Il nome non detto | Intervista a Roberto Camurri

Il nome della madre è il secondo romanzo di Roberto Camurri, uscito per NNEditore lo scorso maggio. Dopo poco meno di un anno e mezzo dalla pubblicazione del suo libro d’esordio A misura d’uomo, vincitore del Premio Pop e del Premio Procida, l’autore ci riporta nella cornice di Fabbrico per raccontare una nuova storia. Se nel primo sono le vicende di un gruppo d’amici il cuore pulsante del libro, ora protagoniste sono le relazioni famigliari.

Il nome non detto

Il titolo del libro è il suo segreto perché il nome della madre non si conosce, non si pronuncia e non si chiede. Sembra che il suono di quel nome possa riportare in vita il ricordo di lei che non c’è, non perché sia morta ma perché è andata via, abbandonando il marito e il figlio neonato. In realtà, ciò che sembra è. Lo è perché il nome racchiude la vita in potenza. Qualsiasi filosofia e religione riserva al nome un valore elevatissimo, Platone pone in relazione nome e lógos intesa come connessione fra espressione linguistica e verità, le filosofie orientali intendono nome e forma come condizioni essenziali per l’uomo, sottoposte alle condizioni di spazio-tempo, e nella Genesi viene chiesto ad Adamo di dare il nome a tutto il bestiame e agli uccelli del cielo. È dunque palese il valore del nome, tacerlo diventa solo un modo per prendere la distanza dal dolore e da qualcosa che non si è compreso. In quest’ottica, lo svolgersi della narrazione procede alla ricerca di un nome che può essere risolutivo dell’irrequietezza e della tensione crescente che vivono i protagonisti e, con loro, il lettore.

La scrittura di Camurri si distingue nel panorama degli autori italiani per lo stile e la grande capacità di utilizzare descrizioni visive e sonore -proprio come caratterizzazione dei personaggi- e usa immagini in luogo alla definizione di sentimenti inconsapevoli o indescrivibili, proprio perché dar loro il nome giusto richiederebbe un dispendio di energie tale da sopraffare i protagonisti, non permetterebbe loro di sopravvivere ai fatti della vita. Ettore e Pietro, padre e figlio, crescono, si cercano e si perdono, si adattano alle richieste della vita quotidiana portando il fardello sulle spalle, senza comprendersi solo perché non riescono a sintonizzarsi in quella frequenza d’onda che permette l’ascolto e il dialogo. In un modo delicato, a volte spietato, Camurri entra nelle dinamiche delle relazioni famigliari, le mostra senza giudizio e le lascia maturare per il tempo necessario a dare loro un senso.

Il tempo e la circolarità

Due temi che stanno a cuore all’autore sono il tempo, la relazione che esso ha con il cambiamento del mondo e dei suoi personaggi, e la circolarità, particolarmente evidente nella struttura dei suoi romanzi. A ben guardare, possiamo dire che è un tema unico se rifiutiamo di concepire il tempo come una freccia lanciata verso l’infinito, dimentica dello spazio e della vita degli esseri umani. Sì, il tempo assoluto funziona così, ma il tempo degli uomini si piega e si contestualizza e la linea retta prende una forma curva, più che una freccia sembra una colonna coclide e il fregio che la decora, che vi si arrotola sopra, sono le vite delle persone e Camurri ne sceglie alcune da raccontare.
Nel suo narrare, alcune storie rimangono aperte altre si chiudono ma non nel punto in cui il cerchio, nel piano orizzontale-bidimensionale, determina la sua forma, bensì in una prospettiva altra, sferica, dove la linea del tempo passa per lo stesso punto ma in un altro livello perché mai si può vivere lo stesso momento pur tornando nello stesso posto; in entrambi i romanzi la qualità narrativa si mostra nella struttura ideata dallo scrittore che apre e chiude con parole e immagini che ritornano e così la sua visione del tempo sarà evidente.

Un altro elemento di circolarità sono le figure femminili, a cui apparentemente sembra lasciato poco spazio narrativo, mentre si presentano al momento del bisogno, a sancire dei punti fermi. Se riutilizziamo come metafora la colonna coclide, quel monumento onorario inventato dai Romani, ci sarà facile capire come l’arte narrativa di Camurri si sia dispiegata attorno all’asse portante del romanzo: la madre, nella sua assenza ed essenza.

Intervista

Il romanzo comincia con un fatto anomalo, una donna madre e moglie che abbandona il figlio e il marito: è anche l’idea iniziale della storia che hai immaginato?

L’idea era quella di parlare dei rapporti familiari che in A misura d’uomo non c’erano, insieme anche alla voglia di raccontare una figura femminile che si allontanasse da Fabbrico. Da qui è partito tutto, l’idea è stata una conseguenza e anche il bisogno di confrontarmi con quella assenza, sulle reazioni dei personaggi che restano.

La sensibilità che hai mostrato già nel primo romanzo è maturata, il narratore non è più un ragazzo ma un uomo. Qual è stato il personaggio più difficile da caratterizzare, Pietro o Ettore?

Non so, non parlerei di difficoltà, credo che siano entrambi facce di una stessa medaglia e che in qualche modo io mi sia dovuto confrontare con il mio essere padre e contemporaneamente figlio, calandomi nei loro punti di vista, immaginandomi come avrebbero reagito e cosa avrebbero provato ad andare avanti nonostante tutto. Volevo che emergesse la distanza generazionale.

