Kinnaur, un piccolo e prezioso territorio dell’Himalaya

Kinnaur Himalaya è stato prima di tutto un’intuizione.
La regione del Kinnaur è una remota striscia di terra indiana nell’Himalaya. L’allora studente Emanuele Confortin, ora giornalista e fotoreporter, scelse questo scenario come sfondo per la tesi di laurea: nel 2003 non avrebbe mai immaginato che il legame e l’interesse per quella zona dimenticata sarebbe diventato così forte. Ciò che andava cercando era un luogo in cui fare ricerca sul campo, per trovare possibilmente qualcosa che già non fosse stato descritto negli innumerevoli taccuini di viaggiatori inglesi che durante il periodo coloniale scrissero profusamente; non voleva nemmeno che vi fosse traccia nelle relazioni di spedizioni alpinistiche per raggiungere il “tetto del mondo”, diffuse negli anni ’30 e ’40, quando portare la bandiera della propria nazione nelle cime, che fino a quel momento erano considerate irraggiungibili, sembrava la nuova corsa all’oro.

L’intento nell’approccio della ricerca fu di origine etnografica ma la vita quotidiana a contatto con quella gente gli diede l’accesso a situazioni che lo spinsero oltre le aspettative con cui era partito da Castelfranco Veneto. Confortin poté ascoltare inni sacri cantati nel tempio del villaggio, osservò la trance degli oracoli kinnauri e, infine, osservò l’interazione di un popolo con il territorio che abita, sguardo che caratterizza, di fatto, lo spirito del giornalista: Confortin mantiene tuttora la prospettiva che sceglie la centralità dell’essere umano e la sua capacità di adattamento (o di sopravvivenza) nella realizzazione dei suoi progetti di scrittore di reportage e di inchieste.

Il libro che qui ci propone è il risultato di un’accurata analisi sociale, ambientale e geopolitica, una visione a tutto tondo resa possibile dalla base formativa data dal percorso universitario e integrata negli anni con l’esperienza professionale che lo ha portato a concentrarsi sulla storia contemporanea dell’Asia e sugli effetti che i cambiamenti in corso producono non solo in quell’area ma che, come un’eco, giungono fino all’Occidente.
Un aspetto interessante di questo lavoro è stato l’entusiasmo e il coinvolgimento di alcuni sponsor e alla campagna di crowdfunding che lo ha portano alla realizzazione di un lungometraggio che ora sarà presentato all’edizione 2020 del Trento Film Festival, nella sezione Terre alte. Il trailer e la prenotazione alla prima visione del docufilm, che sarà domenica 30 agosto cliccando qui; per maggiori informazioni potete contattare l’autore (info a piè di pagina).

Intervista

Ci puoi spiegare il sottotitolo di Kinnaur Himalaya, “al confine tra ordine e caos”?

Il lavoro è stato realizzato in Kinnaur, e nel vicino Spiti, un distretto tribale dello stato indiano dell’Himachal Pradesh, in India. L’area confina con il Tibet, ovvero con la Cina e la linea di frontiera è nota come LaC, acronimo di Line of Actual Control, vale a dire la linea del cessate il fuoco stabilita tra New Delhi e Pechino dopo la guerra lampo del 1962. Da allora, le due potenze nucleari continuano a disputarsi ampie porzioni di territorio lungo tutto l’arco himalayano. Si parla di 4.050 chilometri di frontiera oggetto di rivendicazioni territoriali dall’una o dall’altra parte. Per presidiare le rispettive posizioni, India e Cina stanno rafforzando i contingenti militari in montagna, lungo la LaC e non sono rari gli scontri, l’ultimo dei quali -durante la chiusura imposta dall’emergenza Covid-19- ha causato la morte di 20 soldati indiani.
Ebbene, il degenerare della situazione sul campo potrebbe bastare a gettare gran parte dell’Asia nel caos. Questo è un primo “confine tra ordine e caos”, cui si aggiungono, più brevemente, il passaggio epocale vissuto dalla società Kinnauri per effetto dell’imposizione di nuovi modelli economici; dalla crescente disponibilità di danaro e dallo sperpero dello stesso per la costruzione sregolata di nuovi edifici in cemento; dall’impatto delle migrazioni stagionali di braccianti e lavoratori dall’India più povera e dal Nepal. C’è poi l’aspetto cosmologico, ovvero la concezione dell’ambiente naturale (ancora per poco) diffusa in Kinnaur, basata sulla divisione del mondo fenomenico in ambito urbano, dove regna l’ordine e l’ambito sovrannaturale, la selva e le montagne, dominio del caos.

Il libro è stato l’esito di un lungo progetto, cosa ti lega a quei luoghi?

Sono andato in Kinnaur per la prima volta nel 2003, poi ancora nel 2005, nel 2018 e nel 2019. Ho svolto più di sette mesi di lavoro sul campo, sei dei quali in completa solitudine. Inutile dire che è stata un’esperienza umana profonda e importante, a tal punto da condizionare le mie scelte di vita. È stato nel 2003 infatti, al termine dei primi tre mesi in Kinnaur, che ho deciso di dedicarmi a questo: al giornalismo e al documentarismo (sia questo fotografico o video) con lunghe permanenze sul campo. Malgrado all’epoca, nel 2003, il turismo fosse agli albori, sono stato accolto come in famiglia, protetto e avviato nella conoscenza di un luogo dalla cultura antica e molto complessa. È stato un privilegio, me ne rendo conto soprattutto adesso, con il cosiddetto “senno di poi”. Il Kinnaur rimarrà per sempre nei miei ricordi, a partire dai suoi abitanti.

