Sorry we missed you di Ken Loach

In questo periodo, in cui siamo confinati in casa, merita riscoprire alcuni film recenti per godere 100 minuti di autentico cinema sociologico, pur nell’inquietudine e nella tensione, che solo l’ormai 84enne Ken Loach, sa regalarci e farci riflettere sul senso della vita.

Conosciamo i temi che hanno sempre contraddistinto la carriera di Ken Loach,, e che lo hanno fatto considerare un anti-patriota, nel suo attacco alla società borghese-capitalistica, la quale sfrutta e opprime la dignità delle persone, in una denuncia contro le ingiustizie sociali.

Loach torna a Cannes nel 2019, per la quindicesima volta, presentando Sorry we missed you che riassume, nel titolo, le parole stampate sugli avvisi di consegna dei pacchi che non sono stati consegnati per non aver trovato nessuno a riceverli.

Un ennesimo capolavoro come inno all’ingiustizia e allo sfruttamento dell’uomo nella nostra società.

E’ la storia di una famiglia formata da Riky (Kris Hitchen) ed Abby Turner (Debbie Honeywood) ed i loro due figli che si trova a combattere durante la crisi economica del 2008 a Newcastle, per poter campare in una società alienante che sfrutta il lavoro tra provocazioni ed umiliazioni.

Si racconta una vita senza via di uscita e senza speranza così ben costruita che culmina, alla fine del film come emblema e simbolo dello sfruttamento, nel voler raggiungere ad ogni costo il posto di lavoro nonostante il protagonista si reggesse a malapena in piedi dopo aver subito un’aggressione che lo aveva massacrato.

Il film è stato sceneggiato da Paul Laverty, liberamente ispirato ad una storia vera di Don Lane, un corriere che morì nel 2108 per non essersi potuto curare a causa degli insormontabili impegni di lavoro che lo costringevano alle consegne anche a Natale per evitare di pagare le notevoli multe che gli venivano inflitte in caso di ritardo nelle consegne.

LA TRAMA

Riky, il capofamiglia, dopo aver provato diversi lavori senza successo, dal muratore all’idraulico, tenta di mettersi in proprio attraverso un’azienda di trasporti per lavorare in franchising.

Si trova così a dover acquistare a proprie spese un furgone convincendo la moglie a vendere la macchina e a viaggiare in autobus per poter assistere delle persone bisognose di cure a domicilio molto distanti dalla sua abitazione.

La storia si snoda tra le enormi difficoltà alle quali è costretto a far fronte Riky nei turni massacranti di lavoro pagati a cottimo per la consegna dei pacchi nelle case scanditi da un infernale scanner portatile che segnala in ogni momento la sua posizione ed il tempo delle soste.

Egli si troverà presto a cadere nel baratro delle consegne dei corrieri schiavizzati dall’e-commerce, lavorando 14 ore al giorno, sei giorni su sette, con lo scanner sempre presente a controllare ogni sua mossa, costretto a rispettare degli orari che impongono un tour de force inaudito.

Il film è girato con impeccabile maestria da Loach e si avvale dell’encomiabile interpretazione dei personaggi che sanno coinvolgere ed emozionare. Lo spettatore si trova incollato alla visione del film per tutto il tempo nello scadere dei drammi vissuti da una famiglia che si era illusa di trovare, nella falsa idea di un lavoro autonomo, il riscatto da una vita di privazioni.

Emblematiche le parole del cinico datore di lavoro al momento dell’assunzione: “sarai padrone del tuo destino, lavori con noi, non per noi”.

Alla fine, nei titoli di coda si legge: “Grazie a tutti quei trasportatori che ci hanno fornito informazioni sul loro lavoro ma non hanno voluto che i loro nomi comparissero“.

Gianfranco Missiaja
Gianfranco Missiaja, architetto e artista, ha esposto le sue opere in più di 90 Mostre internazionali. Ha pubblicato numerosi testi di critica e storia dell’Arte e una Guida alla 57a Biennale Internazionale d’Arte di Venezia.