Paolo Marzolo e il suo studio sui segni

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Un illustre studioso dimenticato: Paolo Marzolo.

Tra gli innumerevoli studiosi che si sono occupati di segni ve ne è uno quasi dimenticato che a leggerlo e rileggerlo si è rivelato un fine e attento semiologo: parliamo di Paolo Marzolo.

Paolo Marzolo nacque a Padova il 13 marzo 1811, da famiglia benestante. A soli 5 anni imparò la lingua francese, cosa che rivelò subito la sua particolare facilità nell’apprendimento delle lingue. Da adulto e da autodidatta apprese l’ebraico, il caldeo, l’arabo, il siriaco, l’ungherese, il turco, il persiano, il tedesco antico, lo slavo, il valacco, il greco, il sanscrito e anche un po’ di cinese, oltre al latino, francese ,tedesco, inglese. In alcune di queste parlava e scriveva correttamente.

Tali conoscenze contribuirono a sviluppare in lui l’interesse per lo studio del linguaggio e dei dialetti considerati, questi, come luoghi in cui si “..si possono sorprendere le leggi di sviluppo e della trasformazione dei linguaggi”.

Paolo Marzolo era attratto anche da un altro interesse: quello per la medicina.

Dopo aver seguito a soli quattordici anni il corso di filosofia presso l’Università di Padova, cominciò, a sedici anni, lo studio della medicina, animato da un forte interesse antropologico verso l’uomo , per le sue produzioni e in genere per gli avvenimenti delle società umane. Seguì in egual misura facilmente questi studi, quelli umanistici e quelli del linguaggio. A ventidue anni conseguì la laurea in medicina , presso l’Università di Padova, con una dissertazione dal titolo De vitiis loquelae.

Dopo la laurea ebbe l’incarico di medico a Tole, un borgo veneto nella pianura padana e poi a Trevignano, vicino Treviso, dove esercitò per molti anni.

La vita di campagna favoriva l’applicazione ai suoi studi, senza fargli mai trascurare la sua professione di medico che mantenne non solo a Trevignano ma anche a Postioma, Porcellengo e a Treviso, in occasione delle epidemie di colera che colpirono il Veneto nel 1849 e nel 1855.

Fece inoltre diversi viaggi: a Milano, dove collaborò al “Politecnico”, a Napoli, a Roma. Fu socio ordinario dell’ateneo di Treviso e dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti. Morì il 5 settembre del 1868.

Ma prima di occuparci nello specifico di Paolo Marzolo, andiamo ad esaminare i termini generali di segno, simbolo, significato.

Che cosa è il SEGNO?

Il segno è “Qualcosa che sta per qualcos’altro”, I filosofi medievali in latino dicevano“Aliquid stat pro aliquo”.

Esso si sostituisce immediatamente al suo significato al quale permette di accedere subito.
L’esempio più usato è quello del divieto di accesso ( disco rosso tagliato orizzontalmente da una striscia bianca). Questo segnale stradale dice: non si può passare, rinvia ad un pericolo e quindi dà un’informazione .

Va subito precisato che la forma espressiva, nel nostro caso il disco rosso, viene chiamato dallo strutturalista francese Ferdinand De Saussure ( 1857-1913) significante mentre il contenuto cui rimanda ( cioè il divieto di passare, un pericolo) significato. Qualcuno parla infatti del segno come entità bifacciale. Esso rimanda ad un contenuto ben preciso.

Ancora: Charles Sanders Peirce (1839-1914), Charles William Morris (1901-1979), nel definire il segno, inseriscono il punto di vista di chi guarda , ossia la capacità interpretativa dell’osservatore mentre poi Umberto Eco, allargando la prospettiva, passa dall’osservatore ad un fatto attribuibile a convenzione sociale.

Proponiamo quindi di definire come segno tutto ciò che, sulla base di una convenzione sociale previamente accettata, possa essere inteso come qualcosa che sta al posto di qualcos’altro”. (Trattato di Semiotica generale)

Pertanto nella comprensione del segno interviene anche la “convenzione sociale accettata“ e non semplicemente la lettura del ricevente. Di conseguenza i segni, siccome condizionati dalle varie culture, possono non essere comprensibili da una cultura ad un’altra.

