Non dimenticare chi sei, di Yaa Gyasi

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Una saga familiare ben raccontata è sempre coinvolgente ed emotivamente toccante. Essa non dà solo un senso della discendenza delle persone con aspetti di personalità, tratti fisici e cimeli passati attraverso le generazioni, ma soprattutto ci fa avvertire il movimento del tempo.

Seguendo il flusso delle generazioni che passano siamo messi di fronte a ciò che avrebbe potuto essere, alle lotte sopportate e ai sacrifici fatti per poter vivere.

Nel nostro caso, Yaa Gyasi ha creato un romanzo d’esordio inventivo e ben scritto che segue il lignaggio di due sorelle africane separate alla nascita e la storia della tratta degli schiavi nel corso dei secoli.

“Homegoing”, in Italiano “Non dimenticare chi sei”, inizia con un evento disastroso che vede due sorelle separate – una cresce in una famiglia semi-prospera in cui la figlia è promessa in matrimonio a un uomo potente e l’altra appartiene a una tribù ove è costretta alla schiavitù.

È solo attraverso un colpo di scena del destino che uno prospera e l’altro soffre orribilmente. Ma solo perché la progenie di queste donne sono nate in circostanze particolari non significa che siano segnate per un destino infelice. Attraverso atti di volontà le generazioni successive modellano i propri destini e fortune che di conseguenza influenzano poi i propri figli.

Anche se Gyasi segue le storie individuali di più di una dozzina di membri di questa famiglia nel corso dei secoli, si resta colpiti dal fatto che non ci si sente mai confusi o travolti dai personaggi. È un segno di un grande scrittore che riesce a introdurre personaggi che si percepiscono come già familiari.

Questo è vero non solo per i membri della famiglia, ma anche per molti personaggi periferifeci degni di nota tra cui Cudjo (un uomo atletico con desideri omosessulai latenti) ed Esther (una donna meravigliosamente garrula che convince uno storico ad esprimere di più le sue emozioni).

La narrazione procede avanti e indietro tra ogni generazione successiva delle linee familiari delle sorelle. Molte storie costruiscono un senso di suspense quando si scopre il destino delle generazioni precedenti nel corso della storia di ogni nuovo membro della famiglia.

Oggetti chiave come due pietre date alle sorelle all’inizio, viaggiano attraverso le linee generazionali, come anche le canzoni che vengono tramandate da un bambino all’altro. Il significato iniziale di un oggetto o di una canzone potrebbe andare perduto, ma la connessione alla storia familiare rimane.

È affascinante imparare particolari dettagli sulla storia delle tribù in guerra (principalmente le tribù Asantes e Fantes) in Ghana e su come alcune tribù hanno lavorato con i colonialisti bianchi per catturare e vendere schiavi.

Un castello coloniale fisico in Ghana (Castello della Costa del Capo), utilizzato dalla tratta degli schiavi, diventa un punto focale per le famiglie coinvolte in questa storia. In un certo senso esso assume un qualcosa di fiabesco, come il castello di Barbablù, dove alcuni abitanti vivono una vita privilegiata ignari o deliberatamente ignoranti degli orrori nei sotterranei dove moltissimi vengono tenuti in prigionia nell’attesa di essere venduti come schiavi in America e nei Caraibi.

Questo castello diventa poi una destinazione significativa, a cui tornano le persone dalle Americhe e dalla Gran Bretagna per contemplare la spaccatura di identità che è propria del colonialismo e costituisce l’eredità della schiavitù. È un’affascinante coincidenza che una visita a questo stesso castello si svolga anche nel recente romanzo di Zadie SmithSwing Time“.

Le generazioni successive esplorano in modo significativo l’eredità della schiavitù in America e la sua storia di conflitti razziali. Quando la schiavitù britannica finisce, viene osservato come “Veniva solo scambiato il tipo delle catene, quelle fisiche che avvolgevano polsi e caviglie con quelle invisibili che avvolgevano la mente”.

Gyasi mostra con forza come questa eredità sia poi tramandata nel corso delle generazioni, portando a quantità sproporzionate di persone di colore in America che vivono in povertà, nella discriminazione e prigionia. Questo porta un personaggio a scoprire qualcosa che “sapeva nel suo corpo anche se non l’aveva ancora messo insieme nella sua mente: in America, la cosa peggiore che puoi essere è quella di essere un uomo di colore. Peggio che morto, sei un uomo morto che cammina.” Il romanzo ritrae le conseguenze di questo stato d’essere e trasmette quale importante influenza il passato ha sul presente.

Yaa Gyasi è una narratrice incredibilmente potente e questo romanzo risulta nel suo complesso assolutamente avvincente. Tuttavia, anche se le transizioni da una storia all’altra sono aggraziate e ogni membro della famiglia sia convincentemente descritto a tutto tondo, alcune storie risultano più efficaci di altre.

In particolare, la storia del trasferimento di una donna ad Harlem, con il marito dalla pelle chiara che poteva passare come bianco, si sente un po’ troppo compressa e abbozzata. Sembra che questa particolare storia avesse bisogno di un intero romanzo tutto suo per dare piena corpo ai conflitti che esplora e alle conclusioni a cui giunge.

Ma, nel complesso, la maggior parte delle storie funziona come singoli pezzi nel grande puzzle di questa famiglia dinamica e affascinante. Si rimane molto attaccati ad alcuni personaggi e a volte si desidererebbe che il romanzo rimanesse con loro più a lungo; ma lo slancio di passare da una generazione all’altra crea una storia emozionante in sé, rendendo piena giustificazione al fatto che Gyasi abbia strutturato il romanzo in questo modo.

Yaa Gyasi nasce nel 1989 a Mampong, in Ghana, figlia di un professore di francese all’Università dell’Alabama a Huntsville, e di un’infermiera. La sua famiglia si trasferisce negli Stati Uniti nel 1991, quando suo padre stava completando il suo dottorato di ricerca alla Ohio State University. La famiglia vive anche in Illinois e nel Tennessee, e dall’età di 10 anni, Gyasi cresce a Huntsville, Alabama. Il suo romanzo di debutto, Homegoing, pubblicato nel 2016, le ha fatto vincere, all’età di 26 anni, il John Leonard Award del National Book Critics Circle come miglior primo libro e il PEN/Hemingway Award per un primo libro di narrativa. Nel 2020 ha pubblicato il suo secondo romanzo, Transcendent Kingdom, edito da Knopf e non ancora tradotto in Italiano.

Il romanzo “Non dimenticare chi sei”, tradotto in Italiano da Valeria Bastia, è stato pubblicato da Garzanti.

“Homegoing”, Penguin 2017.

“Non dimenticare chi sei”, Garzanti 2017.

Paolo Francescon Fotografo
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