L’amorale | Racconto di Cristina Lovadina

Olimpia ha solo avuto il coraggio di essere se stessa.
Una scelta esagerata, per una donna, alla fine degli anni Trenta. Eppure, negli archivi di San Clemente, a Venezia, si possono ritrovare numerosi esempi di vite simili alla sua.
La storia di Olimpia è narrata al tempo presente, cancella lo spazio e il tempo della vicenda e accorcia la distanza, forse l’annulla, con fatti della nostra contemporaneità.
Buona lettura.

L’amorale

Ho sentito urla di furore
di generazioni, senza più passato, di neo-primitivi
rozzi cibernetici signori degli anelli orgoglio dei manicomi.
Ho incontrato allucinazioni.
Stiamo diventando come degli insetti; simili agli insetti.
Shock in my town, Franco Battiato

Il vento furioso sceso dal nord insiste e spinge sulla finestra fino a spalancarla con uno sparo.
Nello studio del dottore entra il caos, ma lui non se ne cura. L’aria gelida e tagliente gli congela schiena e pensieri e, quasi, pare distrarlo dal puzzo che entra dal lungo corridoio appena fuori la porta, forzata ad aprirsi anche lei. Rispetto alle voci distorte che da tanto tempo ormai gli trapanano cervello e anima persino il suono che produce la corrente d’aria gli sembra un canto melodioso.
Tra le mani la testa. I gomiti, appoggiati sul tavolo, a tenere salda la cartella clinica che stava esaminando prima dell’arrivo dello sconforto e del vento. Dal fascicolo zeppo di bugie e ignoranza un foglio ribelle vola fuori dalla stanza per finire sotto alla scarpa felpata di suor Angela, soldato fedelissimo. Al regime.

«Loquace, ninfomane, ciarliera, instabile, impulsiva, irritabile, incoerente, nervosa, smorfiosa, instabile, impulsiva, clamorosa, stravagante, capricciosa, dedita all’ozio, eccitata, rossa in viso, civettuola, esibizionista, insolente, irriverente, irrequieta, menzognera, indocile, petulante, impertinente, piacente, erotica.»

«Mi lasci solo», dice lo psichiatra trattenendosi, suo malgrado, dal mostrare il profondo disprezzo per la Superiora entrata a riconsegnare il referto e comparsa all’improvviso come un gatto meschino e ficcanaso. Dalla bocca che le vede aprire non vuol sentire uscire neanche una parola, pensa mentre reagisce scattando in piedi per riprendersi con decisione il maledetto foglio, ringraziare e chiudere la questione con un eloquente e plateale gesto della mano.
Che l’ospite non gradita se ne esca, se ne vada, scompaia dalla faccia della terra. Sciò.
Un coup de théâtre come ogni tanto gli piaceva fare per confondere i suoi detrattori.
La donna, abituata alle stranezze di quel luminare di cui non ha nessuna stima, per un tempo infinito rimane con lo sguardo stretto e il braccio ingessato poi concede la vittoria della misera battaglia, o per lo meno l’illusione. Ricompone le mani in grembo sfiorando la pesante croce di metallo che le pende dal collo e a muso duro se ne va, chiudendo la porta dietro di sé.

Finalmente solo, il dottor Magnani si decide a sigillare la finestra. Guarda fuori le luci lontanissime della città che si affaccia sulla laguna e si consola nel silenzio della tregua e della tarda sera.
L’inverno è rigido in questo 1938, l’umidità che si allunga sull’isola e impregna i muri spessi e alti non dà scampo. Verrà, pensa l’uomo, piccolissimo dentro la cornice della finestra illuminata dell’enorme ospedale. La primavera verrà, ripete ora a voce alta, tenendo stretto al cuore il faldone dentro a cui ha rimesso con cura la scheda con annotate sintomatologia e terapia.