Che cosa è il SIMBOLO?

Il termine simbolo, dal greco symbolon , è composto da sym (insieme) e ballein (mettere). A differenza del segno è un’espressione che rimanda non a qualcosa di preciso, ma a qualcosa di più ampio e la sua funzione è, proprio come dice il termine greco, quella di mettere insieme ciò che è noto con qualcos’altro, in questo caso con ciò che è estraneo, creando così una connessione che assume un nuovo significato.

Un esempio è il tatuaggio. Con esso si comunica ciò che non si riesce a dire per mezzo delle parole. E’ perciò una forma di comunicazione attraverso il corpo.

Abbiamo così simboli che vogliono dire tante cose, ad es ribellione, seduzione, oppure cambiamento, evoluzione, rinascita, libertà come nel caso del tatuaggio della farfalla.

Se i SEGNI rimandano a “qualcos’altro” che è un contenuto ben  preciso, i SIMBOLI rimandano a “qualcosa di più”, un contenuto che si amplia a dismisura.

Come dicevamo, i simboli, al contrario dei segni, allargano la visione invece di definirla e così i significati che riescono ad evocare acquisiscono un valore.

E siccome la funzione dl simbolo è quella di mettere insieme il noto con l’ignoto (o quanto meno ciò che è lontano dalla nostra esperienza), il risultato è che dalla connessione emerge un nuovo significato.

In fondo si verificano una categorizzazione e una formalizzazione visiva della realtà fenomenica, che di per sé è molto complessa.

Nei sogni si producono simboli e ciò avviene quando un elemento inconscio, affiorando alla coscienza, crea un collegamento fra due vissuti psichici distanti tra loro, anche per impedire che il vissuto che sta per affacciarsi alla coscienza sia di disturbo alla coscienza stessa, se è un fatto angosciante. Il risultato è appunto il SIMBOLO che indica un nuovo significato al quale chi sogna può accedere.

Karl Gustav Jung (1865- 1961) chiamava funzione trascendente la capacità di ogni essere umano di “trascendere” le differenze e le opposizioni interne creando qualcosa di nuovo (nuovo significato).

 

SEGNI e SIMBOLI: Le differenze

Per comprendere la differenza fra SEGNI e SIMBOLI prendiamo ad esempio il segnale di STOP che ha un unico e preciso significato: fermarsi immediatamente.

Se però lo stesso segnale di stop appare nei sogni, o in qualche immagine pubblicitaria, esso si trasforma in un SIMBOLO che può assumere diversi significati, come:

  • bisogno di bloccarsi o di bloccare qualcosa o qualcuno
  • impossibilità di avanzare in qualche contesto
  • bisogno di  mettere limiti
  • bisogno di fermarsi
  • ecc.

quindi il simbolo non è solo legato al puro e semplice significato, ma fa emergere un insieme di emozioni che, pur partendo dall’esperienza personale, possono elevarsi sul quotidiano, ampliarsi fino a raggiungere un valore universale (archetipi).

Un altro esempio per comprendere le differenze fra  SEGNI e SIMBOLI è la parola/concetto cuore.
Cuore è un organo del corpo umano e animale, determinante per la nostra esistenza, è un muscolo ma è anche un simbolo che rappresenta l’amore, la dolcezza, la dedizione; inoltre è un simbolo per comunicare all’amato il proprio innamoramento, è ancora un simbolo di approvazione affettiva e di adesione ( non a caso oggi è uno degli emoticon più usati nella comunicazione digitale).

In questo modo il SIMBOLO del cuore non solo accomuna le emozioni positive e gli affetti degli uomini nei confronti di tutti gli esseri viventi, ma, per gli umani, acquisisce una valenza archetipica.

Riassumendo:

  1. IL SEGNO DEFINISCE
  2. IL SIMBOLO AMPLIA

ma ambedue ci consentono di interpretare la realtà, di coglierne la molteplicità, la varietà e di esplorarne i significati.

