Nostalgia, il nome moderno di un sentimento antico

Nostalgia. Homesickness. Mal du pays. Heimweh. Heimwee. Nostalgia.
Nostalgia è il nome moderno di un sentimento radicato fin dall’antichità nell’animo umano, ma solo qualche secolo fa uno studente di medicina ha sentito il bisogno di codificarlo.
L’epifania di questa parola si attribuisce all’alsaziano Johannes Hofer (1669-1752), laureando in medicina in una tesi dal titolo Dissertazione medica sulla Nostalgia, ovvero Heimwehe presso l’Università di Basilea. Il suo studio focalizzò l’attenzione sui frequenti sintomi psicosomatici da cui risultavano affetti i soldati mercenari svizzeri in trasferta all’estero o comunque lontano da casa.
L’analisi del sentimento che compie l’autore si conclude affermando che la nostalgia produce effetti nell’equilibrio fisico e umorale dei soldati, a causa della distanza dalla propria terra, conseguentemente mette in evidenza la casa come modello principiale dell’ambiente naturale in cui si è cresciuti, naturale in senso esteso perché coinvolge il luogo, le persone e la patria.

La parola

In molti Paesi la parola nostalgia non viene tradotta e spesso, nell’uso comune, è affiancata da altre che nascono dall’unione che rispetta fedelmente la costruzione del termine inventato da Hofer che utilizza due parole del greco antico: nóstos, che significa “ritorno” con particolare riferimento al ritorno in patria, e álgos, che si può tradurre sia con “dolore” sia con “tristezza”, così che il suo significato letterale è “sofferenza del [mancato] ritorno” e si può parafrasare dicendo che nοσταλγία si riferisce al sentimento di un animo reso triste dall’ardente desiderio del ritorno in patria-casa. Penso che oggigiorno il senso di questo sentimento si sia ampliato e che quel concetto di patria-casa sia interpretabile come archetipo di luogo-persona a cui diamo un particolare valore.

Tale complessità semantica trova corrispondenza con le parole elencate all’inizio dell’articolo: ognuna di esse è composta da “casa” e “sofferenza/dolore” (ciò vale per la lingua inglese, francese, tedesca e olandese; lo spagnolo, il russo o il polacco mantengono il termine originario nostalgia).
Prima eccezione in questo panorama linguistico è il portoghese. Oltre a mantenere il sostantivo così com’è, la lingua romanza ne affianca un altro che è una sua peculiarità: saudade. Tradotto come melanconia, la definizione di saudade è spiegata dallo scrittore Antonio Tabucchi come un senso di nostalgia tanto legato al ricordo del passato quanto alla speranza verso il futuro.
Altra eccezione: riporto fedelmente da L’ignoranza di Milan Kundera “Una delle più antiche lingue europee, l’islandese, distingue i due termini: söknudur «nostalgia» in senso lato; e heimfra «rimpianto della propria terra». Per questa nozione i cechi, accanto alla parola «nostalgia» presa dal greco, hanno un sostantivo tutto loro: stesk, e un verbo tutto loro; la più commovente frase d’amore ceca: stýská se mi po tobě: «ho nostalgia di te»; «non posso sopportare il dolore della tua assenza». In spagnolo, añoranza viene dal verbo añorar («provare nostalgia»), che viene dal catalano enyorar, a sua volta derivato dal latino ignorare. Alla luce di questa etimologia, la nostalgia appare come la sofferenza dell’ignoranza.”

Nostalgia, dunque, è un sentimento che si sovrappone a differenti stati d’animo, racconta un sentire antico che assomiglia a un’inquietudine, un’irrequietezza che evoca il ricordo di ciò che amiamo come pure invita alla ricerca di ciò che non conosciamo ma di cui, in qualche modo, abbiamo percezione. Provo qui a cercarne il motivo e mi aiuto compiendo un viaggio letterario.

La nostalgia prima di Hofer

Scelgo due classici come esempio: l’Odissea e la Divina commedia.
Nell’Odissea di Omero non compare il vocabolo nostalgia ma possiamo supporre che il giovane Hofer abbia trovato proprio nel proemio del poema gli elementi utilizzati per comporre il neologismo.
Ai versi 4-5 si parla di Odisseo che
dovette patire molte sofferenze nel suo animo
per salvarsi la vita e assicurare ai compagni il ritorno.

Il ritorno fu privato ai compagni di Ulisse/Odisseo perché profanarono il sacro e furono puniti dagli Dei, così come si enuncia ai versi 7-9

Con la loro empietà si perdettero,
stolti, che mangiarono i buoi del Sole
Iperione: ad essi egli tolse il dì del ritorno
.

Sembra dunque che in queste strofe sia delineato per la prima volta il tema della nostalgia del protagonista per la patria; di seguito, il decimo verso “Racconta qualcosa anche a noi, o dea figlia di Zeus” evoca la musa, figlia di Zeus e di Mnemosine, che è la Memoria. È forse il ricordo causa di quel sentimento nostalgico che pervade anima e corpo? È il timore di qualcosa che è andato perduto e che non potrà più ri-tornare al suo stato originale? In questi termini, il sentimento di tristezza e sofferenza d’animo diventa irrinunciabilmente legato alla memoria.

La liaison tra nostalgia e memoria è il desiderio di avere nuovamente ciò che non c’è. L’espressione il “giorno del ritorno”, ricorrente nel poema, si carica di significato sia in termini di attesa e di speranza, sia in termini di passione come amore, il valore attribuito alla patria e a Penelope, e come dolore, la distanza spaziale e temporale che si frappone tra il protagonista e gli oggetti-soggetti del desiderio.

