Il metodo Dzhabayev | Racconto di Edoardo Barea

Il racconto di Edoardo Barea ci trasporta in una dimensione pulp psichedelica, in cui elementi infantili si mescolano alla realtà violenta di ogni giorno e l’ironia fa a pugni con l’amarezza della vita. Il linguaggio è diretto, forte, carico di immagini che ben si adattano al tono lisergico della storia che, da favola per bambini scende nel vortice dell’incubo.
La pubblicazione è l’esito della collaborazione con Digressioni che, la scorsa estate, ha promosso un’iniziativa per gli appassionati di racconti: tre serate a tema e una finale per coloro a cui piacciono le sfide di scrittura. Questo, come altri due racconti che seguiranno, hanno la stessa frase come incipit ma, leggerete, sviluppi completamente differenti.
Buona lettura.

Il metodo Dzhabayev

Margherita si alzò e arrancò al buio fino alla porta del frigo. In un angolo, il coniglio gigante la fissava. Aveva la nausea, la testa pulsava e la sua capacità di ragionare era pari a quella dell’elettrodomestico che aveva davanti. Quindi stava ancora sognando quell’animale? Accese la luce e il bagliore improvviso la costrinse a strizzare gli occhi e schermarli con la mano. Non c’era nessun coniglio gigante nella sua cucina. Era sveglia.

L’appartamento era un casino. C’era stato un terremoto? Un’irruzione della DIGOS? Poteva anche essere, visto che non ricordava nulla e si sentiva come dopo una sbornia colossale. Nella testa aveva immagini confuse di fatine col piede di porco, conigli giganti e intrugli sovietici. Forse doveva calmarsi e distillare da quel marasma onirico quanta più realtà le fosse stato possibile.

Sedette al tavolo. Davanti a lei una tazza e un blister con scritte in cirillico, entrambi vuoti. Riguardò il caos attorno e ricacciò in gola un reflusso acido inviatole dallo stomaco.
La sua mente andò indietro di qualche ora, a poco prima di coricarsi, quando la tazza era piena di vodka, nel blister c’erano due pasticche rosa cariche di speranza, e attorno a lei un oceano di dolore.

Il mal di denti… Si toccò la guancia; era gonfia ma il dolore era scomparso. Guardò il blister. Le pillole di Dzhabayev, ma che cazzo mi ha dato quel ceceno! Beh, adesso almeno sapeva perché era in quello stato e perché il peggior mal di denti della sua vita si fosse dissolto nel giro di una notte.

Ricordò che la mattina precedente, domenica, si era presentata al ristorante dove lavorava in uno stato pietoso. Un ascesso curato qualche giorno prima si era infettato e, a giudicare dal gonfiore e dai grumi di sangue rappreso che continuava a sputare, si stava aggravando rapidamente. Ma la cosa peggiore era il dolore che la tormentava e si acutizzava ad ogni suo movimento o tentativo di parlare. Naturalmente, né il suo dentista, né l’intera lista di professionisti sull’elenco telefonico erano reperibili.

Dzahabayev era enorme, ceceno ed era il lavapiatti del ristorante. Sembrava un lottatore di Sumo e Margherita non aveva mai capito come potesse permettersi, con la paga da sguattero, la Porsche con cui girava e i gioielli che sfoggiava.
Allo sguardo incuriosito del ceceno, Margherita aveva spiegato la situazione. Alla fine del turno, oramai agonizzante, lo aveva trovato ad aspettarla nel parcheggio. Le porgeva un blister contenente due pillole.

«Tu adesso prende queste, e butta giù con vodka, da? Questo è metodo ceceno, da? Tu vede che dorme come angioletto e domani sta meglio, da
Le aveva accettate e aveva ringraziato Zaba, convinta che mai si sarebbe infilata in bocca una di quelle schifezze. La sera però, annientata dal dolore crescente e immune ai comuni antidolorifici, aveva riempito di vodka la tazza con la Gioconda, vuotato il blister sul palmo della mano e buttato giù tutto.

Passato il bruciore diffuso dovuto all’alcool, la testa aveva cominciato a girare costringendola a stendersi nel letto. E lì era cominciata la festa.
Aveva preso ben presto a dimenarsi, avviluppata in un magma farmalcolico fatto di sudore e pensieri circolari che la trascinavano lontano per poi tornare al punto di partenza.
Si era poi ritrovata nello studio del suo dentista, dove un coniglio gigante che indossava cuffia e mascherina armeggiava con il trapano nella sua bocca. Risvegliandosi, si era resa conto che il rumore dello strumento proveniva, in realtà, dal soggiorno.

Strisciando contro le pareti per non cadere, era andata a controllare. Ancora sotto l’effetto della miscela di farmaci e alcol, non capiva un cazzo di quello che stava succedendo. La luce era accesa.
All’ingresso c’era una persona vestita di nero con addosso un passamontagna. Era enorme, teneva in una mano un trapano con una grossa punta e nell’altra un piede di porco. Macheccazz…

«Ora tu torna a letto e dorme come angioleto, da?» Le aveva intimato il colosso, indicandola con l’arnese ricurvo. Poi, vedendo forse l’aria ebete di Margherita, si era sentito in dovere di presentarsi.
«Sono fatina di denti, tu conosce me? Da?» Lei aveva annuito.
«Allora tu va e fa bei sogni, da

A Margherita era parso un consiglio grandioso, almeno nello stato nel quale si trovava. Era tornata in camera ricongiungendosi alla sagoma di sudore dalla quale si era staccata poco prima. Sì, tornare a dormire era la sola cosa di cui aveva il bisogno. Il seguito era stato un sonno sereno e senza sogni, fino al risveglio.

Ma il punto era questo. Era davvero sveglia? Cosa di tutto ciò era successo davvero? Il rivangare in quel casino le aveva portato solo un gran mal di testa.
Poi però dovette arrendersi all’evidenza. Guardò la parete vuota che il giorno prima era occupata dal televisore, e i trucioli caduti dalla serratura della porta, ridotta ad un colabrodo. Capì come l’unica cosa reale fosse stata la visita della fatina dei denti ed il suo trapano, su questo non c’erano dubbi.
La troia le aveva svaligiato l’appartamento.