COME NASCONO I SEGNI E I SIMBOLI

I segni e simboli servono per comunicare quindi nascono per permettere lo scambio di informazioni .

La loro origine risale alla preistoria, quando gli uomini primitivi disegnavano ad es.animali per indicare agli uomini cacciatori, che passavano dopo di loro, la presenza di un animale. Nel tempo si sono enormemente moltiplicati e amplificati.

In particolare il simbolo è una rappresentazione della realtà e in quanto immagine, sostituisce il concetto o i concetti cui rimanda, i vissuti, le interpretazioni stesse della realtà.

Noi viviamo immersi nelle immagini, segni o simboli che siano, ma siamo anche produttori di immagini se pensiamo ad es, al linguaggio non verbale e in particolare ai gesti che inventiamo o usiamo per trasmettere all’altro qualche esperienza, vissuto, impressione, insomma una informazione.

Nel linguaggio visivo, e in particolare in quello artistico, il segno può essere un punto, una
linea, una macchia di colore, prodotta deliberatamente e coscientemente per esprimere e comunicare un certo significato. Nello stesso linguaggio il simbolo può essere una macchia di colore, la raffigurazione di un oggetto qualunque.

Come abbiamo già detto, l’uomo sin dall’antichità ha tracciato forme, all’inizio semplici ed elementari ( pensiamo alle incisioni rupestri), poi mano mano più articolate, per rappresentare il proprio pensiero. Quando il segno , e siamo nell’ambito dell’arte, si trasforma da semplice tratto astratto a rappresentazione di una realtà data (un oggetto qualsiasi) allora diventa un simbolo.

Nei disegni dei bambini troviamo ad es. il sole ( cerchio giallo con raggi dello stesso colore) che sta a raffigurare il sole reale ma insieme è simbolo di luminosità, splendore, gioia, vita. Possiamo trovare migliaia di simboli non solo nel mondo dei bambini ma anche in quello degli adulti. Il cerchio dorato posto attorno alla testa di una figura di santo è simbolo di santità.

Con i segni e con i simboli gli uomini hanno comunicato in forma scritta i loro pensieri. Con i segni hanno espresso suoni e parole , con i simboli invece concetti. Comunque,entrambi sono mezzi di comunicazione.

E ora torniamo a Paolo Marzolo

Ci occuperemo brevemente dell’ultima opera dello studioso: il Saggio sui segni.

La domanda di Marzolo è: il segno cosa fa, non cosa è. Infatti nell’analizzare il processo per cui una cosa diventa segno Marzolo è categorico: “ l’essere segno non è una condizione della cosa ma sì un’azione di questa sopra dato oggetto senziente, o per meglio dire, si tratta di una condizione soggettiva di un essere senziente all’occasione di percepire un parte dell’oggettività……..il processo per cui diventa segno è quello dell’associazione.”( p.113)

Porta come esempio la boccia che si mette fuori dalle osterie. Essa è un segno di ciò che si fa nel locale: vi si mette il vino, si versa nel bicchiere, si beve.

Ma tutto ciò viene innanzi tutto percepito dai nostri organi sensoriali che dal fatto fanno nascere il segno. Il processo per il quale il fatto diventa segno tale è l’associazione. “ Perchè quando esperisco per la seconda volta quella cosa o fenomeno mi suscita la ricordanza delle cose notate quando l’ho percepita la prima volta (113). In altri termini: il segno nasce in associazione ad una cosa percepita e sempre per associazione possiamo riconoscerlo una seconda, una terza, una quarta volta, ecc.

Alla base di tutto, chiarisce il filosofo Bruno Lauretano che ha curato l’edizione dell’opera, c’è l’interazione fra tra uomo e mondo, tra la sfera soggettiva e quella oggettiva. Le esperienze sono il frutto di questa interazione , i segni sono la mediazione fra le due sfere e permettono all’uomo di rievocare le esperienze fatte ma mai di sostituirsi ad esse.

