La nonnitudine di Fulvio Ervas, una riflessione sul futuro

Nominare Fulvio Ervas, dopo il successo cinematografico di Finché c’è prosecco c’è speranza tratto dal suo omonimo libro, potrebbe essere fuorviante: l’ispettore Stucky non è l’unico protagonista della sua ricca produzione letteraria, seppure per i tipi della Marcos y Marcos, lo scrittore ha pubblicato una serie di romanzi ambientati nel Nordest che vedono come protagonista l’ispettore italo-persiano (Pinguini arrosto -2008, Buffalo Bill a Venezia – 2009, Finché c’è prosecco c’è speranza – 2010, L’amore è idrosolubile – 2011, Si fa presto a dire Adriatico – 2013).

Nonnitudine è un’altra cosa. È una riflessione sulla vita molto più affine a romanzi precedenti come Se ti abbraccio non aver paura (tradotto in 9 lingue, vincitore del Premio Anima e del Premio Viadana giovani, Libro dell’anno 2012 degli ascoltatori di Fahrenheit Rai Radio3) o Tu non tacere, storie vere che Ervas sa raccontare con una scrittura semplice e pulita, proprio come le vicende che narrano; dietro lo scrittore resta vivo lo spirito di ricercatore e sperimentatore scientifico, quel ruolo di insegnante di scienze naturali che è il suo primo lavoro.

È proprio questa commistione tra spirito d’osservazione scientifica e occhio sensibile d’uomo moderno che caratterizzano il suo stile. Nonnitudine è il libro in cui quest’equilibrio viene sbilanciato, nel piatto della bilancia l’esperienza autobiografica ha un peso maggiore nonostante l’io narrante sia nascosto da un “lui” che non vuole avere un nome, se non il ricordo di un tale Pietro Stocco, detto Sfogo. Questa esperienza inimmaginata trova lo scrittore impreparato, le sue conoscenze tecnico-linguistiche non sono sufficienti a gestire l’impatto emotivo che il cambio di ruolo, da padre a nonno, scaturisce nel suo modo di essere.

Fulvio Ervas e Loredana Lipperini a CartaCarbone Festival Letterario 2017

Dopo un primo momento disorientato, ecco che prevale il metodo e la curiosità di un insegnante scrittore, sempre pronto a stare al passo con i cambiamenti, cercando di approfondire ogni sfumatura che questa nuova condizione mette in luce. Per Ervas i fatti della vita offrono uno spunto per ampliare l’orizzonte di conoscenza, di se stessi e del futuro collettivo: una responsabilità comune verso luoghi da preservare e persone di cui prendersi cura.

Nel romanzo Nonnitudine, Ervas indaga nella storia delle persone anche attraverso il confronto con vecchi amici di un gruppo dedito alla geostrategia, come se l’essere nonni, di questi tempi, richieda una nuova analisi, o solo perché è necessario immaginare il futuro per lasciare degli insegnamenti ai nipoti.

INTERVISTA

Nonnitudine: possiamo dire che hai creato un neologismo, anche se non entrato ancora nella lingua italiana, per indicare una sorta di “malattia autoimmune”: come ti sei sentito quando l’hai scoperta?

È una parola che, almeno occasionalmente, è usata. Credo che nei romanzi ancora non ci sia, perché non è frequente riflettere su un tempo biologico, cioè sulle trasformazioni fisico-emotive. A me è venuta cercando una coordinata per definire una fase della vita. Nello spazio basta una longitudine e una latitudine per identificare un luogo. Ma nella vita, oltre lo spazio, c’è il tempo e l’emotività ad esso sottesa: nonnitudine è una coordinata emotiva.

Perché dici che diventare nonni è un lusso?

Se allarghiamo lo sguardo dal nostro mondo, al mondo, vediamo che la vita è assai più breve, che i bambini patiscono condizioni tremende, che la circostanza di essere un sessantenne con un nipote lontano da rischi di guerra, violenza e povertà, è un privilegio. Oltretutto, avere gli strumenti per riflettere sulla nonnitudine è un lusso intellettuale e il lusso risiede non in qualche sfarzo di oggetti e doni, ma nell’opportunità di affinare la comprensione di te stesso. Un bambino può pulirti gli occhiali con cui guardavi, malamente, la vita e il mondo.

Visitors at village on the Lake Sevan, Armenia, 1972 © Henri Cartier-Bresson /Magnum Photos

Che rapporto ha questa fase della vita con il tempo?

Avere percezione profonda del proprio tempo biologico, non del banale calendario, è una faccenda complessa. Riconoscere le tappe di cambiamento del proprio corpo, prepararsi ad esse, avere coscienza dei cicli emotivi, dei cambiamenti delle mappe mentali, è un duro lavoro, affascinante e denso di senso. Bisogna esercitarsi per invecchiare (processo bellissimo la cui alternativa è morire) affinché si approdi ad una persona leggera come l’elio e non a un vecchiaccio plumbeo tutto baricentrato sui suoi acciacchi e sulle occasioni mancate. Io intendo la vita come un’opportunità qui, e non prevedo un paradiso.

Cito una frase del libro: “L’imprinting ha a che vedere con la verginità della mente, con la sua progressiva costruzione”. Quali sono, secondo te, gli imprinting più importanti nella vita degli uomini del XXI secolo?

Per quelli della mia età, gli imprinting maggiori sono novecenteschi: penso alla costruzione dell’Europa, penso alle lotte sociali, a un certo senso morale. Questo, quasi, ventennio del XXI secolo è all’insegna della velocità e penso che la velocità stia condizionando i modelli mentali di moltissime persone. Peccato che stare alla guida di una vita veloce, o velocizzata, presupponga grande abilità per non schiantarsi. I social mi dimostrano che ci si schianta molto molto facilmente.

In Nonnitudine la risata dei bambini ha un peso rilevante, perché?

Perché rivela che tutti abbiamo avuto dei momenti di felicità. Abbiamo avuto persone e situazioni che ci hanno smosso emozioni profonde e intrattenibili. Essere felici è alla portata di ciascuno. Come diceva Gianni Rodari bisogna rendere felice un bambino più che fornirgli subito grandi schemi interpretativi del mondo. Consolidiamo la sua fiducia nella vita prima di tutto. Un bambino infelice, magari profondamente infelice, che cittadino sarà e come potrà una tale persona governare utilmente delle comunità?

Una preoccupazione del protagonista: “andava convincendosi che il mondo stesse prendendo davvero una brutta piega”, per Fulvio Ervas qual è la piega più grave?

Se due quindicenni psichici, uno in Corea e uno negli USA, stanno giocando con la dimensione del loro pulsante, può il mondo sperare che non accada un altro grande conflitto?

Una parte del libro è un racconto che sembra un testamento, sono dunque i libri l’eredità più importante che possiamo lasciare ai posteri?

Credo che l’esempio che si può, e si deve, immaginare funga da testamento per i posteri. I libri sono uno dei prodotti dell’immaginazione. Anche immaginare un mondo senza imbecilli è una bella eredità.

Fulvio Ervas cela una grande ironia nell’atteggiamento di chi è affetto da nonnitudine, alcune sue risposte sono domande a cui è doveroso dedicare almeno una riflessione.
Buona lettura!