Ma verrà un giorno
che tutte quante
Oh oh oh oh oh oh…

Canta. Canta e sorride il dottore, perché è stonato e perché più matto delle sue pazienti. Come potrebbe rimanere vivo altrimenti.
Immerso nei loro deliri.
Nei loro abissi.
Canta che ti passa, Vittorio.

Devo farlo, per loro.
Per Iris.
Resistere.
L’animo umano è immenso, vi è sempre una strada che lo raggiunge, prima o poi si traccerà. Certo tranne che per quel gatto meschino. E ficcanaso. Anche se ha più qualcosa del cammello, o di uno spettro. «Uno spettro con i baffi e le gobbe» borbotta sghignazzando mentre guarda la cartella clinica che ha lasciato in ordine sulla scrivania, spegne la luce, chiude la porta e si avvia verso l’infernale carnaio.

La diagnosi

Il ricciolo castano che spunta dal laccio elastico pizzica il seno nudo su cui si è posato. Nello specchio ovale Olimpia si guarda raccoglierlo e acconciare la lunga treccia in uno chignon disordinato.
Dal balcone con i vetri aperti, in lontananza, Bologna freme per l’imminente visita del Duce. Ha i brividi, anche se è piena estate. Domani, 28 luglio 1937 compirà ventitré anni, pensa, mentre si alza e indossa il gilet in pendant con i calzoni del completo rubato al fratello carogna.

Sul letto, stesi con cura, sei corpi femminili assorti nella gioia solitaria dell’autoerotismo. La cosa più straordinaria che Olimpia abbia mai visto. Linee ininterrotte di grafite e intima felicità che si muovono come un’onda lungo uno spazio di libertà assoluta e privata. Osservate e ritratte dall’artista con incredibile maestria, il sesso, esposto senza vergogna e pudore, non è per il maschio che guarda. Sono corpi di donne che appartengono a loro stesse il cui piacere è un diritto e l’accesso una concessione. Non appartengono né all’uomo, né allo stato, né alla chiesa.
Olimpia si avvicina a sfiorarli con le dita, per sentire circolare ancora una volta la loro femminilità, animalesca, autentica, in cui si riconosce e di cui vuole scrivere.

Klimt aveva evitato la divulgazione di quei disegni, dopo che una commissione pubblica viennese gli aveva fatto una sorta di processo, ma l’artista non è più in vita e lei, merito la posizione facoltosa dei genitori e gli ambienti altolocati che ha frequentato durante gli studi, ha trovato il modo di ottenerne una copia di nascosto da tutti, facendosi beffa anche dei fratelli maschi, tre ragazzoni dai pettorali tronfi e un accenno di baffi, impegnati a vigilare sulla reputazione della famiglia e a compiacere il padre e la madre, Patria. Giovanni, il più grande dei tre, l’aveva scoperta e, senza voler sentire ragioni, le aveva strappato di mano proprio il suo preferito, «Nudo con gamba rialzata e occhi chiusi», ed era corso a scodinzolare dal padre mostrando la stampa e raccontando tutto. E la solenne convocazione era subito arrivata.

Olimpia ha ricevuto un’istruzione eccezionale per la sua epoca. Grazie a una serie di governanti e istitutori privati possiede una formazione letteraria, filosofica e artistica approfondite e parla, legge e scrive perfettamente l’inglese, il tedesco e l’amato francese. La selvaggia bellezza che dalla punta dei piedi la tende fiera e sinuosa fino al cervello, di un’intelligenza rara, uniti al carattere forte e alla sfrontata gioia di vivere, rendono la giovane donna una creatura singolare. Una minaccia, per la carriera del fervente ufficiale Pietro De Marsico, sorpreso dallo sviluppo fisico e intellettuale precoce della figlia, che credeva di aver addestrato a essere il perfetto soldato del suo personale esercito mentre lei, farneticando, aspirava ad altro.