E però non sono solo rappresentazione della cosa: essi mettono in moto l’intelletto e i particolare attivano associazioni mnemoniche, attività intellettive che permettono di cogliere il rinvio dei segni alle cose reali. Grazie ad essi trasmettiamo informazioni. Pertanto sono mezzi di comunicazione e in quanto tali una invenzione certamente positiva ed utile.

Tuttavia possono anche essere portatori di effetti negativi, come quando si abusa del segno e precisamente quando il segno finisce per soppiantare la cosa e a costituirsi come punto di riferimento a sé stante. Oppure quando non è ben definito ciò che rappresentano e quindi risultano indeterminati e vaghi. Contemporaneamente sono ambigui tutti i segni che rappresentano cose diverse.

Volendo ancora approfondire un po’ il processo segnico, Lauretano evidenzia che le proiezioni relazionali del segno sono tre: una si dirige verso la cosa “significata”, l’altra che si rapporta alla soggettività del senziente, dell’interprete, la terza che si rapporta all’intero sistema (cosa – segno – senziente; senziente – segno – cosa e così via in un movimento circolare).

Quanto alla invenzione dei segni Marzolo dice che è spontanea e nasce dal popolo, mentre i linguaggi scientifici sono inventati dagli specialisti dei vari campi.

Il processo è, ancora una volta il seguente: si dà la cosa o il fatto, che viene percepito dal soggetto. Tale percezione forma il concetto o idea che a sua volta produce il significato della parola (segno).

Infine un accenno alla diversità dei segni. Sono equivalenti quelli che hanno caratteri di forma diversa presso le varie nazioni( il greco e il latino ad es.).Sono differenti quando non hanno una rappresentazione comune. Sono costanti quelli che rappresentano sempre la stessa cosa, mutanti quelli che passsano da una rappresentazione ad un’altra.

Sufficienti quelli che determinano una reminiscenza precisa, insufficienti quelli che avviano a una categoria di associazioni. Negativi quelli che escludono determinate maniere di reminiscenze, come il concetto di infinito.

Sono diretti quelli che hanno in loro la rappresentanza, indiretti quelli che comportano una modificazione nella rappresentanza del segno cui sono aggiunti. Lo zero ad es. avverte del posto che occupano gli altri numeri. I segni immediati sono ad es. i geroglifici perchè raffigurano direttamente la cosa; sono mediati invece le lettere dell’alfabeto.

Sono soggettivi i segni che rappresentano i sentimenti, mentre sono oggettivi quelli che rappresentano impressioni ricevute dal mondo esterno.

Per concludere: Paolo Marzolo è stato un antesignano nello studio dei segni e dei simboli e ci ha offerto una teoria, qui brevemente accennata, sulla loro origine e funzione, basata sull’analisi del linguaggio. La sua tesi è positivisticamente atteggiata e mostra come solo dal fatto e dalla cosa possa scaturire nel soggetto umano senziente la formazione dei segni.

Una scienza nuova, come egli scriveva, che partendo dal particolare, il fatto o cosa, assurge all’universale e fonda nell’esperienza concreta le nostre produzioni intellettuali.

Se Marzolo ci offre un contributo originale e interessante alla comprensione della formazione dei segni, non meno interessante e affascinante resta il vastissimo campo dello studio di segni e simboli, oggetti così diversi tra loro del cui mondo noi siamo abitatori. Soprattutto oggi.

Paolo Francescon Fotografo
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Filippina Arena dopo la laurea in Lettere e Filosofia, si è dedicata all'insegnamento, per oltre 30 anni, in istituti superiori di secondo grado pubblici e privati. Ha ricoperto negli anni diverse cariche nella SFI (Società Filosofica Italiana) e nell'AIF (Associazione Italiana Formatori), ed è autrice di varie pubblicazioni. Impegnata nel coordinamento di progetti formativi per adulti e nella gestione di corsi di formazione e training, attualmente, munita di titolo specifico, è disponibile ad effettuare consulenze educative ad adolescenti e adulti. Per richieste è contattabile su Linkedin oppure all'indirizzo filippina.arena@alice.it