Il lupo perde il pelo ma non il vizio | Racconto di Diego Tonini

Dopo il detto Chi va con lo zoppo… Diego Tonini torna con un nuovo racconto. Lo stile narrativo, che l’autore ha già dimostrato nella raccolta di racconti Non chiamatemi Vincent, si spinge al confine tra mondo reale e mondo fantastico, per parodiare alcuni comportamenti dell’essere umano, mostrandone i limiti e i punti di forza.
Buona lettura.

IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO

Brutta bestia l’alopecia, lasciatevelo dire da uno che se ne intende.
Cosa vuoi che sia, direte voi, si vive benissimo anche senza pelo, addirittura c’è gente che basa il proprio fascino sull’essere calva…
Sì, tutti bravi a parlare quando non capita a voi, facile fare i glabri col pelo degli altri.
Quando però diventi liscio come la buccia di un caco, e intendo dappertutto, e hai pure lo stesso colorito rosa-arancione, non è un bel vedere, soprattutto per uno che, come me, col pelo ci lavora.
Non vi ho convinto? Credete che ne stia facendo un dramma? Allora lasciate che vi racconti la mia storia, così vi ricrederete.

Non sono sempre stato così, in passato avevo un manto folto e lucido che mi copriva bene bene poi, all’improvviso, chissà perché, ho cominciato a perderlo. Forse lo stress, non è piacevole star fuori tutta la notte a lavorare, di questi tempi, poi, rischi di fare brutti incontri; forse l’alimentazione, o semplicemente la vecchiaia, fatto sta che nel giro di un paio di mesi mi sono ritrovato completamente senza pelo.
La settimana scorsa c’era il plenilunio ed era la prima vola in cui uscivo nella mia nuova condizione. Il cielo era sereno e l’aria tersa lasciava vedere la luna grande e luminosa come non accadeva da molto tempo. Era la notte perfetta per lavorare, anche se faceva un freddo cane.

Come ogni sera di lavoro mi ero preparato per tempo e con meticolosità: fatto una lunga doccia, lavato i denti e passato il filo interdentale, spalmato la crema su mani e piedi e sistemato i vestiti puliti sul letto, pronti per il mio ritorno all’alba.
Passai veloce di fronte allo specchio, senza guardarmi, intimorito dalla mia immagine liscia e rosata che assomigliava vagamente a una mortadella sottopeso. Avevo il magone, evitavo i miei riflessi perché mi vergognavo della mia carenza di vello. Esitai, meditando di chiudermi in camera e darmi malato, ma purtroppo bisogna pur campare e uno nella mia situazione non ha molte prospettive di carriera. Insomma, il lavoro mi serve e quella sera, pelo o non pelo, sarei dovuto uscire in strada, come ogni mese. E poi l’aveva detto anche il mio psicologo, non era il pelo a qualificarmi, ma il mio atteggiamento. Perciò dovevo sforzarmi di essere positivo.

Chiusi gli occhi e respirai a fondo, con lentezza. Dovevo rilassarmi, l’ansia non fa bene alla prestazione, soprattutto poco prima di cominciare. Accucciato sul pavimento, aspettai. La luna si mostrò nel rettangolo nero disegnato dalla finestra aperta e il suo chiarore argenteo si posò su mio corpo, senza calore, come la carezza di una donna morta.
Fu doloroso ma veloce: come un autobus senza freni che mi passasse sopra con tutte le ruote. Per fortuna non ebbi il tempo di pensare, la mia parte cosciente se n’era andata, lasciando il campo libero all’istinto della belva. Passai la lingua sui canini aguzzi, stesi le zampe, con gli artigli che graffiavano il parquet, e inarcai la schiena; poi balzai sul davanzale e lanciai un lungo ululato per salutare la luna.

Un paesaggio olfattivo si stendeva di fronte a me, sovrapposto a quello oscuro e scarno che gli occhi potevano percepire; scelsi l’aroma più inebriante, quello dell’eccitazione umana, e mi misi in caccia. La scia era un miscuglio di odori che mi guidava tra le ombre dove la luna non riusciva ad arrivare: eccitazione, birra, sudore, profumo; li distinguevo tutti, intrecciati fra loro e con il sottofondo di polvere e smog della città. Sentivo ogni suono, dallo zampettare sottile dei topi nei vicoli, alle urla strascicate degli ubriachi; vedevo dentro il buio, tutti i miei sensi erano all’erta, muscoli tesi e pronti alla caccia.
E avevo freddo. Un freddo maledetto che si appiccicava alla pelle nuda, indifesa, senza nemmeno un peletto che la proteggesse.
Rabbrividii e fissai la mia amica nel cielo che col suo pallore giallognolo pareva incitarmi. «Non senti freddo, lassù?» ululai, maledicendo la mia condizione, ma lei non rispose, immobile nel suo silenzio di tenebre.

