Intervista a Paolo Zardi, il suo ultimo romanzo è La passione secondo Matteo

La passione secondo Matteo è un viaggio tra i meandri della coscienza: Paolo Zardi mette a nudo l’uomo moderno, scopre nervi che il corpo tende a lasciare nascosti e guarda in faccia l’amore e la morte, proprio come Orfeo, senza essere un eroe.

Il romanzo si immerge nella difficile introspezione dell’animo umano e mostra, senza incertezza, timori e debolezze, rancori e desideri, riflette in modo speculare quel senso di passione che avvolge le vite dei protagonisti. Giulia, Giovanni e Matteo sono i loro nomi e anche il titolo dei tre capitoli del libro. Per ognuno di loro la parola passione è centrale: Giulia vive indistintamente sentimenti positivi e negativi con la stessa passione, l’intensità del sentimento va in contrasto con le esigenze della razionalità e dell’obiettività; Giovanni ha vissuto solo un’accezione della passione, quella riconducibile all’ambito erotico-sentimentale; Matteo, per educazione o per natura, vive all’ombra di Cristo l’unico modo in cui può intendersi passione: una sofferenza fisica e spirituale, quel senso di sacrificio e di martirio che lui trasforma, grazie alla fede cristiana, in resistenza alle difficoltà della vita.

Paolo Zardi crea un fil rouge tra i personaggi, un filamento rosso come l’amore che intreccia le loro storie; la relazione che vincola Giulia, Giovanni e Matteo non è tanto il legame famigliare (non si conoscono, non hanno mai vissuto assieme) quanto ciò che, alla resa dei conti, ognuno chiederà all’altro o prenderà dall’altro. Il viaggio che Giulia e Matteo compiono dall’Italia all’Ucraina si trasforma nella loro catabasi, i loro gesti e le loro scelte sono allegorie di un processo interiore che li condurrà a vedersi allo specchio con occhi diversi, ritroveranno lo sguardo che accetta il dolore e la forza d’animo -o di volontà- che genera l’inizio di un cambiamento.

Lo stile narrativo e i dialoghi diventano la lente d’ingrandimento per scrutare le implicazioni oggettive e soggettive che compongono l’uomo nel suo costante divenire: è tale percorso interiore il vero soggetto di queste pagine. Uno dei motori che avvicina i personaggi è il bisogno di porre fine a un logorio che non dà tregua: il non sapere. Giulia non sa dare un senso alla sua vita, Matteo non sa perché è venuto al mondo e perché poi è rimasto solo, Giovanni non sa quando morirà. Ognuno vuole sapere qualcosa, ma fino a che punto saranno disposti a pagare il prezzo della conoscenza?

In questa strada da percorrere dentro di sé, si leggerà con passione la delicata questione della morte – o meglio, di come si può morire, e la delicata questione della vita – o meglio, di come si può vivere.

INTERVISTA

C’è sempre un particolare, un fatto, un’immagine che dà il LA alla scrittura, qual è stato quello per La passione secondo Matteo?

Dietro La passione secondo Matteo ci sono diversi spunti che hanno contribuito a mettere in moto la macchina della scrittura. Il primo, nel 2008: ero a casa di mio padre, che stava ascoltando Bach. Era una musica che non conoscevo. Ne abbiamo parlato un po’, e in particolare ci siamo soffermati sul significato di quella musica: la passione di Cristo, quei giorni di terribile sofferenza, erano appena finite e gli apostoli si trovavano davanti alla tomba, increduli, ancora incapaci di immaginare il loro futuro. Nonostante il mio ateismo, ho sentito che questa immagine parlasse dell’essere umano in tutta la sua complessità.

Il secondo spunto è nato dal mio distaccamento presso un cliente tra il 2008 e il 2014 – grande azienda di informatica con dinamiche per certi versi esemplari. Da qui sono nate le osservazioni sul mondo del lavoro, sulle gerarchie aziendali. Tutto questo, però, non sarebbe stato sufficiente se non ci fosse stato un viaggio abbastanza casuale in Ucraina nel 2011. Nei tre anni precedenti avevo provato almeno tre volte a iniziare questo romanzo ma mi ero sempre fermato, passando ad altro. In Ucraina, ho trovato la scenografia, gli spazi adatti per raccontare questa storia.