Il fattore temporale diventa così una sorta di gioco che alimenta una visione del passato trasformata in prospettiva futura: senza rimembranza non potrebbe esserci il rimpianto per qualcosa che nel “qui e ora” non è presente, senza ricordo non si potrebbe alimentare il desiderio e la volontà di superare incredibili prove pur di ritornare. Il tempo, però, nella sua natura intrinseca cela l’inganno dell’eterno divenire: solo l’Assoluto è infinito mentre il mondo manifestato, e con lui tutti gli esseri viventi, è sottoposto all’impermanenza, alla condizione del mutamento e, durante l’assenza, chi è partito e chi è rimasto ha vissuto un diverso cambiamento dettato dall’esperienza. Per tali motivi la nostalgia omerica sembra privilegiare una dimensione temporale-interiore rispetto a quella spaziale-esteriore.

Nella Divina Commedia , i primi versi del canto VIII del Purgatorio, con la loro irresolubile ambiguità sintattica con effetto di sfumato, sono indicati dagli studiosi danteschi come esempio di nostalgia dell’esule per la patria:

Era già l’ora che volge al desio
Ai navicanti e ‘ntenerisce il core
Lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more
.

C’è una nostalgia ancor più radicata, quella “che s’asconde sotto il velame delli versi strani”, e cioè quella verso la tradizione antica che Dante conosce ed è parallela alla nostalgia intesa come desiderio di conoscenza; è proprio quell’irrequietezza dantesca ad affascinarmi maggiormente, quella sua tensione interiore che spinge il poeta a scrivere l’opera e l’uomo a intraprendere il viaggio.

La nostalgia dopo Hofer

In questa parte mi limito a riferimenti dalla letteratura italiana del Novecento. Come scrisse Pavese, la nostalgia “serve a ricordarci che, per fortuna, siamo anche fragili”. Come lui, Ungaretti e Montale, Levi e Rigoni Stern, Calvino e Moravia, Morante e Ginzburg, hanno espresso un profondo sentimento di nostalgia per qualcosa che è stato perduto per sempre, altre volte, invece, sarà proprio la nostalgia a portar loro conforto.

NOSTALGIA

Quando
la notte è a svanire
poco prima di primavera
e di rado
qualcuno passa

Su Parigi s’addensa
un oscuro colore
di pianto

In un canto
di ponte
contemplo

l’illimitato silenzio
di una ragazza
tenue

Le nostre
malattie
si fondono

E come portati via
si rimane

Giuseppe Ungaretti, Nostalgia
scritta il 28 settembre 1916 quando è sul Carso a combattere.

Il secolo scorso, segnato da due guerre mondiali e dal successivo boom economico, che ha spazzato via le memorie del passato perché proiettato unicamente al futuro, ha visto il passaggio di grandi uomini e donne, maestri di scrittura che hanno avuto il coraggio e la capacità di mostrare le sfaccettature della fragilità dell’essere umano e la sua determinazione a sopravvivere alla “caduta degli dèi”.

Ritorno spesso alle poesie di Andrea Zanzotto, poeta che più di tutti può essere investito del titolo di “poeta della nostalgia”: Tabucchi lo definisce “perfettamente consapevole di essere un poeta antichissimo posto dal caso nella nostra contemporaneità, uno di quei vati che come i presocratici raccolgono le voci del cosmo o quelle che circolano nel nostro profondo. Della rara famiglia dei poeti “lunari” (quella di Hölderlin, Rilke, Pessoa, Kafka, ma prima di tutto in Italia Leopardi), Zanzotto ha ricevuto dal regno di Selene la voce per esprimere i suoni che sua sorella Gea gli trasmetteva attraverso le suole delle scarpe: le parole per dire qualcosa che non sapevamo e che conosciamo soltanto leggendolo”.

Le poesie di Zanzotto emanano una melanconica nostalgia di tutto ciò che è stato, del dialetto e del filò, delle stalle cadenti, del fiume e del paesaggio arcaico, delle domande esistenziali a cui l’uomo moderno non vuole più dare ascolto e dell’amata natura a cui egli stesso dice di appartenere attraverso un legame vitale che si fa presente attraverso tutti i sensi: «il miele odoroso», il rimbombo del tuono nella valle e le luci dei monti. Quali versi scriverebbe oggi il poeta, costretto -forse- a rinunciare alla sua quotidiana passeggiata lungo il Soligo?

Già per voi con tinte sublimi
di fresche antenne e tetti
s’alzano intorno i giorni nuovi,
già alcuno s’alza e scuote
le muffe e le nevi dai mari;
e se a voi salgo per cornici e corde
verso il prisma che vi discerne
verso l’aurora che v’ospita,
il mio cuore trafitto dal futuro
non cura i lampi e le catene
che ancora premono ai confini
.

da Quanto a lungo, Dietro il paesaggio

Il Novecento è uno scrigno prezioso di autori che hanno visto, vissuto e scritto l’orrore della guerra e che, come i soldati di Hofer, hanno sofferto per la lontananza da casa e più ancora per la mancanza di umanità che ha segnato quegli anni.
Cosa è cambiato oggi? Verso cosa proviamo nostalgia? La recente esperienza di limitazione della libertà per far fronte a un’epidemia mondiale ha modificato la nostra percezione di nostalgia?

Lascio a Primo Levi la chiusa di questo viaggio letterario:

Quando si lavora, si soffre e non si ha il tempo di pensare: le nostre case sono meno di un ricordo. Ma qui il tempo è per noi: da cuccetta a cuccetta, nonostante il divieto, ci scambiamo visite, e parliamo, e parliamo. La baracca di legno, stipata di umanità dolente, è piena di parole, di ricordi e di un altro dolore. «Heimwech» si chiama in tedesco questo dolore; è una bella parola, vuol dire «dolore della casa».
da Se questo è un uomo