Linguaggio verbale e non verbale | Filippina Arena @Italiandirectory

Linguaggio verbale e non verbale: forme comunicative indissolubili

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+Share on StumbleUponEmail this to someone

Che cosa è il linguaggio? Il linguaggio è un codice che permette ad un soggetto di trasmettere informazioni ad un altro soggetto e viceversa. In termini comportamentali, la sequenza è la seguente: stimolo-risposta-stimolo-risposta e così via fino a che la comunicazione non si ferma.

Questo insieme di impulsi origina il linguaggio verbale che si distingue in varie tipologie a seconda dell’ambito del sapere in cui viene usato: così parliamo di linguaggio scientifico, tecnico, burocratico, politico ecc. Esso è fatto di segni che si riferiscono direttamente a un oggetto o a un’azione; più precisamente, possiamo dire che il segno, nel linguaggio, è la relazione tra un significante e un significato, ovvero fra il soggetto che esprime (significante) e il contenuto (significato). Anche in questo caso riconosciamo una sequenza che è la seguente: emittente-canale-messaggio-ricevente. Ciò è quanto accade in un contesto socioculturale.

Ma il linguaggio si serve anche di simboli e il simbolo è, per eccellenza, «qualcosa che rinvia a….». Cercare il significato etimologico del termine ci permetterà di capire questo rinvio: la parola simbolo, infatti, deriva dal verbo greco sumballein e significa “mettere assieme”. Era tradizione della Grecia antica, infatti, tagliare un oggetto in due (ad es. un anello) e dare una metà a un ospite o a un amico. I due possessori consegnavano le due metà a due loro discendenti i quali, di generazione in generazione, le trasmettevano ai loro successori di modo che gli appartenenti a queste famiglie potessero riconoscersi anche dopo molto tempo.

Il rinvio dunque sta a significare la ricomposizione di un intero. Dal punto di vista antropologico, nel linguaggio sia verbale sia non verbale il simbolo è una espressione irrazionale che rinvia a qualcos’altro, come sostiene E.B. Taylor. Ne sono esempi le espressioni dei primitivi, i simboli religiosi e quelli onirici, o, se consideriamo il mondo animale che non possiede la parola, una serie di espressioni simboliche, come ad esempio gli oggetti con cui giocano gli animali domestici, assunti a simbolo per manifestare la loro gioia. Per questo, il simbolo è considerato qualcosa di irrazionale o meglio pre-razionale quando il pensiero, ancora primitivo, non aveva sviluppato ed elaborato un linguaggio compiuto e con regole precise.

Ci chiediamo, allora, come si sviluppa il linguaggio? I fonemi sono i primi suoni che l’uomo emette e sono costituiti da vocali e consonanti riferiti ad un determinato alfabeto. L’unione di fonemi permette la costruzione di morfemi cioè radici di parole, suffissi e prefissi. Quando questi vengono raggruppati secondo regole precise, allora si formano le parole, che messe insieme secondo una sequenza significativa, danno luogo alle frasi. In questo modo vengono strutturati i ragionamenti. La grammatica, in tale prospettiva, è garante della correttezza d’uso di frasi e di ragionamenti, affinché siano dotati di senso.

Sviluppo del linguaggio

N. A. Chomsky, linguista statunitense, distingue nelle frasi una struttura superficiale e una struttura profonda. La prima corrisponde alla formulazione sonora della frase, la seconda al significato che essa contiene. Il collegamento fra le due è regolato dalla grammatica che controlla l’uso del linguaggio che costituisce così il canale comunicativo. Possiamo seguire queste fasi distinte, ad esempio, nello sviluppo del bambino che dai primi vocalizzi, crescendo, arriva a comporre frasi di senso compiuto; allo stesso modo, se osserviamo lo sviluppo linguistico della specie umana da un punto di vista archeologico, si potrà notare il passaggio da suoni inarticolati all’espressione di frasi e alla composizione di ragionamenti (per approfondimenti sul tema v.Teoria della discontinuità di Noam Chomsky e la Teoria del protolinguaggio di Derek Bickerton).

