«Anche lei è uno scrittore!», esclamò soddisfatto.
«No.», dissi, «Le storie le raccolgo con questa». Tirai fuori dallo zaino la macchina fotografica e la mostrai all’uomo. «Mi piace leggere il viaggio sul volto degli altri», aggiunsi.
«Bella frase. È sua?»
«No», dissi, «appartiene già alla letteratura».
«Peccato», disse l’uomo, «gliela avrei volentieri chiesta in prestito per il mio romanzo».

2

La ragazza aveva fissato a lungo fuori dal finestrino poi, all’improvviso, aveva perso interesse, aveva chiuso gli occhi e si era addormentata. L’uomo si era addormentato poco prima della ragazza, vinto dal caldo tropicale e dal dolce dondolio della carrozza sulle rotaie.

Io ne avevo approfittato per fare qualche scatto. Alla ragazza soprattutto. Finché era stata sveglia era così persa in qualche pensiero lontano, molto al di là del vetro del finestrino, che non si era neppure accorta di essere stata fotografata. Mi aveva conquistato quella necessità di lontananza. Dov’era la sua mente?, mi ero domandato. Adesso, invece, la sua testa sobbalzava a ogni piccolo sussulto della carrozza, era totalmente abbandonata a un’altra lontananza, quella del sogno.

«Permette?», disse l’uomo. Ero così concentrato sulla ragazza che non mi ero neppure accorto che si era svegliato. «Se posso vorrei vedere qualcuna delle sue storie».
Di solito non amo mostrare le mie fotografie finché non le ho riguardate con calma, in albergo o a casa. Ritengo che per capire se sono davvero buone abbiano bisogno di riposare per qualche tempo. Se sono davvero buone, anche dopo qualche giorno tornano a parlarmi. Ma siccome avevo scattato anche un paio di foto all’uomo, ho ritenuto opportuno mostrargliele e scusarmi, qualora non avesse voluto che lo ritraessi.

«S’immagini.», disse, «ma quelle che vorrei vedere sono le fotografie della ragazza. L’ho osservata mentre la fotografava. Vorrei vedere anche io quello che ha visto lei. Vorrei capire cosa l’ha colpita».
«Niente di particolare. A un certo punto ho capito che stava dialogando con una parte di sé. L’ho trovato interessante. Molte volte ho scattato fotografie come questa, e dagli occhi della gente ho notato che guardano sempre verso l’alto, a destra, si capisce che sono immersi in un ricordo. Questa ragazza, invece, per quasi tutto il viaggio ha dialogato soltanto con se stessa».

L’uomo fece sì con la testa. Disse: «Certo, potrebbe essere.» E guardando le foto aggiunse: «Sa, non vorrei essere monotono, ma questa fotografia mi ricorda il mio Forster, “Passaggio in India”. Non so se abbia mai visto il film di David Lean con Judy Davies e Alec Guinness».
«No», dissi.
«Peccato. Un film degno del romanzo da cui è tratto. Ad ogni modo: questa sua fotografia mi ha fatto venire in mente una scena di quel film. C’è questo treno che sta viaggiando verso le grotte di Marabar, il luogo in cui il dottor Aziz, un medico indiano, ha deciso di accompagnare le sue ospiti inglesi, Miss Quested e Mrs Moore, per una visita guidata. Durante il viaggio c’è una scena in cui Miss Quested si affaccia al finestrino del treno, mentre questo sta passando proprio sopra un ponte. Dal finestrino la donna si sporge e ammira il vuoto in basso. Per un attimo qualcosa di fatale attraversa il suo sguardo. Poi sentendosi chiamata da una voce lontana, si volta verso sinistra e vede il dottor Aziz che sta percorrendo il treno, che si sta avvicinando al suo finestrino appeso all’esterno delle carrozze. Lei è turbata dalla visione di quest’uomo in bilico sul vuoto. D’istinto si ritrae nella carrozza, sconvolta. Ma la cosa più interessante, e adesso arrivo alla sua fotografia, è il momento in cui il dottor Aziz appare al di là del finestrino. Fuori, all’esterno. In una posizione che, per una donna abituata alla civiltà inglese è sconcertante. Questa sua fotografia, mi permetta, mi ha fatto pensare a una cosa a cui non avevo mai pensato prima: la prospettiva del dottor Aziz. Ecco, chi guarda il film è dallo stesso lato di Miss Quested e Mrs Moore, ha la stessa prospettiva delle due donne inglesi. La prospettiva del dottor Aziz è negata. Non ci viene mostrato l’interno dello scompartimento da il punto di vista dell’uomo che vi si affaccia all’interno. Questa sua foto, invece, ha il punto di vista di Aziz. È uno sguardo dall’esterno verso l’interno».

Guardai meglio la fotografia. Il mio compagno di viaggio aveva ragione: avevo costruito un’inquadratura sbagliata. Avrei dovuto lasciare più luce tra lo sguardo della ragazza e il margine sinistro dell’inquadratura. In apparenza tutto quello spazio lasciato sulla destra, dove si intuiva una parte degli interni dello scompartimento, era inutile. Ma intuii, in quel momento, che non c’era modo migliore per rappresentare la ragazza. Il mio scatto suggeriva in quale direzione si doveva guardare.

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Andrea Siviero è nato a Moncalieri (TO) nel 1986. Vive a Rovigo. Copywriter, per mestiere scrive di argomenti medici e scientifici. Qualche volta si dedica alla narrativa: insegue il gioco del rovescio e gli anelli di Möbius. Progressivamente leopardiano, soffre della malattia dell’infinito. Fa parte della redazione della rivista letteraria Tre Racconti e collabora con Racconta un libraio.
Qui puoi leggere un altro suo racconto, un’altra prospettiva.
La fotografia in copertina e nel racconto è di Giulio Cesare Grandi.