Due domande sul libro: la prima, cos’è “soluzioni punk per sopravvivere”? La seconda, il 22 settembre 2018 è una data che non dimenticherai, giusto?

Voltarsi dall’altra parte quando un toro imbizzarrito ti calpesta un piede con gli zoccoli, o quando non hai abbastanza soldi e per dormire ti sdrai sul sedile in legno del tuo ciclo-rikshaw (una specie di taxi a due ruote), trenta centimetri per un metro trasformati in casa e posto di lavoro. Viaggiando in India capita di continuo di imbattersi nel jugaad applicato alla vita di tutti i giorni.
Probabilmente l’esempio più celebre è stato portato sugli schermi dalla pubblicità di un noto marchio di auto francesi. Ricordate quel ragazzo innamorato del modello d’auto visto e rivisto, ma inaccessibile? Poi la corsa con la sua vecchia auto Ambassador a far piegare carrozzeria e lamiere sotto il sedere di un elefante per trasformarla in qualcosa di simile all’auto dei suoi sogni. Ecco, quello è un esempio perfetto di jugaad. Una sola parola che racchiude secoli di esperienza, e traduce la capacità di arrangiarsi in assenza di mezzi, il saper riparare, avviare, rigenerare ogni cosa usando quanto natura, rifiuti e ingegno umano hanno da offrire. Jugaad è una filosofia di vita, quindi, il corrispettivo che dalle mie parti potrebbe essere tradotto per l’appunto con «soluzioni punk per sopravvivere».

In quanto al 22 settembre, è il giorno in cui ha avuto inizio quella che nel libro chiamo “tempesta perfetta”. Ero in Spiti, a quasi 4000 metri di quota e per sottrarmi a una delle peggiori perturbazioni degli ultimi anni, mi sono rifugiato al Ki gompa, uno dei più affascinanti e remoti monasteri buddisti dell’Himalaya indiano. Per tre giorni e tre notti ho vissuto con i lama, ho partecipato alla preparazione del cibo e alle preghiere, avviando conversazioni simili a partite a scacchi, nelle quali a ogni domanda, la risposta può giungere dopo una lunga riflessione. È stata un’esperienza importante.

I grokch sono gli oracoli del Kinnaur. Uomini scelti sulla base della discendenza per servire come anello di giunzione tra realtà di villaggio e mondo degli spiriti, attraverso trance e possessione a Rogh © Emanuele Confortin

Parli di una zona specifica ma la tua visione è ben più ampia: qual è il senso di questa testimonianza?

Apprezzo questa domanda. L’Himalaya è il cuore dell’Asia e come mi ha assicurato un giovane giornalista di New Dehli, “conoscere l’Himalaya significa conoscere l’Asia”. Sarebbe però difficile pubblicare un qualsivoglia lavoro di ricerca includendo l’intero arco himalayano. Servirebbero un paio di vite almeno, oppure si dovrebbe per forza optare per un approccio più superficiale. Per questo ho scelto di lavorare in modo approfondito in un’area geograficamente ristretta, il Kinnaur, sapendo che dal ‘micro’ è possibile cogliere le dinamiche e i cambiamenti in atto nel ‘macro’, vale a dire nel resto dell’Himalaya. Mi occupo di Subcontinente indiano da abbastanza tempo da essere il primo ad ammettere che Kinnaur Himalaya non sia il lavoro definitivo e nemmeno esaustivo. Mi auguro però basti a offrire degli spunti di riflessione importanti. Se così fosse, per me sarebbe il migliore dei risultati.

Un ragazzino trasporta 4 scatole di mele dal peso di 20 Kg ciascuna. Il rassi bori è il nome della corda usata sai nepalesi per fissare i carichi sulla testa. © Emanuele Confortin

Ci racconti la tua esperienza di crowdfunding?

Dal crowdfunding ho imparato due cose: mai avviare una campagna di finanziamento dal basso (il crowdfunding) tra fine luglio e metà agosto, con la gente in ferie; in Italia non siamo ancora pronti. Detto questo, è stata un’esperienza molto istruttiva e non meno difficile. Il crowdfunding è molto diffuso nei Paesi anglosassoni, ma anche in Francia e in Germania. Serve per finanziare in tutto o in parte progetti imprenditoriali innovativi, film, pubblicazioni di libri, raccolte fondi per emergenze umanitarie. Serve anche, come nel mio caso, per coprire parte dei costi di produzione di film e documentari. Per completare Kinnaur Himalaya serviva ancora qualche passo e grazie al crowdfunding sono riuscito a completare il lavoro.

La scorsa edizione del TFF avevi presentato il libro, ora ritorni con il documentario, cosa ti aspetti?

Dopo alcuni esperimenti negli ultimi anni, Kinnaur Himalaya è il primo vero documentario della mia vita, pertanto non so bene cosa aspettarmi. C’è da dire anche che l’edizione 2019 del Trento Film Festival è stata posticipata, da maggio a fine agosto, a causa del Covid e questo avrà ripercussioni sulla fruizione della rassegna. Di certo però, pensare di essere proiettato in “prima mondiale” al Supercinema Vittoria durante il TFF è una grande emozione. Si inaugura così una nuova stagione per questo lavoro di lungo corso, realizzato anche grazie al sostegno di un gruppo di partner e istituzioni che hanno creduto nel progetto e messo a disposizione risorse vitali per arrivare sino qui.

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Il libro Kinnaur Himalaya può essere ordinato in libreria oppure scrivendo a info@indika.it; Emanuele Confortin coordina e scrive anche nel il sito Indika ed è co-fondatore della rivista online Alpinismi.com rivolta al mondo della montagna a 360 gradi.
Trovate l’intervista al precedente progetto di Emanuele Confortin, Dentro l’esodo, cliccando qui.