(Non) è Francesca di Paolo Bigotto

Continua la rassegna settimanale dei 12 racconti finalisti del concorso de Il Portolano con (Non) è Francesca, secondo classificato di Figuracce. Dal 20 marzo al 5 giugno ogni martedì una storia umoristica, ironica o riflessiva, una figuraccia!

Il secondo posto è stato assegnato al racconto di Paolo Bigotto con questa motivazione della giuria:

È un racconto rocambolesco, pieno di citazioni tratte da film, tivù, sport, canzoni; luoghi quasi mitici del consumismo, del divertimento grossolano e dell’avventura a buon mercato. In tutta questa sagra dell’eccesso, accade la figuraccia, unica dimensione che può aprire a una specie di verità: spesso incaselliamo le persone che incontriamo – e soprattutto noi stessi – in cliché piuttosto banali. La scrittura è scoppiettante.

Paolo Bigotto e il Presidente di giuria Antonio Bortoluzzi mentre legge la motivazione del premio

(NON) E’ FRANCESCA

«Certo che la conosco, è mia moglie».

Ricapitolando: hai appena detto a un noto produttore di salumi che la compagna della sua vita ha un torbido passato da vegana cripto-animalista (e pure un po’ zoccola); ti rendi conto che è una colossale figura di merda, ma ti interessa il giusto e soprattutto non ritieni di doverti scusare.
Tutto questo deve avere una ragione: la mia si chiamava Francesca.

Galeotto fu un film iraniano dalla trama discutibile, che lei mi convinse a vedere, rinunciando alle facili risate del mio solito cinepanettone. Le pagai pure il biglietto.
Francesca mi entrò dentro come neanche Marco Van Basten era mai riuscito a fare.
Ero cresciuto con le ragazze di Non è la Rai, rischiando per questo la cecità precoce. Con lei mi addentrai nel meraviglioso mondo di Rai Tre, trovando un po’ di svago solo nelle videocassette di Drive-in, che guardavo a sua insaputa.

La domenica basta stadio, per accompagnarla a mercatini rionali equo-solidali; in estate basta calippo in spiaggia, per seguirla alla scoperta di rifugi di montagna raggiungibili solo in ferrata; e poi naturalmente basta hamburger e coca cola, per assecondarla con quello di tofu e con le specialità della ristorazione vegetariana indiana.

Mollai anche Giurisprudenza per iscrivermi a Sociologia, famosa all’epoca per le manifestazioni contro la cultura imperante della salsiccia e a favore del ritorno alla madre terra (pachamama era il grido di battaglia del presidente del comitato studentesco, un comacchiese fuori corso che si spacciava per peruviano di Cuzco solo per portarsi a letto le compagne di battaglia, riuscendoci alla grande); per questo mio padre fu colpito da paresi facciale permanente, che lo rese inabile alla professione di avvocato; mia madre prese la palla al balzo e partì per un ritiro spirituale in un monastero birmano, lasciando papà in eredità giacente alla vicina di casa, sua amante conclamata dal giorno della mia prima comunione.

Annullato in un contesto del genere, non potevo che perdermi del tutto: durante una cena con amici (suoi) confessai che ogni tanto guardavo Uomini e donne, mangiando wurstel freddi, anche scaduti, direttamente dalla confezione. Che mi piaceva. E che la De Filippi mi intrigava pure. Calò il gelo. Francesca mi disse che una figura del genere non l’aveva mai fatta e che non avrebbe mai più potuto guardare quegli amici in faccia (il comacchiese di Cuzco era tra questi, ma a lui della faccia di Francesca interessava poco, come anche a lei della sua, venni a sapere in seguito).

Mi lasciò la sera stessa, giusto alla vigilia della discussione della mia tesi di laurea.
Fu Sandro, come un fratello per me, a salvarmi.
Mi buttò giù dal letto, mi vestì e mi trascinò dentro l’aula magna. Non ricordo molto, ma credo di non aver saputo dire neanche il mio nome; il relatore parlò al posto mio e in qualche modo ne venni fuori, anche se zero punti di tesi era un record difficilmente battibile.