Nel riflesso della porta finestra Olimpia incrocia la sua figura per intero, illuminata di rimbalzo dalla luce infuocata del palazzo di fronte; persa, in quei tessuti troppo ampi, perfetti per restituire l’immagine grottesca che va cercando. La giacca abbottonata malamente, un ultimo ritocco al viso a completare il tutto ed eccola pronta per andare in scena. Senza applausi e senza ritorno.
Testarda e fiera, esce dalla sua stanza e si dirige verso il salone. Il freddo del marmo scorre sotto i piedi come una scarica elettrica che a ogni passo la incoraggia di più. Non fa caso a Giovanni che, scuotendo la testa, la guarda percorrere il lungo corridoio e aprire la porta senza esitare.

Sul palcoscenico la tragedia comica è allestita come da copione.
La madre, Margherita, seduta con le gambe accostate di lato, occupa solo un angolo della poltrona, per non disturbare con la sua esistenza. È una luce che brilla solo ai ricevimenti, quando scivola lungo la serata, bravissima nel controllare la mise en place e a non esprimere mai un’opinione. Perfetta, nell’elegante abito di turno con cui finisce appesa nell’armadio in attesa della prossima occasione. Il marito, in divisa, in piedi e avanti un passo rispetto a lei mostra invece tutta la delusione per quella figlia pagliaccio. Con disgusto la guarda ma non la riconosce più. La ascolta delirare, di una carriera come critica d’arte, di «voce in capitolo in un mondo riservato agli uomini», vuole scrivere di «ideali di emancipazione, libertà, consapevolezza.» E si ostina a parlare di amore, motivo per cui si rifiuta di accettare quel matrimonio combinato con un uomo senza intelligenza e fantasia che le fa ribrezzo, con cui men che meno vuole fare dei figli e che non è la sua priorità. No.

Nella stanza la collera del padre è grande quanto il silenzio teso che si è creato. Olimpia la riconosce dalla tempia battente e la vena visibile sul collo. Fin da piccola ha imparato che è un momento in cui non c’è proprio niente da ridere ma il vecchio cane bassotto non si è mai curato di questioni umane e quelle dita che spuntano, appetitose -da sotto ai calzoni-, sono irresistibili.
Come il solletico che fa quando le lecca con la lingua di carta vetrata.
Come la risata che le scappa e risuona con un eco sproporzionato dal soffitto alto.
Come il coraggio, di una consapevole pazzia.

Il ricovero

Senza tanti complimenti i due energumeni sistemano la nuova arrivata sulla sedia, sorprendendo Vittorio e Irma intenti a leggere un articolo scientifico sulle nuove terapie sperimentate su alcuni malati mentali. Con lo stesso piglio i due uomini buttano i documenti di accettazione sul tavolo e se ne vanno senza dire una parola. Fuori, in corridoio, dottore e infermiera -amici e alleati-, vedono il ghigno soddisfatto della madre Superiora. Senza bisogno di dire niente Vittorio va a chiudere la porta in faccia alla suora mentre Irma si avvicina alla donna e, con delicatezza, le sistema la sottoveste che si è sollevata troppo sulle gambe. Accosta il soprabito leggero, libera il viso dai capelli e le mette un panno sulle spalle. Di prima mattina il caldo dell’estate si fa già sentire, ma non conta. Loro tremano, succede sempre.

Vittorio si fa invisibile e rimane sulla porta. Vuole lasciare fiato e dignità a quel fagotto a cui spettano giorni cupi e di cui dovrà conquistare la fiducia. Padri, fratelli, zii, sacerdoti, poliziotti, giudici. Uomini. Tutti padroni della loro vita e del loro corpo, le fanno portare via nella notte con quel che hanno addosso e poco più, confuse dal sonno e scioccate dal tradimento, per poi cancellarle dalla memoria appena uscite dalla porta. Una vergogna su cui tracciano una linea di cui, dal mattino dopo, non parlano più. Che siano contadine o madame poco importa, molto spesso a casa salve e sane non ci tornano. Deve farsi riconoscere, il camice immacolato non basterà.

