Cercando l’oro del tempo

La breve nota che introduce il catalogo 2014-2017 Archivio Bassotto inizia con questa frase. Francesco Bletzo riconduce a questo mistero il processo di sintesi attuato da Raffaello Bassotto al suo ultimo progetto fotografico. Le immagini che compaiono nei quattro capitoli celano molti segreti, rappresentano scatti d’intuizione; l’intuito, lungi dall’essere inteso come sinonimo di irrazionalità, è per sua natura diretto e immediato, e si contrappone tradizionalmente alla logica. In questo lavoro, però, assistiamo alla fusione degli opposti e la composizione fotografica diventa il frutto di un lungo ragionamento e il suo esito si concretizza in un attimo, in un’idea precisa trasferita in una scrittura di luce.

‘Cercando l’oro del tempo’ pone l’accento su quella «luce naturale nella quale gli oggetti sono immersi, nell’ora della vita alla quale sono strappati dall’immagine» e sugli oggetti che «sono carichi di un enigma che come tale non è risolvibile, che vale molto più come domanda che come risposta, che sembra arrivare alla radice misteriosa dell’essere e del tempo stesso che ci è concesso.»

Object o oggetti in posa, quel progetto di cui avevamo parlato in un precedente articolo, è quindi giunto al termine, le foto sono state stampate e il catalogo pubblicato. L’intervista a Raffaello Bassotto è inserita come conclusione del volume, a spiegare -ma non troppo- il senso di questa ricerca.

Objects © Raffaello Bassotto 2017

“How many times do I have to pretend it’s true?”. Perché il catalogo comincia ponendo questa domanda?

Questo lavoro sugli oggetti ha ridato vita a considerazioni sulla funzione rappresentativa dell’arte e della fotografia. Quindi la domanda si pone per tutti quelli che sono interessati a questo argomento. In questo progetto è evidente -o vuole essere evidente- che la fotografia è un oggetto in sé, non la realtà ritratta. Quante volte devo decidere che questa è la realtà e non una rappresentazione della realtà? L’immagine ha una sua autonomia, la fotografia è una rappresentazione bidimensionale con contenuti estetici propri.

Questo banale concetto è alla base del ragionamento che fa Magritte con i suoi quadri. Quando lui raffigura la pipa scrivendo “questa non è una pipa”, afferma che ciò che stiamo guardando è un quadro, dove c’è disegnata una pipa; la trasfigurazione che noi attuiamo, a maggior ragione con la fotografia, è legata al fatto che noi prescindiamo da questo che è invece fondamentale. È lo stesso problema affrontato dall’astrattismo: la tendenza a togliere l’aspetto figurativo della pittura per riaffermare che l’unico oggetto da guardare è la tela, nella sua oggettività.

È più immediato guardare prima il contenuto che la fotografia nella sua interezza, non trova?

Nella fotografia, per retaggio culturale, questa è un’operazione un po’ più complessa, per cui si perde di vista che l’oggetto-fotografia sia una cosa autonoma e deve essere guardata per ciò che rappresenta, per poter recepire l’insieme dell’immagine prima di entrare nel suo contenuto.

Come sceglie gli oggetti da mettere in posa?

Posso dire che sono loro a scegliere me? Uno degli aspetti più interessanti di questo progetto è proprio il ritrovamento dell’oggetto. Durante la realizzazione del libro “Reliquiae” ho appreso una interessante definizione: inventio, che è la prima delle cinque parti in cui la retorica divide il discorso e corrisponde al reperimento delle idee, quindi anche al ritrovamento di una reliquia. Una foto l’ho proprio intitolata così, per rendere omaggio a ciò che accade: quando si trova un oggetto in realtà lo si crea nuovamente, con la propria immaginazione, vedere è inventare la forma inventata.

Gli oggetti appartengono quasi in maniera autobiografica a una mia scelta e all’analisi del vissuto che io immagino, non sono mai oggetti nuovi dove si tende a raffigurare la loro funzione, piuttosto l’intento è quello di raffigurare la loro vita, il loro passato. Attraverso l’immagine di questi oggetti si intuisce la storia che hanno avuto e l’epifania di questo libro è già nella ricerca e nel ritrovamento degli oggetti.

Objects © Raffaello Bassotto 2017

Come arriva dalla ricerca dell’oggetto alla realizzazione della fotografia?

Cercare un oggetto, che assurga a immagine di una realtà, passa obbligatoriamente per una sintesi: questo è stato il vero soggetto del lavoro. Ogni volta è un oggetto tra una miriade di oggetti, che racconta la sua storia e attraverso la fotografia trova espressione la sua invenzione. All’interno di questo processo ci sono molte analogie e molte citazioni che appartengono al mio vissuto culturale, perché in realtà ho sempre avuto l’interesse ad avvicinarmi agli oggetti, che fossero una parete di una fabbrica o un angolo di un museo oppure le bottiglie appena estratte da una cantina, con la loro polvere originaria.

Bletzo, nella sua introduzione, ricorda l’opera “Il Grande Cucchiaio” fatta da Giacometti per Breton per dare forma reale o surreale a una dimensione onirica. È quello che fa anche lei?

