Noi alla pari | Racconto di Andrea Rigato

Andrea Rigato ritorna con un nuovo racconto, il suo stile -ben definito- ci accompagna in percorsi interiori non comuni. Lo fa in modo gentile e delicato, preciso come la sua scrittura.
Noi alla pari è un dialogo allo specchio dove il proprio volto si confonde con altro, con il ricordo di una persona importante a cui confidare sentimenti e incertezze.
Buona lettura.

Noi alla pari

Ciao. Come stai?
Ho aspettato qualche giorno prima di passare, lo sai che la confusione non mi piace. Nemmeno a te piaceva, lo so bene. Detestavi questa idea di ritrovarsi intruppati in mezzo a gente sconosciuta.
Sì, hai ragione, forse il termine confusione non si addice a questo luogo. Potremmo forse dire più correttamente andirivieni. Quel trambusto un po’ sgarbato dei giorni delle ricorrenze, coi bambini che corricchiano giocando ai loro giochi di bambini, e gli adulti che conversano tra loro a voce troppo alta.

Amavi queste disquisizioni sul significato esatto delle parole. Sul loro senso preciso. Ci ammonivi ad esempio a non usare mai il termine ‘motivazione’ al posto di ‘motivo’. Cose così.
Ci sto ancora attento, sai? A ponderare bene le parole. A sceglierle con cura. Se non son sicuro taccio.
Ma insomma mi sembra di aver fatto bene ad aspettare qualche giorno, e ad arrivare qui da te a quest’ora del mattino, quando la gente se ne sta in pigiama di fronte a una tazza di caffè.

Nel piazzale fuori c’era una macchina soltanto, parcheggiata in lontananza. Questa solitudine mi ha dato un senso di sollievo. I camioncini non si erano attrezzati ancora. Il tipo dei fiori mi ha guardato accendendosi una sigaretta, come si guarda ad un cliente perso.
C’è un bel silenzio oggi. L’ideale per ascoltarsi un po’. Ho fatto tutto il vialetto ascoltando il rumore dei miei passi sul ghiaino. È una manifestazione prorompente di vita in corso. Un incoraggiante sottofondo. Un po’ come quando ti appoggi una mano al petto e senti che sotto c’è un cuore che lavora.
Anche qui c’è gente che lavora. Due operatori con le macchine soffianti. Zainetto in spalla col motore dentro acceso, a inseguire foglie inesistenti. Stanno soltanto spostando polvere. Il senso esatto di una tale attività mi sfugge. Ci colgo un significato più metaforico che pratico. Comunque ben intonato al luogo.
I rumori dei motori mi son sempre piaciuti. Hanno il potere di rilassarmi. Li trovo tranquillizzanti nella loro meccanica affidabilità.

Quando ero piccolo mi addormentavo in cucina con la testa sopra al tavolo, mentre ascoltavo il rumore della lavastoviglie. Te lo ricordi?
Sì, c’è un bel silenzio oggi. Quanto mi piacerebbe aprire due sedie pieghevoli e mettermi tranquillo qui con te. Tu nei tuoi anni migliori. E anch’io nei miei. Come te. Alla pari. Per una volta, almeno. Come vecchi amici. Liberi, insomma. Pensa che bello. Senza ruoli, senza responsabilità, senza obblighi reciproci. Senza aspettative.
Sai quanto incidono queste cose nei rapporti? Sono zavorre che mandano tutto a ramengo.
Invece bisognerebbe essere sempre alla pari nei rapporti. Dici sia una questione matematica? Sì, conoscendoti capisco il tuo pensiero. In effetti quando si è in due c’è già una parità in partenza, ma non mi limiterei ad osservare questo. Il problema è quel che accade poi. A me risulta invece più precisamente caro il concetto di equilibrio. Un certo senso classico di proporzione che le cose riuscite portano con sé. A influenzarmi deve essere qualcosa che ha a che fare col mio segno zodiacale di Bilancia. Lo so che per te l’astrologia è una gran scemenza, ma concentrati se puoi su questa immagine delle due masse di egual peso collocate sui due piatti. Apprezzane la simmetria, la forza, la tendenza naturale posseduta dalle due entità a ritrovarsi nella stessa posizione, ancorché smosse temporaneamente da una qualche azione esterna.