Quanto ami, o quanto ha influito nella tua formazione di scrittore, Gogol e la letteratura russa?

Ho letto gran parte dei racconti di Gogol a 18 anni, durante la visita di leva – tre giorni di inutile attesa. Uno dei ragazzi aveva portato il libro con sé e me l’aveva prestato, e ricordo che mi era piaciuto moltissimo; da allora, però, non l’avevo più preso in mano. Solo quest’estate, su consiglio di Nabokov, ho letto Anime morte: un capolavoro. La letteratura russa è, assieme a quella francese e a quella anglosassone, uno dei pilastri fondamentali del romanzo contemporaneo. Da ragazzo ho letto Dostoevskij, da adulto Tolstoij e Cechov, al quale mi sento profondamente legato. Tra i miei autori preferiti c’è Nabokov, che però può essere considerato russo solo in parte. Sempre per rimanere in tema, in settembre sono stato invitato da un’associazione culturale a trascorrere una settimana a San Pietroburgo, dove ho avuto modo di confrontarmi con autori russi e la storia di questo grande e complicato paese: un’esperienza che mi ha consentito di esplorare meglio un mondo che conoscevo solo di sfuggita.

Facendo un bilancio, posso dire di aver incrociato la letteratura russa in diversi momenti e sempre con grande soddisfazione; ma parlando di Gogol, non credo sia l’autore russo più importante per me, anche se probabilmente il suo influsso mi è comunque arrivato attraverso le opere di altri scrittori che lo conoscevano bene.

Prospettiva Nievskij, San Pietroburgo © Paolo Zardi

Ci sono descrizioni di luoghi e paesaggi di grande precisione ed emozione: sei stato in Ucraina?

Sono stato in Ucraina nell’estate del 2011: mio cognato, che da sempre lavora con l’Europa dell’Est, ha invitato me e la mia famiglia al suo matrimonio con una ragazza ucraina. È stata un’esperienza profondissima, sia dal punto di vista culturale sia da quello emotivo. Non è stato un viaggio turistico nel senso comune del termine, ma piuttosto un’immersione profonda in un mondo che non conoscevo. Una curiosità, che si collega alla tua domanda precedente, è che la città che ho visitato, del tutto casualmente, è il luogo di nascita di Gogol, una combinazione che mi fa molto piacere.

L’Ucraina è un paese che esce da una sottomissione alla Russia durata secoli; di fatto, nel corso della sua storia non è mai riuscita a ottenere un reale riconoscimento della propria esistenza. È un paese piegato in due, che sta facendo molta fatica a trovare una propria strada: nel 1991, i secondini di un carcere che ospitava quaranta milioni di prigionieri sono spariti senza lasciare istruzioni su come proseguire. Passare dal capitalismo al comunismo è come fare un brodo di pesce a partire da un acquario; il processo inverso è evidentemente più complicato.

In Ucraina, in questa piccola città che poi è servita come punto di riferimento per il libro, ho avuto modo di sperimentare gran parte delle cose che sono raccontate nel libro: la vita nei grandi palazzi costruiti nel periodo brezneviano, la fatiscenza che colpiva ogni cosa, la malinconica resa degli uomini e l’intraprendenza delle donne, gli oggetti che si rompevano in mano. Prima di quel viaggio, avevo la storia di Matteo in mente ma non riuscivo a trovare la giusta ambientazione: quelle settimane a Poltava hanno risolto il problema.

Come in XXI Secolo, sempre edito con Neo, la storia che narri è il presupposto per un’indagine sulle relazioni umane, sui legami famigliari, sia tra fratelli sia figli-genitori. C’è una misura dell’amore o dell’Amore?

