Leone d’oro della Mostra internazionale del cinema di Venezia: Nomadland

La regista nata a Pechino, educata negli Stati Uniti, Chloé Zhao mette in scena, e vince il Leone d’Oro, alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, con Nomadland, da un adattamento del libro di Jessica Buder. Dopo aver avuto il plauso della critica nel 2017 con The Ridermette, A distanza di 10 anni, vince una regista donna con il terzo lungometraggio della sua attività raccontando la storia di Fern, interpretata dal premio oscar Frances McDomand, anche produttrice, che in questo film dimostra tutto il suo talento.
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Una donna di sessant’anni viaggia in lungo ed in largo per gli Stati Uniti senza meta, con la morte nel cuore nel suo camper malandato. L’attrice, con la sua triste espressione, rende a perfezione la sofferenza, lo stato d’animo di chi ha perso il marito, ha subito il suicidio di un figlio ed è rimasta senza lavoro, dopo la grave crisi economica della città fantasma del Nevada che ha costretto alla chiusura dell’unica fabbrica di cartongesso che sosteneva tutti gli abitanti della zona.

Nomadland: la trama

Nel suo girovagare incontra molte persone (dei veri nomadi), abbozza una storia d’amore con Dave, un altro viaggiatore impersonato da David Strathairn e accetta qualsiasi lavoro pur di campare: dal confezionare pacchi per Amazon alla vendita di souvenir.

Viene in mente lo splendido “Sorry, we missed you” di Ken Loach (già recensito in questo magazine). Ma Nomadland non vuole essere un film politico o di denuncia: la stessa Amazon viene rappresentata come una grande azienda dove la protagonista lavora alacremente, con disinvoltura, senza far vedere di dover sostenere turni estenuanti.

Ciò che più colpisce, e che tocca le più alte note nel film, è l’anima struggente ma solida e decisa della protagonista, la quale non sembra in cerca di facili avventure ma di qualcosa che lei stessa non conosce nell’andare alla ricerca di nuovi scenari e nuovi rapporti con gli altri.

Un’anziana compagna di un altro camper, trovata per caso, dapprima ostile, si rivelerà un’amica preziosa per utili consigli, fino alla sua morte assistita con amore dai compagni di viaggio.

Ricca di sentimento la scena di quando il gruppo nomade si riunisce in cerchio per dare l’ultimo saluto alla defunta con le parole: “ ci incontreremo tutti per la strada” E’ la stessa frase che accompagnerà il messaggio di ringraziamento da parte della regista e dell’attrice, arrivato via video alla Mostra, con l’invito di “incontrarci presto tutti per la strada…”.

Un saggio mentore, che gestisce una comunità di aiuto, che sembrava in un primo tempo evitato da Fern, arricchirà poi la conoscenza con confidenze e racconti delle esperienze passate dai due protagonisti che serviranno a pretesto per fornire molti insegnamenti di vita derivanti dalla sofferenza e dal dolore.

I grandiosi paesaggi incontaminati, selvaggi ed indomiti, coadiuvati dalla fotografia di Joshua James Richards, colorano lo sfondo al viaggio di Fern.

Essi fanno parte dell’immaginario americano alla ricerca dell’ignoto, come pure i personaggi, non più giovani, gran lavoratori dai forti valori, che si trovano ad affrontare una vita di strada segnata dall’amore per la condivisione e per l’aiuto reciproco.

La regista racconta che mentre sfoggiava il libro di Rdward Abbey, Desert Solitaire, incappò in questo passaggio: “’Gli uomini vanno e vengono, le città nascono e muoiono, intere civiltà scompaiono; la terra resta, solo leggermente modificata.

Restano la terra e la bellezza che strazia il cuore, dove non ci sono cuori da straziare… Nella natura possiamo guarire e nella solitudine possiamo trovare noi stessi. E’ in qualcosa di spirituale che ho cercato a lungo”.

Gianfranco Missiaja
Gianfranco Missiaja, architetto e artista, ha esposto le sue opere in più di 90 Mostre internazionali. Ha pubblicato numerosi testi di critica e storia dell’Arte e una Guida alla 57a Biennale Internazionale d’Arte di Venezia.