Anche Irma sa bene, ormai, che quando suor Angela si scomoda fino all’ambulatorio è perché si tratta di una paziente a cui rivolgerà particolare cura. Una di quelle su cui si accanirà, in nome di quella croce da cui non si separa mai. Così massiccia da lasciare i segni sul collo a cui è appesa, a ricordare che la sofferenza è l’unica possibilità di redenzione. Gloriosa, con una preda magnifica come questa.
In ginocchio di fronte alla giovane donna, lo sguardo dell’infermiera è dolcissimo e le mani sono strette a infondere forza. Vittorio guarda incantato le due. Intravede in quel profilo in controluce una bellezza che andrà perduta e sente il cuore subire una scossa.
Come fanno a volte i ricordi, che si presentano quando pare loro, gli torna in mente il giorno in cui ha messo piede in quell’ospedale dove, rinunciando a tutto, ha scelto di fare la sua parte, come uomo e psichiatra, nemico di un regime che prende in considerazione l’identità femminile solo se adatta al «nuovo clima spirituale». Il discorso di benvenuto dell’ancella di Dio non lo dimenticherà mai più. «Nelle pazze morali si inceppa qualcosa», gli disse tra le altre cose – gelida – la Superiora, «non tanto un organo nella testa o nella sfera genitale ma un istinto che smettendo di funzionare nella direzione giusta le rende qualcosa di osceno e le colloca nella dimensione dell’innaturale che si manifesta nel desiderio di allontanamento dal focolare domestico, nel rifiuto del matrimonio e, soprattutto, nel disprezzo del ruolo materno. La sola e unica cosa che divinizza la donna e le rende veramente pari all’uomo.»
Farà di tutto per spezzarla nel corpo e nella mente e lui deve fare in modo di farsi ascoltare, supplicarla di fingere, dovesse servire. A questo pensa mentre, impedendosi per l’ennesima volta di mostrare il minimo cedimento e sperando in un caso di reale follia, con lentezza si rimette a sedere.

La donna, vedendolo avvicinare, cambia atteggiamento. Seppur con gentilezza, lascia la mano a Irma che si mette seduta vicina ma in disparte. Si irrigidisce, stringe al corpo tutto il tessuto che può e guarda dritto in faccia l’uomo dall’altra parte del tavolo.
Vittorio è preparato a tutto, ma la stilettata che lo sguardo ambrato di quel muso irriverente gli impartisce è, invece, totalmente inaspettata.
L’impulso animale, che la ragione non fa in tempo a controllare, corre veloce lungo le fibre della carne e lo disorienta. Altre volte il desiderio fisico lo ha sorpreso in momenti inappropriati e inconcepibili; come medico è sempre stato capace di codificarlo in mere questioni meccaniche mentre, come essere umano, ha imparato a conoscersi profondamente e a concedersi quei privati – e a tratti oscuri – momenti di fragilità come una salvifica manifestazione dell’istinto di sopravvivenza dall’orrore di quei corpi scombinati ed esposti. E a perdonarsi.
Ma questo sentire è diverso. Profondo. Doloroso. Disperato. Se ne vergogna.

Proprio lei gli dà modo di uscire dall’impasse. Dopo un lungo istante durante il quale, in qualche modo, si ricompone, Vittorio si appoggia sul tavolo, avvicina i documenti, si toglie gli occhiali rotondi e senza mai smettere di guardarla mima con l’indice i due segni sopra alle labbra e con fare volutamente istrionico dice «Sapete, mia cara, qui da noi c’è un curioso, e repellente, esemplare di spettro, somigliante a un gatto con le gobbe, che due baffi come i vostri… se li può solo sognare.»
Le parole fluttuano nell’aria come se non sapessero dove posarsi fino a trovare il loro posto nel viso della donna, addolcito ora da un sorriso luminoso e disarmato. E le lacrime, finalmente libere di mostrarsi, cadono a sciogliere il carboncino con cui si era disegnata quelle due virgole alla Salvator Dalì.
È stato ieri, una vita fa. Buon compleanno.