Chi scrive, esplora con gli strumenti prodigiosi dell’arte, i misteri dell’essere umano, cioè l’amore e la morte. Spesso mi sono trovato a considerare il fatto che mentre gli eschimesi hanno decine di parole diverse per indicare la neve, noi ne abbiamo solo una – amore – per indicare migliaia di sentimenti: amiamo il caffè ristretto, un buon libro, i nostri genitori, i nostri figli, i tramonti e il corpo di qualcuno, una moglie o un marito, e l’ultima canzone dei Maneskin. Ci è chiaro che ognuno di questi sentimenti vibra con una frequenza che le è propria, ma è altrettanto evidente che ci manca una parola specifica per descriverla. Il compito di uno scrittore dovrebbe assomigliare a quello di un diamante che, ricevendo la luce bianca, riesce a scomporla nelle sue componenti. Se mi guardo indietro, se osservo da lontano la mia produzione letteraria, mi rendo conto di aver fatto una sorta di carotaggio nei sentimenti che tengono insieme una famiglia: per quanto io cerchi di volgere il mio sguardo altrove, alla fine ritorno sempre su questo particolare tipo di amore.

Giulia e Matteo sono fratelli ma hanno madri diverse, l’hai scelto per potenziare la loro diversità oppure per affrontare il tema della trasformazione delle famiglie?

Una delle idee che stanno dietro al libro è quella che riguarda la specularità, la simmetria e quelle differenze capaci di definire il loro opposto. Matteo ha due figli gemelli che non possono essere distinti; Giulia è sua sorella ed è il negativo, se così si può dire, di lui: un negativo che lo descrive puntualmente. Tutto il romanzo parla, a ben vedere, di specchi; anche nel finale, è grazie a uno specchio che Matteo, mentre abbraccia Giulia, riesce a guardare se stesso con occhi diversi. Dal punto di vista narrativo, questa relazione mi interessava molto, mi sembrava contenesse molte possibilità drammaturgiche. Non ho pensato, invece, alla trasformazione delle famiglie, un tema importante e per certi versi doloroso nella società contemporanea, ma a mio parere un po’ consumato in letteratura.

Matteo, apostolo ed evangelista, ha l’attenzione di Bach che gli dedica una composizione sacra, di Pasolini che gli dedica un film e ora tu un libro: cos’ha di speciale la figura di questo Santo?

La mia passione per San Matteo è indiretta, e passa attraverso lo splendido film di Pasolini e la straordinaria opera di Bach. Credo che il motivo per il quale abbia colpito l’attenzione di questi due artisti stia nell’umanità con la quale ha raccontato la vita di Gesù. Tra i quattro evangelisti, Matteo è forse il meno teologo: il suo messaggio, quindi, diventa universale, travalicando i confini della religione in senso stretto. Per i protestanti, la grandezza di Cristo sta nella sofferenza umana che ha patito per amore dell’uomo, nel suo essersi caricato sulle spalle tutto il dolore degli esseri umani, senza evitare di bere il calice amaro: paradossalmente, la resurrezione rende meno completo il suo sacrificio togliendo il peso più grande, quello della morte eterna. E questa, più o meno, è la storia di Matteo: un uomo sceglie di sacrificarsi per amore.

Giovanni è il personaggio da cui scaturiscono dibattiti sui temi fondamentali della vita. Proprio a lui il compito di sopportare il decadimento fisico e il rischio della perdita cognitiva: il dolore e la paura sono strumenti di consapevolezza?

Assolutamente sì. C’è una bella osservazione di Kant a proposito di una colomba che, lamentandosi dell’aria che frena il suo volo, non si rende conto che è solo grazie alla sua resistenza che riesce a sollevarsi da terra. Il dolore è la resistenza che il mondo oppone alla realizzazione della nostra felicità, e attraverso questa opposizione la definisce. Tuttavia, il dolore da solo non basta se non è accompagnato dalla capacità di accettarne le reali conseguenze. Anche Matteo ha sofferto molto, nella sua vita, ma la sua personale risposta è stata quella di rifugiarsi in “sistemi” organizzati di pensiero – la religione, il lavoro, il culto della famiglia. Questo gli ha consentito, di fatto, di evitare il dolore, di relegarlo nel calderone delle cose sbagliate. Il viaggio verso l’Ucraina diventa così una prova che lo costringe a rinunciare alle proprie sicurezze per trovare una forma di verità.

