Prima dell’alba. Intervista a Paolo Malaguti

Paolo Malaguti riesce nuovamente a far parlare di sé, del suo essere filologo e scrittore di romanzi storici. Le tracce superficiali di questa passione sono visibili semplicemente ripercorrendo i titoli dei sui libri: per i tipi della Santi Quaranta di Treviso, diretta da Ferruccio Mazzariol, pubblica nel 2009 Sul Grappa dopo la vittoria, oggi alla 7a edizione; due anni dopo esce Sillabario veneto, e nel 2013 I mercanti di stampe proibite. Nel frattempo partecipa nel 2012 all’antologia Nero 13 – Giallo a Nordest, per la Libra Edizioni, con il racconto Il bambino di Marostica. Se già queste pubblicazioni sono state motivo di grande soddisfazione per l’autore padovano, il successo arriva con il romanzo storico La reliquia di Costantinopoli, selezionato nella dozzina finalista al Premio Strega 2016, uscito per Neri Pozza nell’ottobre del 2015. L’anno successivo, lo scrittore ritorna a occuparsi della lingua veneta con un testo edito da BEAT, Nuovo sillabario veneto – alla ricerca dei veneti perduti, una continuazione del lavoro precedente al quale aggiunge altre 30 parole di quello che lui stesso definisce «il mio veneto familiare».

Lo scorso settembre è uscito Prima dell’alba: l’eco mediatica e i numerosi inviti a presentazioni e festival letterari confermano la rilevanza di Paolo Malaguti nello scenario contemporaneo degli scrittori italiani. È in questo testo che egli trasferisce la somma delle competenze di narratore, storico e amante-studioso delle parole; egli struttura un racconto giallo in una perfetta ricostruzione storica oppure, a piacere, un racconto storico in un sistema narrativo tipico del genere noir. In entrambi i casi, a caratterizzare la scrittura e lo stile di Malaguti è l’attenzione che dedica alla parola. Lo aveva dimostrato con i sillabari veneti e ci aveva sorpreso ne La reliquia di Costantinopoli con i dialoghi tra Gregorio Eparco e Malachia Bassan, la parlata giudaico-veneziana di quest’ultimo è l’elemento caratterizzante del personaggio.

In Prima dell’alba l’uso del gergo di trincea, voce corale dei protagonisti, ne è nuovamente testimone e noi vogliamo dedicare proprio a questo tema linguistico l’attenzione dell’intervista.

Paolo, sei dunque più filologo, storico o narratore?

Eh, così a botta calda, direi che sono più insegnante e quindi impegnato ad appassionare altre persone attorno alla “questione della lingua”. La filologia è per me uno strumento, o meglio, un metodo di lavoro per tentare di essere rigoroso; la storia è un serbatoio da cui tento di attingere scenari e personaggi e la narrazione è una passione, un divertimento. Al centro resta la lingua, la sua complessità, il suo carico generativo inesauribile: se riesco a restituire anche solo un barlume di questa ricchezza vuol dire che non ho lavorato inutilmente!

Come sei riuscito a recuperare il linguaggio dei soldati per quest’ultimo romanzo?

Il gergo di trincea, come del resto la parlata giudeo-veneziana usata da Malachia ne La reliquia di Costantinopoli o il gergo dei perteganti tesini in Mercanti di stampe proibite, mi sono venuti incontro durante la ricerca bibliografica preparatoria al romanzo. Di solito, dopo aver trovato il quid linguistico che mi permette di dare specificità al racconto, intraprendo il viaggio della scrittura che diventa come la “prova del nove”. Nel merito di Prima dell’alba le parole e le espressioni nate nelle trincee italiane mi sono servite per dare più spessore, realismo ai personaggi e ai contesti descritti. E come anche in altre occasioni, spesso non inserisco la parola nell’episodio, ma procedo al contrario: una parola mi piace molto e allora costruisco attorno un episodio che ne giustifichi l’utilizzo.

Quanta efficacia dà, a tuo avviso, l’uso della lingua “originale” ai personaggi dei tuoi romanzi?

