Quello che non sono mi assomiglia, romanzo d’esordio di Gianluca Giraudo

Quello che non sono mi assomiglia, il titolo lo dice chiaramente: l’introspezione cercata e raccontata da Gianluca Giraudo si basa sulla ricerca del punto di vista differente come strumento per capire qualcosa di sé che altrimenti non si vedrebbe. Facile? Difficile? Possibile? Diciamo che è una strada che a volte qualcuno prova a percorrere.

Più comune è la ricerca tra simili, ma la similitudine come sim-patia non si cala comodamente in un romanzo in cui ciò che uno è, ciò che mostra, ciò che rappresenta per gli altri e ciò che gli altri s’immaginano, sono suggestioni mescolate e di ardua messa a fuoco. Il romanzo si costruisce in dieci capitoli, ognuno intitolato da un nome proprio di persona che è l’io narrante della storia. Il modo in cui i racconti si legano l’uno l’altro è un gioco da burattinaio, che l’autore gestisce con attenzione, per lasciare un finale a sorpresa, una chiusa inattesa perché anche all’assenza ci si può abituare.

Non esiste mai solo una storia, una versione ufficiale dei fatti. Una persona non è mai solo una persona.

Ignacio è il protagonista del primo capitolo e rimane presente come personaggio fantasma negli altri capitoli, è colui che collega superficialmente i personaggi tra loro, anche se tra gli uni e gli altri ci sono fili nascosti che indizi permettono di rintracciare. La trama è circolare: si apre con un uomo, Ignacio, e si chiude con una donna, Maria, la sua ex moglie; nel mezzo, come in una costruzione speculare, la figlia e alcuni suoi amici, il figlio e alcune sue conoscenze, quasi a ricordare la teoria dei sei gradi di separazione.

A volte sembra così complicato vivere che la scorciatoia di raccontarla, la vita, è decisamente allettante.

L’esordio di Giraudo è siglato da Autori Riuniti, casa editrice attenta e curiosa in materia di nuovi autori del panorama italiano. I temi trattati dal romanzo non sono certo nuovi nella narrativa italiana contemporanea ma provano a intrecciare visioni diverse in un unico romanzo; la scelta di raccontare in prima persona la vita dei dieci personaggi è un invito diretto per il lettore a osservare le proprie zone d’ombra, offrendogli più possibilità di scelta, non tanto per riflesso -mi ritrovo in quel personaggio- quanto più per contrasto -quello che non sono mi assomiglia.

INTERVISTA

Qual è stata l’ispirazione per la stesura del romanzo?

L’ispirazione è arrivata da diversi fronti. C’è stato Felici i felici di Yasmina Reza, un romanzo decisivo per il mio gusto di lettore e soprattutto di scrittore. Ho capito che se mai mi fosse capitato di scrivere qualcosa, sarebbe stato un libro così, nella forma -i capitoli brevi, la prima persona, la combinazione di registro alto e basso- e nei contenuti -l’introspezione, le folgorazioni nelle banalità della vita quotidiana e tanto altro-. Poi c’è stato il lavoro che mi ha fatto incontrare persone diversissime, perlopiù belle, e accumulare aneddoti, confidenze, rivelazioni cui poi, rimaneggiando tutto, mi sono rifatto. C’è stata la mia piccola vita privata, la mia famiglia, i miei amici, lo sguardo di qualche passeggero in metro che non rivedrò mai più ma che, ehi, mi hai ispirato qualcosa.

Il romanzo alterna la narrazione in prima persona di uomini e di donne: come ti sei calato nel narratore al femminile?

In modo molto naturale, spontaneo. Nella stesura non ho considerato la voce dei personaggi in modo “generizzato”. Sapevo di avere delle cose da far succedere a qualcuno: lasciandomi guidare dall’istinto ho deciso via via che quello sarebbe stato un uomo, quell’altro una donna. Tant’è che non ritrovo delle divisioni nette: anzi, in alcuni personaggi femminili, penso a Livia, ritrovo un modo di porsi tipicamente maschile, mentre nei personaggi maschili, mi viene in mente Roberto, mi capita di intravedere dei tratti che stereotipicamente si potrebbero definire “rosa”.

«Alla fine rimaniamo soli con la rappresentazione che uno specchio qualsiasi ci restituisce con la sua meschina immediatezza.»

Quando scrivi che di una persona non vediamo mai la persona, ma solo una sua rappresentazione ti riferisci a ciò che la persona sceglie di mostrare di sé o a ciò che gli altri proiettano su quella persona?

A entrambe le cose. Penso che ogni relazione sia intessuta finemente di questi due processi: identificazione e proiezione. Non ci pensiamo spesso, ma ognuno di noi, in modo completamente spontaneo, mostra a un altro certi lati di sé e ne tace altri. Mostrando, viceversa, questi ultimi ad altre persone ancora. E il pubblico con cui di volta in volta abbiamo a che fare si forma, di conseguenza, una sua idea proiettando ulteriormente quello che ha dentro. Come il criminale che per i vicini di casa salutava sempre… In questo senso non godiamo mai, veramente mai, della prospettiva completa su una persona, ma solo di una sua rappresentazione costruita su ciò che quella ci mostra e su ciò che vediamo, o vogliamo vedere, noi.

Breve indagine sulla circolarità delle relazioni: pensi che fugaci comparse nella vita di ciascuno muovano un’eco più duratura che incontri abituali?

Assolutamente sì. Anche se, oltre a una questione di tempo, bisognerebbe farne una questione di intensità. Sicuramente gli incontri abituali e le relazioni durature muovono qualcosa, però si gioca molto d’azione, ci si confronta, si ha il tempo di approfondire, di appassionarsi, di allontanarsi, innamorarsi o andarsene delusi, di conoscere più a fondo l’altro. Si sta più attaccati alla terra. Spesso invece le comparse, che capitano al posto giusto nel momento giusto (o forse sbagliato), possono lasciare meglio la loro impronta: lì entrano in gioco i non detti, le allusioni, i desideri minimi e le paure spropositate, quello che sarebbe potuto essere e non è stato… credo sia più facile volare di immaginazione. E nella mente l’eco rimbomba.

La frammentarietà dell’individuo, che caratterizza alcuni personaggi, è frutto dell’osservazione della realtà?

In parte sì: mi piaceva l’idea di isolare alcuni aspetti del personaggio per approfondirli, concentrarmi su situazioni specifiche per portarle alle estreme conseguenze. Quel momento in cui tutto sembra a una svolta e poi il coraggio, o la sua assenza, fa andare le cose in un certo modo. In parte, però, è dovuto anche alla lente con cui mi sono abituato a focalizzare la mia vita, scomponendola, per non farmi sommergere, in singoli frammenti più gestibili. Da poco mi sto allenando a dare una certa organicità a quello che vivo, impegnandomi a tenere in piedi, da solo, tutto lo spettacolo.