Lavorare oggi: arbeit macht frei, cantavano gli Area negli anni ’70, a distanza di cinquant’anni siamo schiavi di un sistema paradossale, basato su processi standardizzati e su regole non dette, come risponde Matteo a Giulia. Giovanni sceglie l’Ucraina per “avere più tempo”. Cosa ha determinato secondo te questo cambiamento?

A volte cerco di immaginare cosa diranno della nostra epoca gli storici del 2300 e mi aspetto che verrà posto un forte accento proprio sull’organizzazione del lavoro del ventunesimo secolo, che esaspera alcune idee di quello precedente. L’aspetto più drammatico delle nostre vite è che nessuno riesce più a pensare un modello diverso da questo. Mio fratello, che vive in Namibia dal 2000, mi diceva che lì, per una larga fascia di popolazione, il lavoro è uno strumento utilizzato per guadagnare soldi per scopi specifici; se un padre deve sposare una figlia, ad esempio, si mette lungo la strada e aspetta che qualcuno gli offra qualcosa da fare. Una volta raggiunta la cifra necessaria, però, torna a casa e riprende a vivere come sempre, cioè badando alle due o tre capre che gli danno latte e formaggio, agli alberi da cui prende la frutta. In Occidente, invece, il lavoro è diventato la principale occupazione di tutti gli individui adulti. Non esiste alcun tipo di alternativa.

Attualmente la mera sussistenza richiede un lavoro da 40 ore alla settimana. Com’è possibile che si sia arrivati a questo punto? Sono tentato di dire che in un sistema economico che mette la crescita costante tra i prerequisiti fondamentali per rimanere in piedi, in assenza di un aumento demografico e di un miglioramento del livello di istruzione dei cittadini, l’unico modo per garantire un PIL più alto dell’anno precedente è quello di far lavorare di più la gente: più ore, con ritmi più elevati, con paghe sempre più basse. La grande distribuzione ora è riuscita a conquistare le domeniche e i giorni festivi; prima o poi arriverà a chiedere le notti. E poi? D’altra parte, fino a quando l’obiettivo di uno Stato è garantire la rendita del capitale, la situazione non potrà che peggiorare.

Cos’ha in serbo lo scrittore Paolo Zardi per il 2018?

Il mio primo proposito per il 2018 è concludere un romanzo al quale sto lavorando da diverso tempo, e con il quale sto provando a esplorare nuove strade. Vorrei poi dedicarmi con una certa continuità alla scrittura di racconti, una passione che per un po’ ho dovuto mettere da parte. Oltre a questo, uscirà un mio nuovo romanzo tra maggio e settembre, la data è ancora incerta; è la storia di un uomo che mente a tutti -anche al gatto mentre gli accarezza la testa- e che per questo si trova coinvolto in una disperata lotta contro il tempo. È un romanzo a modo suo divertente, la mia personale visione di quella che potrebbe essere una commedia un po’ noir.

Buona lettura!

Biografia
Nasce a Padova nel 1970, è ingegnere di formazione ma ha una grande passione per la scrittura. Ha esordito nel 2008 con un racconto nell’antologia Giovani cosmetici (Sartorio); successivamente ha pubblicato le raccolte di racconti Antropometria (Neo Edizioni, 2010) e Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni, 2013). Pubblica i romanzi La felicità esiste (Alet, 2012), XXI Secolo (Neo, 2015), finalista al Premio Strega e tradotto in spagnolo da Tropo Editore, e i romanzi brevi Il Signor Bovary (Intermezzi, 2014), Il principe piccolo (Feltrinelli Zoom, 2015) e La nuova bellezza (Feltrinelli Zoom, 2016). Ha partecipato a diverse raccolte di racconti (Caratteri Mobili, Piano B, Ratio et Revelatio, Hacca, Psiconline, Galaad, Neo Edizioni) e suoi racconti sono stati pubblicati su Primo Amore, Rivista Inutile e Nuovi Argomenti. Cura il blog grafemi.wordpress.com.