Non saprei dire quanto sia l’efficacia nel merito della coerenza storica. Credo che fare narrativa, e far parlare dei personaggi di epoche più o meno lontane da noi, costituisca in sé un azzardo, un rischio calcolato, un “gioco delle parti” che il lettore accetta di giocare, nella sospensione temporanea delle regole che attuiamo quando ci confrontiamo con la pagina scritta. Credo che l’efficacia più rilevante sia in termini di carica espressiva, di incisività del significante, e quindi anche del significato che quello porta con sé. Fare un bel romanzo utilizzando l’italiano standard a mio avviso è estremamente complicato, perché devi affidare l’intero sforzo di fascinazione del lettore ai significati. Giocare sulle parole, sul loro spessore storico, sulla loro incomprensibilità e quindi sul gioco di indovinamento, che talvolta il lettore deve mettere in campo, carica il testo di più livelli di interesse, per cui è come se il narratore avesse più assi nella manica per destare la curiosità di chi sta leggendo.

Mary B. Tosello de Il Piccolo definisce la tua scrittura “lineare ma personale, con qualche punta di Meneghello”. Quali sono gli scrittori che hanno influenzato il tuo stile narrativo?

Distinguerei da un lato i “debiti espliciti”, ossia gli autori cui guardo razionalmente mentre scrivo, e dall’altro quelli “impliciti”, ossia autori che ho molto amato nell’adolescenza o nell’infanzia, e che mi ritrovo a far riecheggiare nella pagina senza rendermene conto. Sul primo versante colloco appunto Meneghello, Rigoni Stern, i Wu Ming, Bacchelli, Remarque mentre sul secondo trovo davvero molto Guareschi nelle mie pagine, ma anche Stephen King, Verne, London e Poe.

Scrivere un romanzo storico significa documentarsi sui fatti, per rispettare la contestualizzazione delle vicende verosimili: come hai organizzato la tua ricerca? Hai visitato i luoghi di cui parli?

Diciamo che la ricerca per questo libro è stata per certi aspetti la meno faticosa di tutte, perché la coltivavo da circa sette anni. Con il primo libro, Sul Grappa dopo la vittoria, ho iniziato un percorso di avvicinamento alla Grande Guerra, fatto di incontri con gli studenti, di escursioni di gruppi che ho guidato sul Grappa parlando della vita dei soldati, di libri che mi sono stati segnalati da lettori nel corso degli anni. Ho tergiversato a lungo, perché il tema delle fucilazioni è difficile, tocca nervi scoperti; poi mi sono reso conto che l’anniversario di Caporetto era una tappa che non volevo perdere, e allora mi sono deciso e ho iniziato a scrivere… però, come dicevo, avevo già quasi tutta la bibliografia che mi serviva a portata di mano.

Perché la scelta della “disfatta di Caporetto”?

Una prima ragione è intrinseca alla trama. Parlo delle fucilazioni del generale Graziani, e quello fu il contesto in cui maturarono. Però Caporetto è anche il fatto-simbolo attorno a cui ruota il mito della Grande Guerra. È la “quasi sconfitta” dopo la quale, si dice, l’esercito italiano si compatta sul Piave e resiste per non perdere tutto. È lo scenario in cui entrano nella storia i Ragazzi del 99. In realtà anche queste affermazioni, sono frutto di una “costruzione retorica” avvenuta in gran parte durante il fascismo. E come ogni costruzione retorica, mostra alcune cose e ne nasconde altre. Ecco, nel libro ho provato, attraverso lo strumento della narrazione, a portare un po’ più alla luce, in occasione del Centenario, alcune verità che non dobbiamo dimenticare. Che ci sono ancora oggi morti della Grande Guerra di serie A e di serie B. Che i Ragazzi del 99 furono mandati al massacro, e poi incensati come eroi. Che la retorica della vittoria fu usata come strumento del consenso dal regime nascente. Che, su tutto il resto, quella guerra l’Italia poteva evitarla.

Alberto Trentin e Paolo Malaguti

I tuoi romanzi hanno sempre dei protagonisti ben definiti che tuttavia non possiamo chiamare “eroi”. Nell’ultimo abbiamo il vecio, da un lato, e Malossi, dall’altro; nella Reliquia c’era Malachia e Giovanni etc.; come funziona la creazione di questi tipi?