La visita dura a lungo, il più possibile, come per tutte le altre volte, ma un po’ di più. Quando, suo malgrado, il dottor Magnani affida Olimpia De Marsico al personale addetto al ricovero la fa scortare da Irma e dalla precisa indicazione di ritenere la paziente soltanto in osservazione, viste le perfette condizioni fisiche e psicologiche che ha riscontrato. Una protezione che durerà poco. La paziente è la più ostinata di tutte. Ma per lo stesso motivo, una pianta resistente. Dai petali carnosi di un viola regale e misterioso. La promessa della speranza, «l’ultima a fuoriuscire dal vaso scoperchiato da Pandora, dopo che tutti i mali si riversarono nel mondo», come narra la mitologia greca.
Faceva così, il dottore forse un po’ pazzo anche lui, per resistere. Immaginava quel posto come un giardino di fiori recisi di cui si prendeva cura facendo di tutto perché non sfiorissero. Alle protagoniste delle storie che in un qualche modo sentiva più vicine dava nomi di fiori colorati. A lei, che lo aveva guardato e visto come un uomo, quello del suo preferito. L’iris. L’avrebbe chiamata Iris.

La cura

Lo spazio tra i denti mancanti di Rosa.
La prima cosa che metto a fuoco, di cui ho un chiaro ricordo.
Il marito la bastonava in testa per rimetterle a posto il cervello, convinto si fosse spostato perché, da un giorno all’altro, si era rifiutata di allattare l’ultimo degli otto figli. Non era rimasta ferma, le aveva colpito la bocca facendo saltare incisivi e cani.
Canidi. Canolli. Can
Forza, Olimpia.
Caaa. Nii. Ni.
Incisivi e caanini.
Rosa, un donnone dall’alito fetente, utile per resuscitare le morte, a quanto pare.
Mi viene da riddere ma non riesco.
La bocca è indolenzita, la lingua asciutta come l’estate.
Nel cranio picchia un martello.
Luce. Soffusa.
Sono distesa.
Rosa adesso balla.
Fa «mmm» e balla.
Fa sempre così quando è felice.
Ride e balla e fa «mmm».
Una grande porta appertaaa.
Riconosco il corridoio grigio come i camici.
Uno è bianco.
È del mio bel dottore che conosce il francese.
Battiti veloci.
Il mio riflesso sugli occhiali rotondi.
Ogni giorno più sfocato.
Nitido come al primo incontro, ai Vostri occhi.
Sì, avrei risposto. Sì.
Ma ora siete distratto.
Scomposto.
Battete l’indice teso sulla cartella che tenete stretta con l’altra mano.
Urlate. Con chi?
« —cise disposizioni di sospendere la terapia dello shock!».
TEC, TEC, TEC. Fa il matto.
Puzzo di umido e bestia.
Muovo il braccio.
Cerco una ciocca da arricciare sul dito, non la trovo.
Passo la mano sulla testa, è rasata.
Sul seno. Prugne secche.
Sul costato. Conto le osa.
Os — Osaa. Ossaa.
Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque.
Come le volte che mi sono risvegliata.
Le gambe, non le sento.
I piedi, non li ho più.
Irma. L’infermiera. Vicina da sempre.
Un panno umido sulle labbra.
Le parlo. Sono grata.
Non miii sente.
«Tra poco passa», mi dice dolcemente.
Sorrido.
Sorride.
Il dottore là fuori adesso è solo.
Piegato.
Volevano prendersi anche il cervello, sapete Vittorio?
Friggelllarlo.
Frigg
Frigggerlo.
E mi viene da riddere.
Cara Madre Santissima Superiora.
Prendetevi pure il mio corpo.
Mi tengo stretti i pensieri.
Li rimetto insieme.
Una storia alla volta.
Gigliola dall’ovale triste, stuprata quasi a morirne. Ha gradito la violenza, ne è stata complice, così hanno deciso gli uomini.
Lilia, bianca e morbida, il marito la malmenava per poi possederla. Un giorno l’ha rotta allora l’ha buttata.
Fiordaliso, la bellissima prostituta che tutti hanno preso fino a quando si è ammalata di sifilide. Non l’ho vista più.
Viola, che dondola guardandosi i piedi. La riga in mezzo ai capelli scuri. Una contadina troppo stanca per fare figli.
Dalia, la pianta carnivora con la bava alla bocca. Sempre a cercare, tra le gambe, la bella speranza. E pensare che voleva studiare.
Olimpia De Marsico, in arte Iris. Moi.
Non mi sono piegata, signore mie.
Per tutte voi.
Mi ricordo quasi tutto.
La corrente elettrica.
La scarica sulle tempie.
La tensione fino ai piedi.
I denti che stringono.
Le convulsioni.
Le braccia che mi trattengono.
Gli organi che si spostano.
Le ossa che si spezzano.
Il risveglio.
Il dolore.
L’amore.
Il nulla.
Rosa non balla più.