Tipologie di linguaggio

Fin qui abbiamo parlato però prevalentemente di linguaggio verbale, anche se l’accenno ai simboli ha già anticipato il rovesciamento del verbale nel non verbale. Eraclito, filosofo del VI sec. a.c., chiamava movimento enantiodromico dei contrari questa possibilità di “rovesciamento” affermando, con alcuni esempi, che la guerra è legata alla pace, la vita alla morte, e che la via in su e la via in giù sono la stessa cosa. Enantiodromia è proprio il cadere nell’altro, correre verso l’altro. Sicché gli opposti sono apparentemente tali perché in verità sono sostanzialmente uniti. Questa teoria si potrà, quindi, applicare anche al linguaggio verbale e non verbale.

Linguaggio verbale e non verbale

Il linguaggio cosiddetto non verbale è quello costituito da gesti, sguardi, espressioni del viso, movimenti corporei, postura che possono essere intenzionali o inconsapevoli. Rientrano, inoltre, nella categoria del linguaggio non verbale anche l’abbigliamento, il trucco, i tatuaggi e molti oggetti comuni. A volte accade che il messaggio inviato con il linguaggio verbale non sia confermato dal linguaggio non verbale e ciò può causare fraintendimenti o, quantomeno, poca chiarezza. Infatti, ci sono altri due temi strettamente legati all’argomento trattato in questo articolo: le comunicazioni contraddittorie, dalle quali possono nascere vere e proprie patologie psichiche e, fondamento di ogni discorso sul linguaggio, è il concetto che tutto è comunicazione o, per dirla con le parole del filosofo Bruno Lauretano, tutto è mediazione. Di questi due approfondimenti ci occuperemo successivamente.

Ritornando alle tipologie di linguaggio non verbale e in particolare alla postura, vogliamo ricordare che la scienza della prossemica, studia il significato assunto dalla posizione del corpo nel territorio cioè, su un piano psicologico, lo spazio che l’uomo interpone tra sé e gli altri: questo va inteso come fattore comunicativo proprio perché ognuno di noi ha bisogno di uno spazio attorno a sé e lo usa in modo personale. A tale scopo E.T. Hall, distingue vari tipi di distanza:

  • una zona di distanza intima ravvicinata: è il caso di due corpi che si toccano (es. madre e bambino durante l’allattamento);
  • una zona di distanza intima non ravvicinata che varia dai 15 ai 45 centimetri;
  • una zona di distanza intima non ravvicinata che varia dai 15 ai 45 centimetri;
  • una zona di distanza non ravvicinata (dai 75 ai 120 centimetri) in cui la privacy è salvaguardata;
  • una zona di distanza sociale che varia fra 1 metro e 20 centimetri e i 2 metri, è quella assunta da persone che non si conoscono fra loro intimamente ma hanno solo rapporti di lavoro: es. il dirigente e i suoi collaboratori;
  • una zona della distanza pubblica: il conferenziere di fronte al suo uditorio (generalmente di circa 4 metri).

Eppure, al di là della standardizzazione appena proposta, bisogna tenere presente che la concezione e l’uso dello spazio varia da cultura a cultura. Questa breve digressione sulla prossemica vuole solo dimostrare come la collocazione del corpo nello spazio sia un comportamento non verbale abbastanza “eloquente” del rapporto e della comunicazione che si instaura tra due soggetti.

Tornando all’origine del linguaggio non verbale, ricordiamo che questo è prerogativa della comunicazione animale perché gli animali non possiedono la parola ma trasmettono informazioni fra di loro tramite segnali quasi sempre geneticamente programmati che possono anche assumere valore intenzionale. Basti pensare alle api: ognuna di esse è in grado di indicare alle compagne, mediante una danza elaborata e complessa, nella quale velocità, traiettoria e direzione sono indicatori, il posto in cui si trovano i fiori pieni di nettare. Questi indicatori hanno valore simbolico.

Inoltre, è interessante una ricerca che osserva come molti primati che vivono in società assumono espressioni facciali simili a quelle dell’uomo. Lo scienziato C. Darwin, nell’opera “L’espressione delle emozioni”, presenta innumerevoli casi in cui gli animali manifestano le loro emozioni nelle forme più disparate, persino attraverso il cambiamento di colore della pelle. Traslando questo comportamento nel non verbale dell’essere umano, è facile immaginarlo se si pensa a ciò che accade quando le persone arrossiscono nel provare un’emozione.

