Moonlight, recensione del film vincitore dell’Oscar

Il film scritto e diretto da Barry Jenkins, che ha inaugurato la Festa del Cinema di Roma nel 2016, non sembra sia stata accolto con molto favore dalla critica italiana, pur incassando 1,2 milioni di euro nelle prime 3 settimane di programmazione. Eppure ha vinto il Golden Globe per il miglior film drammatico, ha ricevuto ben 8 candidature all’Oscar: film, regista, attore e attrice non protagonista, miglior sceneggiatura, fotografia, montaggio, colonna sonora per ottenere la statuetta come miglior film, a Adele Romanski, Dede Gardner e Jeremy Kleiner, come attore non protagonista, a Mahershala Ali, e come migliore sceneggiatura non originale, a Barry Jenkins e Tarell Alvin McCraney. Se vi state chiedendo il motivo per cui questo titolo vi suona così familiare, ciò è dovuto allo “spiacevole malinteso” che aveva assegnato inizialmente l’Oscar a La la Land – a cui avevo dedicato un articolo durante la Mostra del Cinema di Venezia.

Prima di dare alcune informazioni sulla storia, vorrei sviluppare alcune considerazioni in questa breve recensione, evidenziando quelle che, a mio avviso, sono le note più alte del film: la ricerca della propria identità, nella rabbia e nelle frustrazioni imposte dalla vita, nella sofferenza di un’educazione senza modelli ai quali riferirsi per la costruzione della propria personalità. Intrise di grande significato psicologico, simbolico ed educativo le scene dove Juan insegna al piccolo Chiron a “stare a galla” in un mare “che non risulta calmo”. Emblematiche le parole di Juan, lo spacciatore buono – che nel film appare come sostituto del padre – interpretato dal bravo Mahershala Ali: “A un certo punto dovrai decidere da solo chi vuoi diventare. Non lasciare che qualcuno decida per te”.

Il film

Moonlight è ispirato al testo teatrale di Tarell Alvin Mc Craney, “In Moonlight Black Boys Look Blue”, che è servito a Barry Jenkins come base per la sceneggiatura e la regia; è stato prodotto anche da Brad Pitt. Il film è ambientato durante gli anni ’80 nei quartieri popolari dei ghetti neri di Miami, infatti in tutta la proiezione non appare un solo uomo bianco, e si propone di affrontare problemi di natura sociale, temi rilevanti come il bullismo, l’esperienza emarginante delle persone gay, le questioni annesse alla dipendenza da sostanze stupefacenti, oltre che dare una lettura psicologica dell’età evolutiva. Sono tutte tematiche di estrema attualità, non solo nei ghetti neri della Florida ma estendibili ai cinque continenti.

La narrazione cinematografica si snoda in tre atti corrispondenti a tre distinte fasi di vita del protagonista: infanzia, giovinezza ed età adulta; per ciascuna di esse la scelta dell’accompagnamento musicale è di grande rilievo ed il merito è Nicholas Britell che, a mio giudizio, risultano eccezionali per il sentimento e l’atmosfera che riescono a manifestare nelle scene.

La trama

Nel ghetto nero di Miami il piccolo Chiron, cresciuto senza padre e da una madre aggressiva (Naomie Melanie Harris), all’età di 9 anni viene perseguitato dai compagni di scuola e non riesce a trovare conforto dalla madre, che lo ama e odia al tempo stesso, perché troppo dedita all’uso di droghe e, forse, alla prostituzione, anche se il regista non sembra evidenziare quest’ultimo aspetto. Il bambino si chiuderà nell’introversione e, per il carattere schivo, si rifugerà nel rigoroso silenzio, che solo l’amabilità di una coppia, Juan e Teresa, (Mahershala Ali e Janelle Monàe), riusciranno a sciogliere.

Un ritratto introspettivo che funge da modello psicoanalitico, simbolo di una categoria di bambini oppressi dalla società e da un’educazione fuorviante, maltrattati ed insicuri i quali, da adulti, possono sviluppare una serie di comportamenti inadeguati, antisociali, spesso ai confini della legalità. Questo è ciò che ci viene mostrato dal protagonista che diventerà a sua volta spacciatore sebbene non si macchierà di altri crimini efferati, come si legge spesso nei fatti odierni di cronaca, ma dei quali il regista non ha voluto trattare. Nella parte finale Chiron andrà a trovare la madre Paula e di grande impatto è la loro conversazione.

Il debole ed infelice Chiron, timido ed esile, uscito dal carcere, si trasforma fisicamente e caratterialmente, nel corpo e nello spirito, in un muscoloso e atletico personaggio (interpretato da Trevante Rhodes) dall’orecchino con brillante identico al suo primo salvatore -Juan della coppia citata- e, come lui, è poi diventato spacciatore. Esibisce una lussuosa autovettura e un apparecchio d’oro che copre i denti, noto simbolo di minaccia nel mondo degli uomini di colore.

Fin da piccolo Chiron viene deriso, picchiato ed emarginato dai compagni chiamandolo finocchio ma il regista, nel dipingere il quadro del personaggio, non sembra dare troppo credito alla tendenza omosessuale -al contrario di molte recensioni del film- tenendo la sua condizione sospesa ad un sottile filo in equilibrio, tra etero ed omo: probatorio il sogno in cui vede un amico in un rapporto sessuale all’aperto con una sua compagna. La vera natura del protagonista non verrà mai palesemente dichiarata facendolo, ad esempio, apparire in comunità e in ambienti gay. Il regista lo dimostrerà, in particolare, nel finale, quando Chiron andrà a ritrovare il suo amico d’infanzia Kevin (André Holland) con il quale sembra aver avuto il suo primo (e a sua detta ultimo) rapporto omosessuale. La sessualità viene rappresentata dal regista con molto garbo, senza compiacimento, con sensibilità e pudore, evitando le scene più ovvie dove si intuiscono i contenuti.

L’arte, sempre e comunque, è uno strumento d’eccezione per provocare emozioni e riflessioni sui grandi temi della vita, proprio quelli che affliggono la quotidianità ma che nella stessa quotidianità spesso non sappiamo accogliere e affrontare.