Ho sentito urla di furore
di generazioni, senza più passato, di neo-primitivi
rozzi cibernetici signori degli anelli orgoglio dei manicomi.
Ho incontrato allucinazioni.
Stiamo diventando come degli insetti; simili agli insetti.
Shock in my town, Franco Battiato

Il vento rabbioso sceso dal nord insiste e spinge sulla finestra deciso a volerla spalancare ma la Madre Superiora arriva in tempo per assicurarsi che sia ben sigillata e non si crei il caos.
Finalmente sola nella penombra del suo studio, si toglie il velo, libera la nuca quasi calva e rimane a guadare le luci lontanissime della città che si affaccia sulla laguna. L’inverno è rigido in questo 1938, l’umidità che si allunga sull’isola e impregna i muri spessi e alti non dà scampo. Ripensa a quel teatrante del dottor Magnani che ha lasciato poco fa, in piedi come uno stoccafisso, con quel referto in mano, e si gode – tronfia – la schiacciante vittoria.

«Loquace, ninfomane, ciarliera, instabile, impulsiva, irritabile, incoerente, nervosa, smorfiosa, instabile, impulsiva, clamorosa, stravagante, capricciosa, dedita all’ozio, eccitata, rossa in viso, civettuola, esibizionista, insolente, irriverente, irrequieta, menzognera, indocile, petulante, impertinente, piacente, erotica.»

Ci sono voluti mesi, ma finalmente quella donna oscena non avrà più di che dimenarsi. Lui ha creduto di poterla salvare. Ridicolo.
Piccolissima, una sagoma bianca nel rettangolo della finestra dell’enorme ospedale, fa la conta di un’altra anima redenta e dell’encomio che riceverà mentre un sorriso bieco si allarga sotto al naso. Nella tasca profonda della veste il suo piccolo grande segreto è al sicuro. Una chiave. Eredità, in letto di morte, della Superiora che l’ha preceduta. Con la mano trova a memoria la serratura in cui va infilata, sotto alla grande scrivania rettangolare di radica, la fa scattare e dal lato corto sfila piano un cassetto, piatto, lungo, invisibile agli occhi di tutti.

***

Ma verrà un giorno
che tutte quante
Oh oh oh oh oh oh…
Canta nel frattempo Vittorio, mentre anche lui guarda, in lontananza, le luci di Venezia.
Canta che ti passa.
Deve farlo, per loro.
Per Iris.
Resistere.

***

Tra documenti spinosi fatti sparire dalle cartelle cliniche di alcune pazze morali, oggetti personali di valore e altri segreti custoditi nel cassetto, Suor Angela estrae una cartellina di cartoncino nero, chiusa con un laccio rosso. La apre alla luce del lume da tavolo che accende per vedere bene le sue dita secche e nodose accarezzare i corpi nudi di quelle magnifiche donne erotiche. Sei disegni maledetti che le consegnarono il giorno in cui ricoverarono Olimpia e che la turbarono profondamente. Ne è stata stregata da subito, non è mai riuscita a liberarsene.
Il suo tormento, il suo piacere. La dannazione eterna.