Uscii dall’Università sentendomi disperato come George Bailey in La vita è meravigliosa, quando lo accusano di aver rubato alla sua stessa società. Non vidi però nei dintorni l’angelo Clarence pronto a salvarmi dai miei propositi suicidi, sui quali decisi pertanto di soprassedere, imbarcandomi su un cargo battente bandiera liberiana.

Stetti per un po’ a l’Avana, bevendo mojito alla Bodeguita e daiquiri al Floridita e guadagnandomi da vivere facendo meretricio del mio corpo con le ricche ereditiere di stanza all’Ambos Mundos.
Conobbi un trafficante di serpenti per il mercato dei ristoranti cantonesi, con il quale andai a caccia di anaconde dalle parti di Manaus.

Mi giocai tutto quello che avevo nelle sale di pachinko di Osaka, fino a quando alcuni impegni contratti con un paio di usurai della Yakuza non mi costrinsero a lasciare nottetempo la città, trovando rifugio presso una tribù di cammellieri che viaggiava lungo la Via della Seta.

Dopo 10 anni tornai a casa.
Mia madre non mi riconobbe, forse a causa dell’ideogramma con il nome di Francesca tatuato sulla testa rasata. La paresi facciale di mia padre si era aggravata quando la sua amante lo aveva lasciato dopo aver scoperto le gioie dell’amore saffico con la badante ucraina, assunta nel frattempo per accudirlo.

Fu ancora Sandro a venire in mio soccorso, dandomi asilo nella cameretta del figlio di 4 anni. La moglie non si dimostrò entusiasta della sistemazione e dopo un mese se ne andò di casa con il figlio; a Sandro rimasero solo il conto dello psicanalista da pagare e il sottoscritto da mantenere.
Una sera di fine estate Sandro mi chiese di accompagnarlo a una festa.
L’ospite era un certo Bruno, proprietario di un grande salumificio, fondatore della “confraternita del musetto” e presidente del circolo cacciatori cittadino.

La vidi subito all’altro lato del salone: taglio di capelli alla Claire Underwood, vestita come Olivia Pope, lo stesso sorriso di Julia Roberts quando dice indefinitamente nella scena finale di Notting Hill… in mano aveva un panino con la porchetta.
Poteva cantare quello che voleva Lucio Battisti, ma quella era sicuramente Francesca.
Feci il signore e andai a salutarla. Lei mi trattò con lo stesso disprezzo che quelli della prima classe riservano a chi vola in economy. Non la presi benissimo.

Bruno era simpatico, entrai in confidenza con lui e gli raccontai un po’ della mia vita, millantando un passato da rugbista in Nuova Zelanda e un presente da partecipante a un reality.
Poi il dramma.

Gli chiesi se conosceva quella tipa, che io me la ricordavo all’università quando frequentava gruppi estremisti di vegani, famosa all’epoca per le manifestazioni contro lo strapotere dei norcini e per le numerose relazioni, tra cui una storia con uno pseudo-peruviano, in seguito arrestato per poligamia. Chissà come mai era lì, l’avevo perfino vista mangiare della mortadella.
Non so perché lo dissi, non era neanche tutto vero, ma mi piacque, fu un po’ come sciacquare i panni della mia vita in Arno, sulle cui acque scorsi peraltro il nitido riflesso della figuraccia appena fatta.

Il seguito lo potete immaginare. Io optai per una dignitosa ritirata.
Avevo cambiato tante cose nella mia vita, ma non il numero di cellulare, per cui affrontai la furente telefonata di Francesca con la stessa capacità incassatoria di Rocky contro Apollo Creed, ma anche con il senso di liberazione che provò Tim Robbins dopo la fuga dal penitenziario di Le ali della libertà.

Il giorno dopo acquistai un biglietto aereo per Lima, dove avrei aperto un’attività di importazione di zamponi italiani, in società con Bruno e con il comacchiese, emigrato sotto le Ande dopo la scarcerazione, anche per sfuggire agli alimenti delle sue numerose mogli.
Prima di partire andai a farmi togliere l’ideogramma di Francesca dalla testa.
Non venne benissimo, ma la ricrescita dei miei capelli ricci ne avrebbe cancellato anche il ricordo.

in copertina: Toni Servillo in La grande bellezza di Paolo Sorrentino.