L’odore mi sottrasse a quei pensieri, gli schiamazzi attirarono la mia attenzione: erano vicini, la caccia stava per concludersi. Inarcai la schiena e sollevai le labbra sopra i canini; un brivido, non di freddo questa volta, mi corse lungo i muscoli. Era giunto il momento.
Corsi, l’aria fredda sfiorava il velo di saliva sopra i denti, voltai una curva e li vidi: stavano fermi a un incrocio, si appoggiavano a un lampione, stringendolo come marinai in mezzo alla tempesta e borbottavano parole senza senso, ridacchiando e tossendo a ogni frase.
Arricciai il naso, il puzzo dell’alcol stantio mi feriva l’olfatto, ma non mi lasciai distrarre, la caccia era la caccia e quello il mio lavoro. Con un ultimo, silenzioso balzo fui a pochi metri da loro, un’ombra fra le ombre. Ringhiai, le zanne scoperte luccicanti di saliva e il pelo ritto sulla schiena, se ne avessi avuto.

Il più alto dei due si voltò, tenendo il braccio arpionato al palo di ferro, e colpì sulla testa l’amico, che se ne stava seduto a terra abbracciato allo stesso lampione. Lo osservai mentre scacciava la mano che lo disturbava come fosse un insetto fastidioso e si voltava verso di me. Sentii che stava arrivando il momento, quello in cui l’odore della paura sovrastava tutti gli altri, giungendo fino a me e inebriandomi come il più pregiato dei cognac; allargai le narici, in attesa che il vento portasse il dolce aroma. Non arrivò.
Qualcosa non stava andando come previsto: i due mi fissavano senza reagire, senza quel terrore nello sguardo a cui ero abituato. L’uomo seduto si aggrappò al braccio dell’amico, si tirò in piedi e gli diede di gomito sul fianco.

«Ehi, Carlo, guarda, c’è uno di quegli orrendi gatti senza pelo.»
«Ma che dici?» rispose l’altro, «non vedi che è un cane? Deve essere di razza, ho visto una foto su internet, il cane più brutto del mondo… certo che fa proprio schifo, e costerà pure un sacco di soldi.»
Si piegarono dal ridere, dandosi sberle sulla schiena.
Serrai le mascelle, i denti che stridevano l’uno contro l’altro. Non deve essere così, devono aver paura di me, essere paralizzati dal terrore e invece… invece ridono!
Ringhiai più forte, carico di rabbia e frustrazione.
«Senti come fa le fusa, è un bel gatto.»
Quello che si chiamava Carlo roteò gli occhi. «Oddio, Franco, bello non direi» sputacchiò qualcosa di giallo, travolto dalle risate.

Avanzai, scoprendo le zanne.
«Guarda, viene verso di noi, avrà fame» disse Franco, «micio, micio, micio…»
Carlo gli mollò una manata sulla nuca, facendolo ruzzolare in avanti.
«Ma che cazzo lo chiami, dove li troviamo i croccantini, adesso?»
Franco scattò in piedi e spintonò l’amico. «Era tanto per dire, cretino! E poi, mica c’è bisogno di menare.»
«Sì che c’è, perché sei un coglione!» rispose Carlo, e Franco lo colpì al petto con la mano aperta. «Bada a come parli.»
«E tu non mi toccare» lo minacciò Carlo, torcendogli il polso.
«Non mi toccare tu!» il rumore dello schiaffo mi fece quasi trasalire.
Si afferrarono e ruzzolarono sull’asfalto umido, picchiandosi con violenza ottusa e immotivata, e si dimenticarono di me.

Mi accostai a loro, maledicendo ancora una volta la mancanza di una folta cresta di peli sulla schiena, e lanciai un latrato che nelle intenzioni doveva pietrificarli dal terrore.
Si fermarono, sì, e mi guardarono, poi Franco scosse la testa.
«Mi sa che hai ragione tu, deve essere un cane, senti come abbaia.» disse.
Carlo sbuffò. «Non mi stai mai a sentire, cazzo. Abbaia perché ha fame, e magari si è perso, poverino.» Allungò una mano per accarezzarmi la testa.

Mi ritrassi e scappai guaendo, desideroso solo di tornare a casa, nonostante la luna fosse ancora alta.
Voi sarete scettici, ma è dura essere un licantropo con l’alopecia.