La bellezza del gesto che compiono due corpi che si aiutano nello sforzo comune di rimanere nell’assetto che determina per loro la vicinanza massima possibile.
Ma ci pensi che è la prima volta che noi due ci ritroviamo a parlare di bellezza?
Bella a proposito la tua foto mentre suoni la chitarra. Eravamo in montagna, sì me lo ricordo bene. Guarda che qui attorno una foto così non ce l’ha nessuno. Schiatteranno tutti dall’invidia.
Aspetta che c’è l’omino col soffiante che deve passare proprio qui. Torno subito, mi sposto un attimo. Do un’occhiata ai tuoi vicini intanto, guardo le età.
83, 88, 77, 86, 79. Così, ad una rapida occhiata, direi che posso sperare di avere una trentina d’anni ancora per fare un po’ di cose. Questi riscontri empirici diretti hanno un valore che trascende la statistica ufficiale sulla vita media nazionale. Sono convalide di campo. Conferme che in qualche modo rassicurano.
Io non so se possa dirsi una combinazione, ma da quando non ci sei è iniziato a cambiare tutto quanto.

Ho dovuto imparare ad arrangiarmi. A capirmi da solo le cose. Sinceramente non credevo sarebbe stato così complicato. No, devo confessarti che non avevo avuto questa sensazione mentre tu eri qui. Mi pareva di aver già imparato il necessario. Di essere ormai grande. Invece mi ritrovo con ancora tutto in ballo.
Gli anni migliori. Vorrei averli ancora qui con me. Averceli di fronte che mi aspettano.
Vorrei arrivare fino in fondo e sentire alla fine di aver sfruttato bene il tempo. Sono venuto qui da te per dirti questo, per chiederti un consiglio.
Avrei voglia di fare cose rivoluzionarie. Come mettermi a parlare, finalmente. Darci un taglio con un bel po’ di cose.
Vorrei smetterla con i condizionali, intanto. E iniziare a dire voglio.
Le cose possono cambiare, possono andare diversamente. Basta volerlo per davvero. Se puoi, cerca di ricordarmelo anche tu ogni tanto.
Sì, hai ragione. Non è poi detto che ci sia sempre il sole. Ogni tanto fa bene anche la pioggia. Guarda che belli questi fiori ora che è piovuto.

Ho incontrato una persona. Mi ha detto di salutarti. Mi fa sempre tanti complimenti. Dice che tu e mamma siete stati proprio bravi. Dice che tu mi amavi molto. Mi viene un po’ da piangere a pensarci. Ho gli occhi lucidi, non mi succede quasi mai. Si vede proprio che sto imparando a dar retta alle emozioni.

C’è una donnina con l’annaffiatoio in mano che mi sta guardando, rigida come un bacchetto.
Starà pensando che in tanti anni non le era mai capitato di vedere qualcuno che leggesse ad alta voce in cimitero.
Sì perché l’altra volta poi son tornato a casa e mi son scritto tutto. Sto zitto per mesi, porcaputtana. Per anni. Certe volte per una vita intera, vero? E intanto però scrivo. Maledizione scrivo. Ma non è la stessa cosa.
E ora che son qui, che ti leggo queste cose, c’è questa donnina che regge a due mani il suo annaffiatoio color celeste. Sembra la statua di un presepe. Forse è spaventata. Forse prega in silenzio. Non lo so se per te o per me.
Meglio che vada, allora. Sì, ti prometto che non farò tardi, stai tranquillo, che poi la mamma si preoccupa.
Devo far presto invece, che trent’anni se ne vanno in un baleno.
Ciao, torno presto, allora. Torno presto e ti racconto il resto.

Signora stia tranquilla. Ho finito. Vado via. Come dice? Oh, grazie. Guardi comunque che piangevo anch’io.
Sì, era mio padre. Come ha fatto a indovinarlo?
Anzi no scusi, mi son sbagliato, non era mio padre.
Parlavo con il mio papà.

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Immagine di copertina: La reproduction interdite (porzione), René Magritte, 1937.

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