Nebbia e ricordi | Racconto di Monica Vallese

La nebbia riporta nel presente la voce della nonna che parla dialetto e i ricordi di bambina, suggestioni raccontate con tono discreto e introspettivo da Monica Vallese.
Buona lettura.

Nebbia e ricordi

“Nebbia anca onquò!”
“Cos’è la nebbia nonna?”
“I angeli che vien a trovarne!”
“E perché vengono?”
“Cussi a zente no corre par strada e nessun se fa mal!”.

Mia nonna non era di tante parole, perciò il discorso finiva lì e, conoscendola, era andato avanti anche troppo per quel giorno.
Io guardavo dalla finestra il mondo sparito. Con tenda o senza tenda, non cambiava un granché. Ho ricordi chiari di quella nebbia densa del Polesine che assomigliava a volte alle chiare montate a neve che ti veniva quasi voglia di prenderla a cucchiate e di provare a farci le spumiglie!
“Da tajar col corteo!” avrebbe detto mia nonna.
Gli angeli quando venivano in visita stavano proprio bene da noi perché talvolta si fermavano alcuni giorni e poi, anche se se ne andavano, tornavano ancora, e ancora e così per quasi tutto l’inverno.
A volte anche in primavera inoltrata tornavano.

Non era proprio vero, come diceva mia nonna, che la gente con la nebbia andava più piano e che nessuno si faceva male.
Io mi ricordo benissimo che il Boscolo detto Rigolo, con il motorino era andato giù dall’argine e si era rotto i denti davanti. Forse gli angeli più che proteggerlo lo avevano proprio spinto perché le madonne che tirava giù, anche solo per parlare normalmente, non erano proprio roba da chiesa!
Magari gli volevano far capire che la bocca era ora che la tenesse chiusa ma non so se il Rigolo questo l’ha mai capito! Ha continuato a tirar madonne e, dopo in più, a sputacchiare quando blaterava.

Nella nebbia io ci giocavo a nascondino con i miei amici. Era semplicissimo. Bastava fare qualche passo piano a ritroso rispetto a quello che contava. Bisognava essere furbi e lanciare qualche sasso per imbrogliare su dove eri veramente, e respirare poco altrimenti ti fregavi da solo perché si vedeva il fumetto.
Io ero piccola ed avevo imparato ad accucciarmi così anche se chi “era sotto” arrivava dritto verso di me, camminando con le mani avanti come i ciechi, non mi vedeva subito. A meno che non rovinasse proprio sopra di me. Ma in quel caso mentre lui era a terra io ero a gridare “un due tre, libera tutti!”.
A volte i miei amici li ho fregati restando ferma. Non vedendomi arrivare qualcuno di curioso e poco paziente c’era sempre. Sbucava dalla nebbia per vedere se la tana era libera e io, che l’aspettavo con già la mano sul muro, dicevo il suo nome ed era fatta!

Il bello della nebbia era che livellava tutto. Non estivano spigoli, profondità, brutture di palazzi vecchi e squallori vari. Dava inoltre pari opportunità di gioco a maschi e femmine. Mica si poteva giocare a pallone o correre in bici e visto che la play station è arrivata molto, ma molto dopo, nascondino andava per la maggiore e metteva d’accordo tutti!
Quello che mi piaceva tanto era che nella nebbia potevi “vedere” oltre al non vedere.
Gli alberi potevano essere draghi, animali preistorici e le persone che incrociavi le scorgevi bene solo all’ultimo momento. Prima era bianco con sfumature di chiari e scuri, poi scorgevi una sagoma ma non sapevi se era uomo o donna. Alla fine vedevi bene chi era. Come formine uscite dallo stampo. Qualche volta mi pareva che ci restasse un buco per qualche secondo nel caigo dov’eravamo passati.
Chissà se sono miope perché un po’ di nebbia mi ci è rimasta impigliata dentro?

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Immagine di copertina di Monica Vallese.