Tuttavia se il non verbale è appannaggio degli animali, nondimeno si può affermare che nei parlanti si impone a dispetto del verbale perché è una reazione inconsapevole e a diretto contatto con le emozioni e i sentimenti, che invece possiamo governare e controllare nel momento in cui si parla.

Il doppio legame

Di fronte a tale conclusione possiamo ora porci questa domanda: quel movimento dei contrari e di ricaduta dell’uno nell’altro, è vero o è vero in parte? Se una prevalenza del non verbale sul verbale può esser data, resta il fatto che essi sono indissolubili e proprio per questa indissolubilità si può verificare una supremazia dell’uno sull’altro: come in una comunicazione schizofrenica. Ci riferiamo in particolare alla teoria del “doppio legame”, concetto anticipato dall’antropologo G. Bateson e poi ripreso dai ricercatori della Scuola di Palo Alto, in California, P. Watztlawick, J.H. Beavin, D.D. Jackson.

Si tratta di questo: due persone intimamente legate da un “doppio legame” si trovano in una situazione in cui l’uno non può fare a meno dell’altro, solo che uno domina e l’altro è dominato. In particolare accade – riprendendo l’esempio dei ricercatori – che un genitore si rivolga al bambino in modo iroso e che il bambino percepisca chiaramente la rabbia. Contemporaneamente però, il genitore nega di esserlo, anzi insiste affinché anche il figlio ammetta che lui non è arrabbiato. Ciò provoca nel bimbo un dilemma: credere alla propria sensazione e mantenere il contatto con la realtà oppure credere al genitore, della cui relazione ha bisogno ma che lo costringe a distorcere la realtà. Se tale forma di comunicazione si prolunga nel tempo può indurre un comportamento schizofrenico nel figlio, imbrigliato in una relazione-comunicazione terribilmente contraddittoria.

L’accenno fatto alla teoria del doppio legame è, a nostro parere, utile per capire una serie di concetti determinanti nei rapporti tra le persone: l’indissolubilità è il concetto chiave di certe relazioni umane, in questo caso di comunicazioni paradossali e patologiche; l’indissolubilità è l’anima del legame fra verbale e non verbale; spesso si verifica una prevalenza del secondo sul primo, proprio come accade nell’esempio sopra riportato; infine, che la teoria del doppio legame è un fatto comunicativo.

Pertanto fra le tipologie di linguaggio possiamo annoverare anche quelle patologiche che includono sia il verbale che il non verbale. Queste forme comunicative hanno anche una componente metalinguistica che si pone oltre il linguaggio stesso, perché dice implicitamente qualcosa sulla sua struttura e cioè che è paradossale. Propriamente metalinguaggio è lo studio della struttura del linguaggio e ha come oggetto i fatti linguistici e non il linguaggio come descrizione di oggetti. Gli studiosi di Palo Alto hanno affermato che nella comunicazione esistono due livelli: uno di contenuto e uno di relazione, dove il primo è il discorso in codice, il secondo è mimico, quindi fatto di movimenti, o comunque di manifestazioni non verbali.

Riassumendo, i principi della comunicazione formulati dai ricercatori sono i seguenti:

  1. é impossibile non comunicare;
  2. ogni comunicazione è una punteggiatura di sequenza di eventi ovvero di scambi;
  3. la comunicazione avviene secondo due moduli: uno analogico (immagine, gesto) e l’altro numerico (parola);
  4. la comunicazione può essere simmetrica (basata sull’uguaglianza) o complementare (basata sulle differenze).

Il linguaggio interiore

Un’altra tipologia di linguaggio è quello interiore, quello che usiamo quando parliamo tra noi e noi, quando pensiamo. È un linguaggio silenzioso eppure molto fervido ed intenso perché si costruisce con il concorso delle nostre cognizioni, dei nostri apprendimenti, della nostra formazione, della nostra affettività, delle nostre emozioni e sentimenti. Potremmo dire che è un linguaggio intimo che possiede caratteristiche ben precise: la sintesi, la velocità, date anche dal fatto che esso non usa i connettivi bensì utilizza molto le immagini.