Ettore è un uomo legato a certi valori tramandati dalle generazioni precedenti che crede immutabili e immortali, perciò reagisce restando ancorato a quel mondo, cercando di rimetterlo in piedi dopo che lei, abbandonandolo, lo ha distrutto. Pietro, invece, sente di appartenere a una generazione diversa, a un mondo che è cambiato, e si sente limitato, schiacciato, dalla scelta di essere come suo padre o essere come sua madre.
Sente che c’è un terzo modo, un modo che è solo suo, un unico modo che gli permetterebbe di essere se stesso. Solo che nessuno lo accompagna e ogni scelta che compie, all’interno del romanzo, è dettata da puro istinto che lo porta a sbagliare in continuazione alla ricerca di una propria strada.

Il nome della madre è il tuo secondo romanzo, ambientato a Fabbrico come A misura d’uomo, quanto contano le tue radici nella narrazione delle storie?

Credo che il rapporto con le radici sia uno dei temi portanti dei miei due romanzi. Fabbrico è il luogo che mi ha visto nascere e poi crescere, da cui sono andato via quando è stato il momento di diventare adulto. E per me, oggi, nella mia scrittura è fondamentale chiedermi che ruolo abbia avuto nella mia formazione, che ruolo abbiano avuto le mie radici, i rapporti che i hanno accompagnato negli anni in cui non avevo gli strumenti per comprendere fino in fondo quello che mi stava succedendo, anche emotivamente. Le prime amicizie, i primi amori, il rapporto conflittuale e contemporaneamente pieno d’amore con i miei genitori. Fabbrico è, ancora oggi, il luogo che mi commuove quando torno, un paese con cui sento un enorme legame affettivo, ed è anche un paese in cui non riesco a stare comodo, in cui continuo a sentirmi a disagio. Ed è questo che provo a raccontare, il bisogno di allontanarmi con la consapevolezza che tornerò sempre indietro.

Per quanto la scrittura ti sia facile, quale dei due è stato più difficile da scrivere?

È una domanda difficile, questa. Nel senso che la difficoltà è dovuta al momento in cui il libro è scritto.
Credo che se mettessi davanti a una bottiglia di lambrusco il me stesso che scriveva A misura d’uomo e quello che scriveva Il nome della madre arriverebbero a litigare pensando entrambi che il loro libro sia stato il più difficile da scrivere. Credo sia una questione di consapevolezza, una crescita, un percorso in cui le difficoltà aumentano insieme alla capacità di poterle affrontare e superare.

In entrambi si avverte l’inquietudine del vivere, quell’area grigia che per taluni personaggi è come il canto delle sirene: ne restano invischiati. È la tua percezione della realtà?

Per quanto mi riguarda lo scrivere ha a che fare con una certa inquietudine, con il bisogno continuo di farsi domande che portano poi ad altre domande e ad altre domande ancora, un bisogno di mettersi nei panni degli altri, nel voler conoscere le motivazioni dietro a determinate scelte, finché a muovermi è la curiosità credo che il rischio di restare invischiati non ci sia. E, soprattutto, credo sia fondamentale tenere sempre in mente che lo scrittore è un essere umano che deve vivere la propria quotidianità, avere una personalità che non sia in simbiosi con quello che scrive.

Ci sono tre animali che hanno un ruolo simbolico importante: l’orso, il cane e il fagiano, che leggo come concetti di famiglia, di abbandono e del dolore di “diventare grandi”; è corretta la mia interpretazione?

Gli animali per me sono lo specchio di situazioni che i personaggi vivono e non riescono bene a spiegarsi a parole, perché provano emozioni a cui non sanno dare un nome.
La natura, gli animali, il ricordarsi che facciamo parte della natura e non siamo qualcosa di diverso, di distante, a volte serve loro per aiutarli a definire ciò che stanno provando e, in qualche modo, riuscire ad accettarlo e a sentirsi meno soli.

È un libro fatto di silenzi, perché?

È un libro sulla difficoltà del dare un nome alle cose, trovare le parole giuste. Vivono tutti una situazione emotiva che li mette in contatto con una parte di loro che non sanno come chiamare, come definire. E il silenzio deriva da quello, dal non avere gli strumenti per decodificare razionalmente ciò che provano. Poi ce ne sono diversi, ognuno dei protagonisti ha un motivo differente per restare in silenzio.
Ettore perché vuole custodire il ricordo di lei, anche attraverso il dolore, e ha paura che parlandone, nominandola, se ne potrebbe andare davvero, il dolore dell’abbandono è l’unica cosa che gli rimane di lei. Pietro invece si muove in un mondo, in un contesto, che non capisce e che non sa come chiamare, è spaventato e frustrato e arrabbiato e nessuno gli ha insegnato come gestire questa sua parte. Ester è la custode di un segreto enorme e, forse, per lei, parlare significherebbe la possibilità di non riuscire a trattenerlo.

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Roberto Camurri ha scritto anche Acqua, disponibile solo in e-book, cliccando qui.
Acqua è stato scritto durante il lockdown e racconta di un mondo travolto da una piena imprevista e inarrestabile, un evento che sembra destinato a cambiare tutto per sempre, di fronte al quale il protagonista si troverà a dover scegliere tra ciò che crede di volere e ciò che è giusto. È una storia di seconde possibilità, di speranza. NNEditore scrive questo è ciò che possono fare le storie: dare speranza. Nei momenti come questo, esistono presidi della speranza.