No, il mio non è un processo surreale perché resto nella realtà, quello che sto raffigurando è un oggetto preciso, dove l’unica citazione, se vogliamo, è il fatto che alcuni oggetti sono sospesi nel vuoto. Questo può sembrare una specie di invenzione surreale, in realtà corrisponde alla necessità di isolare l’oggetto dal contesto e renderlo più preciso nella descrizione. Questo può essere forse l’unico riferimento a un’operazione di tipo surreale, alla fine però è l’oggetto, con le sue incrostazioni, con la sua storia, a riportarci al reale.

Morandi, mentre impazzava la Seconda Guerra Mondiale, andava al mercato degli oggetti e sceglieva le ‘sue’ bottiglie in base a quelle che più corrispondevano alla sua idea di quadro, quindi le sue opere partivano già dalle forme che lui si era prefigurato e che poi ritrovava. Questo è fondamentale anche nel mio processo creativo, perché parte dall’oggetto che immagino essere qualche cosa che va al di là della descrizione dell’oggetto d’uso e serve per mostrarne la forma e la bellezza. Penso a quando Walker Evans pubblica le fotografie degli attrezzi da lavoro in maniera scarna e diretta, senza artifizi estetici. Improvvisamente avvia una rivoluzione per cui le cose che vengono pensate per essere usate, diventano oggetto di analisi anche da un punto di vista del contenuto e dell’estetica. In qualche misura potremmo pensare che sono delle vere e proprie sculture, “Sculture Inventate”.

Objects © Raffaello Bassotto 2017

Uno degli elementi che lega le sue fotografie è la luce: perché è così importante?

Lo sforzo di non lavorare come fossero delle classiche “still life” pubblicitarie parte dall’operazione concettuale che è stata fatta. La regola che ho scelto di applicare a tutte le fotografie è quella dell’utilizzo della luce naturale, cioè l’illuminazione dell’oggetto giunge sempre dalla finestra del mio studio da cui entra la luce, che cambia spesso, a seconda dell’ora e del giorno, a seconda della stagione, a seconda di molte variabili, come le nuvole più che una giornata di sole, o della luce riflessa dalla casa di fronte. L’immagine posta alla fine del libro è la descrizione esatta del set usato per fotografare gli oggetti: “la luce che entra dalla finestra, il fondale, l’oggetto”. Questa è la fase che segue al rinvenimento dell’oggetto.

Perché, leggendo il titolo delle foto alla fine di ogni capitolo, si ha l’impressione che lei abbia disseminato il catalogo di indizi?

Il motivo non lo saprei dire. Quello che posso dire con discreta certezza è che in questo progetto sono venuti a galla, autonomamente, tutte le esperienze di una vita.

Quale è il motivo che l’ha indotta a scegliere la forma del catalogo, quasi fossero dei quadri, piuttosto che la forma del libro fotografico?

La differenza tra questo e gli altri miei libri è che quelli precedenti avevano sempre uno scopo, di tipo comunicativo, culturale e sociale. “Reliquiae”, ad esempio, mostra alla gente cosa sono le reliquie, la loro storia e la loro bellezza. Questo catalogo invece non ha nessuno scopo. O meglio, non vuole avere lo stesso scopo. L’ho immaginato come un catalogo di “prodotti”: uno vede una fotografia e sceglie di comprarla perché la considera adatta alla propria abitazione o al proprio racconto autobiografico. Il processo per cui arrivo a questa definizione è il rifiuto di strumentalizzazione dell’arte della fotografia e tutto quello che ci sta intorno, può essere un utilizzo positivo, etico diciamo così, però ormai nella mia accezione il termine etico è un po’ imbarazzante. Non si capisce più cosa c’è di etico o di commerciale. Si può vendere una bellissima fotografia di un bambino morto con lo scopo di descrivere una tragedia. Per questo l’ho chiamato catalogo e non libro fotografico o artistico.

Objects © Raffaello Bassotto 2017

Perché lo ha diviso in quattro capitoli?

I capitoli sono una divisione postuma di una serie di fotografie che rispondevano di volta in volta a impulsi diversi, dipende dall’oggetto trovato e fotografato, e dipende anche dallo stato d’animo. Questo ha dato luogo ai quattro filoni, che non hanno un nome perché alcune fotografie sono facilmente collocabili anche in un altro capitolo, cioè c’è sempre un nesso fondamentale tra loro, ma alcune appartengono di più a un concetto di oggetti in posa di morandiana memoria, altre invece appartengono di più a una visione metafisica delle cose.

Il suo studio nasce dalla ricerca di rappresentare e non imitare la realtà. L’attrazione verso un oggetto provoca un’azione simile all’immaginazione: è quindi questo che si aspetta accada in chi guarda?

Mi piacerebbe. È un processo che ho in mente fin dall’inizio. È l’oggetto che prima trova me, poi qualcun altro a cui comunicare qualcosa. L’oggetto mette in moto un meccanismo immaginativo.

Gli oggetti fotografati contengono una risposta al mistero dell’essere o rilanciano la domanda sotto un’altra veste?

Fotografare gli oggetti, per me, corrisponde a un bisogno creativo di descrivere la realtà che ci circonda nel modo migliore, dopo di che la lettura di chi da fuori vede questa fotografia può essere carica di riferimenti soggettivi, dipende dalla cultura e dalla sensibilità, ma come risponderebbe Fellini “di solito i critici trovano delle cose straordinarie dentro cose che io non ho mai pensato, soprattutto non facevano parte della mia consapevolezza”.

Intervista a cura di Marta Bassotto e Chiara Stival.
Catalogo 2014-2017 Archivio Bassotto.