L’architettura dei Nove racconti di J. D. Salinger

Note iniziali

Come un architetto, J. D. Salinger progetta la stesura dei Nove racconti nei minimi dettagli. Pone la stessa cura nei racconti e nei romanzi successivi, dove le storie dei personaggi spesso si intersecano: egli costruisce un edificio narrativo lasciando uno spazio dedicato alla famiglia Glass, alcune stanze vuote da riempire con personaggi di passaggio e un giardino in cui far crescere Holden Caulfield, protagonista del celebre romanzo.

Nove racconti, libro al centro del nostro interesse, esce per la prima volta in Italia, nella traduzione di Carlo Fruttero, e già in questa raccolta Salinger presenta alcuni personaggi della famiglia Glass, che saranno poi ripresi sia in Franny e Zooey, sia in Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione. I primi tre racconti della raccolta vengono pubblicati nel 1948 su The New Yorker, quando Salinger ha 29 anni, mentre l’ultimo esce nel 1953, quando ne ha 34; nel 1951, lo scrittore presenta il suo primo romanzo, Il giovane Holden, ricevendo da subito riconoscimenti internazionali che lo acclameranno come autore di uno dei romanzi di formazione più incisivi del secondo dopoguerra. Eppure sembra che la fama non sia l’interesse principale di Salinger, egli rimane concentrato in una produzione che continua a compiersi simultaneamente tra un disegno collettivo -la famiglia Glass- e uno individuale, grazie a raffinate analisi delle relazioni che intercorrono tra le persone di uno stesso nucleo oppure che sono frutto di incontri casuali.

Senza una preparazione all’opera salingeriana, risulta difficile cogliere certi riferimenti nei nove racconti, come la comparsa di alcuni componenti della famiglia Glass. Il Salinger affabulatore emerge soltanto dall’osservazione postuma del disegno completo tracciato nelle sue opere. Nella lettura dei nove racconti egli provoca nel lettore la sensazione che essi siano isolati l’uno dall’altro e che l’unica comune caratteristica sia lo stile narrativo, un crescendo lento in attesa del finale, mentre si possono scovare quei particolari disseminati nella pluralità di storie e di differenti contesti, che riconducono a una visione unitaria del mondo e dell’umanità.

Un giorno ideale per i pescibanana © Johnny Ruzzo

Lo stile

La scrittura è ricca di tratti colloquiali, studiata nei minimi dettagli, asciutta ed essenziale; i dialoghi caratterizzano i personaggi in modo inequivocabile e in alcuni racconti alcool e sigarette sembrano usati quasi come segni di punteggiatura, tanto sono calati nel normale svolgimento della storia. Compaiono poi piccoli dettagli, particolari celati in oggetti d’uso quotidiano e utilizzati per bilanciare la narrazione, che deve restare una storia comune e mantenere sottotraccia il personaggio, nell’eccezionalità del carattere oppure nell’azione che compie. Questa capacità di mostrare i fatti nel loro accadere, di lambire saltuariamente lo stato di coscienza dei personaggi, preferendo mantenersi in superficie e affidando i significati alle azioni, ai dialoghi e ai gesti, è funzionale a lasciare che sia il lettore a estrapolarli; quello che Salinger compie è un lavoro meticoloso, operato per mantenere la storia in equilibrio fino alle ultime righe, quando egli chiuderà abilmente il racconto, lasciando solo qualche indizio, spesso un dubbio e un finale aperto per una personale conclusione.

Biografia e contesto

La sua discendenza ebraica, l’interesse per le filosofie orientali e l’essere stato un soldato sul fronte europeo durante la Seconda Guerra Mondiale, aiutano a capire come l’uomo nato a New York nel 1919 sia diventato lo scrittore J. D. Salinger, uno dei nomi che lasciò traccia di sé nell’ambiente ricco di movimenti letterali e artistici fioriti negli anni del governo Roosevelt, che segnarono la cultura statunitense ed europea del XX secolo. Tale armoniosa sincronia, unita al genio creativo e alla purezza dello sguardo dell’autore, si esprimono in una scrittura pulita, nella precisione chirurgica della scelta delle parole e in una sensibilità trascendente quando descrive fatti e personaggi, quasi fosse un sismografo della realtà a lui contemporanea. Anche se in questo articolo diamo particolare attenzione a Nove racconti, le sue opere sono rappresentative della società americana degli anni ‘40 e ‘60 del Novecento e, come probabilmente fu l’intento dello scrittore, i suoi personaggi assurgono a simbolo della sua visione dell’umanità.