Ancora una volta ritorna il nostro tema: l’indissolubilità di verbale e non verbale. Non è possibile distinguerli. Se una distinzione si vuole azzardare allora dobbiamo pensare al silenzio, quando la parola muore e lascia lo spazio tra un nome e l’altro, un verbo e l’altro. Cosa che accade anche per il non verbale: quando il silenzio coincide con la morte fisica e mentale (silenzio vuoto) o quando il silenzio paradossalmente diventa parola: il silenzio pieno della muta tristezza, dell’angoscia o del dolore acuto. C’è anche un silenzio volto a isolare, a tenere distante una persona: è un silenzio che comunica le parole “tu non esisti”.

Viceversa, la parola usata per fare angherie, maldicenza, aggressività psicologica specialmente in ambito aziendale, è l’essenza di un comportamento che il gruppo assume contro un singolo: è il mobbing. Se poi questi atteggiamenti vengono usati dal datore di lavoro contro il dipendente allora si parla di bossing. Questi sono solo alcuni accenni di comportamenti verbali devianti in azienda, che non possono essere trattati in questo articolo, ma che abbiamo citato per dimostrare nuovamente come i due linguaggi, verbale e non verbale, sono sempre presenti e indissolubili.

Il linguaggio aziendale

Una breve digressione sul linguaggio aziendale: le comunicazioni di servizio e gli ordini di lavoro sono comunicazioni formali ma accanto a queste esistono quelle informali, quelle che nascono quando si crea spirito di gruppo, solidarietà e collaborazione fra dipendenti e fra dipendenti e datore di lavoro. Il sociologo statunitense Elton Mayo negli anni Venti e Trenta del Novecento fu chiamato da varie aziende per risolvere il problema dell’assenteismo; egli effettuò vari esperimenti sui lavoratori e alla fine scoprì che non avevano motivazioni al lavoro a causa della mancanza di relazioni umane. Appena si consentì loro di gestire le pause e di partecipare alla gestione e all’organizzazione di una parte del lavoro, la situazione migliorò improvvisamente. Mayo elaborò così una delle teorie sulle relazioni umane: quanto più si sollecita la solidarietà tramite l’ascolto, sia delle lamentele che delle proposte dei dipendenti, tanto più aumenta il rendimento e la produttività. La teoria di Mayo ebbe successo e oggi è ampiamente realizzata in molte aziende. Ma è proprio questa teoria a confermare ancora una volta l’indissolubilità di verbale e non verbale perché le relazioni umane sono fatte di parole e di gesti, di sguardi, di contatto psicologico, di silenzi pieni.

La metafora

Nel concludere questo articolo sull’immenso mondo della comunicazione e del linguaggio, vogliamo menzionare, soprattutto per la sua suggestione, una forma particolare di linguaggio: la metafora. Aristotele, filosofo greco (384-322, a.c.), se ne occupò nella sua opera La Poetica.

Per descriverla egli riporta un esempio famoso: la vecchiaia è il tramonto della vita, laddove il tramonto è il giorno e la vecchiaia è la vita. In pratica avviene un trasferimento di significato: ad un termine situato in una determinata frase se ne sostituisce un altro la cui funzione ed essenza si sovrappongono a quelli del termine originario. Il risultato è una espressione di grande intensità. È una figura retorica che viene usata soprattutto in poesia: L’Infinito, di Giacomo Leopardi chiude così: e naufragar m’è dolce in questo mar, laddove naufragar è perdermi e mar è appunto l’infinito. Ma non solo i poeti usano la metafora. Nel linguaggio quotidiano noi tutti usiamo metafore per esprimere con maggiore efficacia un concetto: vi invitiamo a questo “gioco” cercandole nelle vostre comunicazioni. Ad esempio, i dialetti e i detti popolari si valgono spessissimo della metafora: pancia mia fatti capanna! Per dire quanta fame ho e quanto mangerò di fronte a un piatto gustoso. In pratica, sulla base di un’analogia, la metafora trasforma la frase in una immagine mentale dal forte impatto iconico ed espressivo.

La metafora, quindi, è particolarmente suggestiva proprio per questa particolare proprietà di trasformare un linguaggio verbale in uno iconico e non verbale. Paradossalmente, nel verbale della metafora, si innesta il connubio con il non verbale risultando così due linguaggi assolutamente inscindibili.

Fonti: E.B. Taylor, Eraclito, Aristotele, E.T Hall, N. Chomsky, W.R. Bion, P. Watztlawick , J.H. Beavin, D.D. Jackson, C. Darwin, B. Lauretano, I. Acerbo e F.Arena.