***

L’animo umano è immenso, vi è sempre una strada che lo raggiunge, prima o poi si traccerà. Vittorio ne rimane convinto, malgrado tutto. Certo tranne che per quel gatto meschino. E ficcanaso. Anche se ha più qualcosa del cammello, o di uno spettro. «Uno spettro con i baffi e le gobbe» borbotta sghignazzando e traducendo in surreale ironia tutto il suo disprezzo per la Superiora e il dolore per Olimpia. Una lunga crepa invisibile che lo ha dimezzato per lungo ma che lo ha reso testardo il doppio. A questo pensa mentre, uscendo dal suo studio, guarda la cartella clinica che ha lasciato in ordine sulla scrivania, spegne la luce, chiude la porta e si avvia verso l’infernale carnaio.

***

Attorno al collo, d’improvviso, una stretta.
Il robusto laccio di corda è scivolato indietro e si è fatto cortissimo.
La grande croce di metallo preme sulla carotide.
Qualcuno alle mie spalle.
La forza è inaudita.
L’ossigeno manca.
Lotto ma la presa non allenta.
Cerco di graffiare gli occhi di chissà chi.
La finestra, il vetro, il riflesso.
Di me e di lei.
Cagna maledetta.
Ride di me, il donnone.
Sento il suo alito fetente.
Spalanco la bocca.
Nessun suono.
Un nuvolo di mosconi neri.
Le forze mancano.
Stupida. Stupida. Stupida.
Una dimenticanza.
La porta aperta.
Dio ne ha approfittato.
Eccola, la sua collera.
I polmoni bruciano.
Il fuoco dell’inferno.
Dunque così sia.
Così sia.
Amen.

Fa «mmm» e balla.
Balla e ride.
Ride, balla e fa «mmm».

***

Vittorio vuole sempre esserci quando è l’ora di cena e le pazienti si muovono per raggiungere la mensa. Sa che la sua presenza in un qualche modo genera una certa calma tra loro, di conseguenza, nessuna occasione per maltrattarle.
Oggi in particolare è proprio qui che ha bisogno di stare, tra chi si ostina disperatamente a vivere. Mentre si assicura che tutto proceda con ordine e che il personale si prenda cura dei casi più bisognosi scorge Irma. In fondo al lungo corridoio gli va incontro agitando le braccia, l’ultima volta che l’ha vista così è stato per la rissa tra le lesbiche.
L’ha lasciata ore fa a vegliare sul coma di Olimpia. Ora gesticola, lo chiama, con la faccia di sorriso e lacrime.
Il dottore le corre incontro.
Il cuore, redivivo, lo precede.
Tutto sembra succedere in uno spazio infinito e un tempo lentissimo.
Nella confusione della corsa a zig zag urta quel donnone di Rosa.
Di corsa anche lei, arrivando da dove non si sa.
Entrambi scivolano a terra.
Le pazienti si agitano, alzano la voce.
In aria volano i fogli di carta che la donna teneva abbracciati a sé.
Sei fogli con dei disegni in grafite.
Vittorio, tutto intero ma stordito, rimane seduto sul pavimento.
Ha l’espressione euforica del primo minuto che viene dopo una guerra.
Anche Rosa sta benissimo, si rimette subito in piedi.
Riacchiappa uno di quei fogli.
Lo tiene stretto con le braccia tese, balla in tondo.
E ride, come una matta.
Fa così quando è felice, Rosa.
Ride.
Ride e balla.
Ride e balla e fa «mmm».

__________________________

Cristina Lovadina è una designer appassionata di scrittura e fotografia, in particolare di ritratto.

Immagine di copertina © Margaret Iris.