Dici bene, non sono eroi, e questo è il primo punto da cui parto. Mi piace lavorare attorno a personaggi deboli, normali, che si confrontano con dubbi e piccolezze, proprie o altrui. E mi piace calarli in contesti in cui invece l’eroismo sembrerebbe trovare spazio; si pensi al mito dannunziano della guerra: D’Annunzio sarà anche stato un grande poeta, ma credo che abbia sulla coscienza la responsabilità tremenda di aver contribuito, e non poco, all’ingresso dell’Italia in guerra. Così il Vecio in questo romanzo, come Malachia nel precedente, si trova a decidere giorno per giorno cosa fare di sé. E a non capire cosa capita. Non ho una procedura standard con cui definisco i personaggi. Li faccio agire e li faccio riflettere, poi molto della loro caratterizzazione arriva dalla costruzione stessa della storia.

Un altro aspetto inerente alla tua costruzione narrativa è il lavoro su differenti piani temporali. Nel tuo ultimo romanzo è palesato dal ricorso all’indicazione di date e addirittura ore per precisare il quando. A cosa risponde questa attenzione verbalistica?

Forse fa parte dell’ansia filologica… Spero che il lettore possa trovare più convincente una narrazione che si cala non in un passato o in un contesto generico, ma in un “qui e ora” estremamente analitico. È anche una sorta di sfida con me stesso, provare a vedere, mentre scrivo, a che punto di precisione posso arrivare. Faccio un esempio banale: l’ispettore Malossi a un certo momento sale su un treno per osservare il portellone di uscita e la porta del bagno, cose utili alle indagini; avrei potuto stare sul generico, ma ho provato a recuperare i progetti di un modello di treno circolante sulle ferrovie italiane nei primi anni 30. Li ho trovati, e allora ho potuto inserire dei particolari minimi: i materiali, la forma delle finestre, le stampe alle pareti degli scompartimenti di prima classe, dettagli che forse il lettore può apprezzare. Chiaro, ho cercato una mattina intera per due righe di scrittura!

Da qualche parte erano giunte voci secondo le quali nel tuo precedente romanzo eri stato prolisso. Hai lavorato per asciugare questa volta?

Sì sì, chi ha notato la prolissità della “Reliquia” ha osservato una cosa vera, e in qualche misura voluta, per due motivi. Il primo, più soggettivo e contingente: volevo vedere se ero in grado di costruire una struttura narrativa di più di 500 pagine. Non è stato facile, nonostante l’editing sono rimaste certamente delle scene descrittive molto lunghe e lente, però qui si entra nella seconda ragione: si tratta, nella finzione del gioco editoriale, delle memorie manoscritte di un greco di metà Quattrocento. La pesantezza retorica, le accumulazioni, le similitudini manierate di ascendenza classica, le frequenti digressioni erano parte del repertorio stilistico che trovavo nella lettura delle fonti coeve alla caduta di Costantinopoli. Quindi in poche parole far scrivere un greco di quell’epoca in uno stile asciutto e secco, paratattico, mi pareva un anacronismo.

Con Prima dell’alba ho semplicemente adottato un altro registro. Volevo un romanzo incisivo, che colpisse il lettore con crudezza e immediatezza, e che, nella parte del 1917, fosse ai limiti dell’incoerenza stilistica, con frequenti discorsi diretti liberi, con qualche anacoluto, con frequenti cadute nel parlavo, nel motto, nel proverbio. Mi sono imposto di non superare le 20 cartelle per ogni capitolo, e di mantenere una compattezza narrativa limitando al massimo digressioni o pause riflessive. Queste scelte sono fatte alla luce del Vecio: noi vediamo la guerra con i suoi occhi, gli occhi di un fante appena alfabetizzato, quindi senza gli strumenti retorici o ideologici che poteva avere ad esempio un ufficiale, quindi l’asciugatura era “funzionale” alla materia narrata.

Buona lettura.

Per ulteriori informazioni su Paolo Malaguti visita il suo sito.