Lo zio Wiggly nel Connecticut © Johnny Ruzzo

Nella composizione dei nove racconti riconosciamo le tracce trasposte delle scelte di vita di Salinger: il bisogno di isolarsi dalla realtà e una ricerca dell’equilibrio tra opposti, ove coesistono tenerezza e ribellione, irritazione adolescenziale e saggezza antica; egli descrive stati dell’essere umano, a volte estremi, che evidenziano la sua peculiare capacità di essere nel contempo misantropo come un vecchio e innocente come un bambino. L’anomala personalità dello scrittore lo porterà a ritirarsi dalla vita pubblica a 46 anni, sebbene non smetterà di scrivere, solo di pubblicare.

Nella sua voluta frammentarietà, la raccolta in oggetto costituisce un accurato lavoro di sintesi: racconti comuni di personaggi particolari. Salinger ha il merito di raccontare storie che si calano nella quotidianità e le rendono semplici, per suscitare un’attenzione empatica da parte del lettore, fin quando uno straordinario accadimento o l’emergere imprevisto di una caratteristica di un personaggio rendono la short story speciale. Questa straordinarietà viene riportata dallo scrittore in modo del tutto ordinario, che si tratti di una morte, di un divorzio o dell’amico immaginario di un bambino; a nostro avviso appare come una sorta di affermazione di una identità provocatoriamente diversa, di una delicata ma decisa ribellione alle convenzioni del mondo perbenista da un lato e alla rigidità del mondo degli adulti dall’altro.

I Nove racconti

Il primo racconto è Un giorno ideale per i pescibanana in cui l’autore presenta Seymour e sua moglie; lui sarà il primo personaggio pubblico della famiglia Glass, la “famiglia di vetro”, e proprio nella fragilità e nella trasparenza del vetro si manifesta l’eccezionalità dell’architettura di Salinger: l’accidentalità della vita degli esseri umani e la potenza dell’innocenza dei bambini, con Sybil, una bambina incontrata durante la vacanza in Florida. I pescibanana sono una produzione immaginaria che permette il dialogo nel rapporto tra maturità e infanzia ma sono, al contempo, il simbolo di una guerra eccessivamente vorace, che mangia l’anima degli uomini, e l’autore la esprime nel paradosso di menti svuotate al cospetto di corpi che ingrassano a tal punto da non poter più uscire dalla grotta ove sono entrati per mangiare.

La posizione di apertura occupata dal racconto e la rilevanza dei temi costituiscono la dichiarazione di Salinger, sia rispetto al suo pensiero sia alle esperienze personali, che emergono e trovano una realizzazione attraverso la creazione artistica. Solo una profonda conoscenza della psiche umana poteva elaborare un finale così perfetto, anche da un punto di vista clinico. Si ravvisano quelle tematiche presenti, evidenti o velate, della sua intera produzione: la società -non solo quella americana- prigioniera del suo stesso materialismo, la guerra e i suoi effetti devastanti, la morte, che aleggia dovunque, il sottile confine tra genio e pazzia, illuminazione e disadattamento, e infine la purezza dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui i bambini sono ritratti come gli unici esseri in grado di capire e di vedere chiaramente il mondo (tema comune a Il giovane Holden).

Il secondo racconto, Lo zio Wiggily nel Connecticut, utilizza i dialoghi dell’incontro di due amiche, compagne di università, come pretesto per mettere a nudo lo squallore della provincia statunitense, fra pettegolezzi e discorsi frivoli, sigarette e bicchieri di whisky. A dare un precario senso alla propria esistenza saranno solo il ricordo di un amore perduto per un uomo morto in guerra (brevissimo accenno ad un altro componente della famiglia Glass) e una figlia che viene presentata dall’autore in una delle forme più tipiche del gioco dei bambini.

Alla vigilia della guerra contro gli Esquimesi © Johnny Ruzzo

Alla vigilia della guerra contro gli Esquimesi mette in scena i differenti modalità di rapporti, quello fra adolescenti, fra adolescenti e adulti segnati dall’esperienza della vita, oltre che fra classi sociali differenti. Il titolo, che allude al conflitto fra le due Coree, fa risuonare il tema della guerra, sempre presente nelle coscienze, oltre come allegoria del conflitto nelle relazioni tra individui. Non mancano poi richiami alla follia e al senso di disadattamento, parallelamente a evocazioni al tema dell’amore difficile o non corrisposto.

L’Uomo Ghignante è scritto in prima persona “da un bambino di nove anni”, unico racconto in cui Salinger utilizza la focalizzazione interna. In questo modo l’autore introduce il tema metanarrativo del senso e della fascinazione del raccontare, mettendo in luce il legame strettissimo fra arte e vita. È significativo, in questo senso, che la storia dell’Uomo Ghignante, raccontata ai bambini dal giovane Capo innamorato, abbia un brusco e tragico arresto proprio quando egli si rende conto della fine del proprio rapporto con l’amata, che l’io narrante percepisce quasi in modo inconsapevole ma profondissimo.

Nel quinto racconto, Giù al Dinghy, dopo il Seymour protagonista del primo, appaiono Boo Boo e Lionel, altri due membri della famiglia Glass. Qui, come si riscontrerà nel nono, rileviamo un cenno autobiografico: il senso di smarrimento e di ribellione del piccolo Lionel provocati nel bambino da una battuta antisemita che egli ha sentito pronunciare contro il padre. La narrazione si svolge come fosse una “sequenza unica”, la descrizione della scena partirà dalla cucina e seguirà Boo Boo, la madre di Lionel, fino alla barca in cui si è nascosto il bambino. Trasportando il ruolo madre-figlio in un altro piano, grazie all’utilizzo di un linguaggio metaforico come fosse un gioco o un diverso teatro della vita, Boo Boo riuscirà a fugare il dolore del figlio.

Giù al Dinghy © Johnny Ruzzo

Il racconto Per Esmé: con amore e squallore, è stato considerato da molti il vertice della raccolta, per la delicatezza con cui Salinger narra un breve, indimenticabile rapporto umano. Racconta di un fugace incontro fra due giovani -un soldato e una ragazzina- in una piovosa Inghilterra ed è costruito, nella prima parte della narrazione, attraverso un dialogo franco e poetico, con la partecipazione del fratellino di Esmè, a rendere ancor più peculiare il carattere determinato ed eccessivamente maturo della ragazzina; nella seconda parte emerge l’ironia di un Salinger che affronta nuovamente il dramma delle cicatrici indelebili della guerra attraverso un “incognito” sergente X.

Bella bocca e occhi miei verdi è uno scatto fotografico sul “conformismo della società americana” ma ancora una volta Salinger emerge in un tratto che appare più universale che locale: possiamo rivedere la scena descritta dall’autore nel film I mostri, episodio Come un padre, con l’interpretazione di Ugo Tognazzi e Lando Buzzanca. Nel testo non c’è alcun giudizio e nemmeno un’esplicita conclusione, eppure l’autore insinua il dubbio nel lettore, il quale si domanda se giungere all’ovvia conclusione oppure se lo scrittore stia solo giocando come ha già fatto nei racconti precedenti. L’ironia è tale che, probabilmente, l’inganno risponde all’inganno per salvare le apparenze e un senso, ormai inutile, di rispettabilità, nei rapporti umani e professionali.

Gli ultimi due racconti appaiono come i riflessi della ricerca spirituale che Salinger intraprende in modo metodico fin dagli inizi degli anni Quaranta, dapprima muovendosi verso il buddhismo mahāyāna e il buddhismo Zen, affascinato dai testi in lingua inglese di D.T. Suzuki, e successivamente verso l’induismo, attraverso l’ampia produzione di indologi occidentali, che in quel periodo storico se ne stavano occupando.

Il periodo blu di De Daumier-Smith narra la storia di John Smith, un giovane fantasioso che si finge insegnante di disegno, e del suo tentativo di avviare una relazione epistolare con Suor Irma; anche in questo racconto emerge sottilmente l’ironia e l’architettura di Salinger: la scelta del doppio cognome, De Daumier Smith potrebbe essere ben resa in italiano come Caravaggio Rossi, accostamento che suona come simbolo degli opposti che convivono nel sarcasmo della vita – per questa acuta osservazione ringraziamo Simply Salinger.

Teddy © Johnny Ruzzo

Il racconto finale, Teddy, completa la simmetria della raccolta, essendo specularmente affine al testo di apertura e, allo stesso tempo, non può che essere quello conclusivo. I riferimenti alla dottrina del Vedānta sono precisi e raffinati, dimostrazione della sua conoscenza e corrispondenza, dal punto di vista autobiografico, della sua scelta; parole sagge e concetti metafisici sono pronunciati da un bambino ‘geniale’, a rimarcare la purezza dell’infanzia e della verità escatologica che rappresenta. Salinger conclude la raccolta con una grande sottigliezza: possiamo supporre che le riflessioni di Teddy siano la fine e il senso dei nove racconti, così come Vedānta, crasi delle due parole veda e anta, dove anta significa sia “la fine” sia “il fine” dei Veda.

Le immagini a corredo dell’articolo sono di Johnny Ruzzo, illustratore newyorchese, che ha tratto ispirazione dalle storie e dalle atmosfere dei Nove Racconti per una serie di dipinti che rappresentano, ciascuno, uno dei racconti della raccolta.