L’interazionismo simbolico: dal pragmatismo all’interazione sociale

L’interazionismo simbolico: dal pragmatismo all’interazione sociale

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L’interazionismo simbolico: cos’è

E’ una scuola di pensiero, affermatasi nel campo della sociologia e della psicologia sociale, che sostiene che il comportamento umano sia spiegabile con l’interazione fra individuo e ambiente.

Dove e quando nasce?

In America, intorno agli anni 20/30.

Perchè ?

Nella psicologia sociale tradizionale per spiegare il comportamento umano esistono due correnti: una, facente capo a W.Wundt, ritiene che esso possa essere spiegato con riferimento all’origine psichica dei contenuti conoscitivi, inaugurando così un orientamento psicologista; l’altro, facente capo a J.B.Watson, sostiene che l’ambiente sia determinante per spiegare il comportamento umano, inaugurando così un orientamento ambientalista.

Due tendenze opposte quindi. Per superarle si afferma il nuovo orientamento teorico che prende il nome di Interazionismo Simbolico.

Chi sono gli studiosi che lo inaugurano?

Sono W.James, C.H.Cooley, J.Dewey, G.H.Mead.

Ai primi del ‘900 questi studiosi cominciano a porre al centro delle loro analisi l’interazione esistente nei gruppi e l’interazione fra individuo e ambiente. In particolare, G.H.Mead si sofferma su alcuni aspetti dell’interazione sociale, prima di tutto il linguaggio – prodotto elaborato dagli uomini nel corso del tempo – mezzo essenziale per la comunicazione tra loro. Il linguaggio è considerato un insieme organizzato di simboli mediante il quale gli individui si trasmettono significati comuni e sono caratteristici di ogni società.

Quale il percorso seguito da questi ricercatori?

Charles Horton Cooley nacque ad Ann Arbor, Michigan il 7 settembre 1864
Charles Horton Cooley nacque ad Ann Arbor, Michigan il 7 settembre 1864.

C.H.Cooley, sociologo statunitense, analizzando le dinamiche di gruppo, sostiene che queste sono caratterizzate da “cooperazione e associazione intima faccia a faccia” [1]

Secondo Cooley l’organizzazione sociale in cui nasce, cresce e si sviluppa l’individuo è un insieme che si nutre di influenze reciproche e reciproci rapporti di causa-effetto fra le parti. Insomma ogni elemento in essa è connesso con il tutto, un prodotto dell’insieme. Questo prodotto è chiamato dallo studioso “mente della società” [idem p.17] distinta dalle varie menti particolari dei singoli individui.

Nel gruppo primario si forma l’idea di società.

Alla base di questa idea c’è il “sentimento del noi” [idem p.19], sentimento che fa identificare il singolo come parte integrante di un insieme. Dal sentimento del noi nasce il ”sentimento del sé“ o “sé riflesso” [idem p. 19] e cioè l’immagine che il soggetto ha di sé corrispondente all’immagine che gli altri hanno di lui. Perciò è detto anche “sé speculare”.

John Dewey (Burlington, 20 ottobre 1859 – New York, 1º giugno 1952)
John Dewey (Burlington, 20 ottobre 1859 – New York, 1º giugno 1952)

Sul concetto di interazione interviene quindi J.Dewey, filosofo e psicologo statunitense che, andando oltre il tema del gruppo, definisce l’interazione come una connessione causale fra parti contrapposte sottolineando così il carattere di indissolubilità relazionale fra cose e cose, fra persone e persone.

Questa connessione avviene all’interno dell’esperienza, intesa come uno sperimentare (da esperimento). Precisamente, quando sperimentiamo qualcosa siamo attivi e agiamo sul mondo esterno, ma subito dopo noi subiamo le conseguenze di questo atto perché riceviamo sempre una risposta: la dinamica è di andata e ritorno e ci ricorda il movimento enantiodromico dei contrari di cui parlava il filosofo Eraclito nel VI sec a.C..

Enantiodromia significa rovesciamento di un opposto nell’altro. Uno non può fare a meno dell’altro. Ovvero, la relazione fra contrari è inevitabile.

Per Dewey l’insieme di più esseri umani non è una somma di individui ma una realtà viva e interagente in cui i singoli danno e ricevono. L’uomo quindi è un essere sociale che entra in transazione con l’ambiente che lo circonda (uomini cose natura) e usa il linguaggio come mezzo di comunicazione/trasmissione con i suoi simili. Il linguaggio è la forma simbolica attraverso la quale avviene l’interazione.

George Herbert Mead (South Hadley, 27 febbraio 1863 – Chicago, 26 aprile 1931)
George Herbert Mead (South Hadley, 27 febbraio 1863 – Chicago, 26 aprile 1931).

A completare il percorso teorico, in particolare nella definizione di interazionismo simbolico, è G.H.Mead, filosofo e psicologo americano anch’egli (i tre insieme costituiranno la scuola di Chicago).

Fortemente rivoluzionaria è in Mead la concezione della mente intesa non come un qualcosa di rigido e fisso collocato nel cervello ma come processo che “si fa”, che emerge dall’interazione sociale. Ciò vale per tutti gli esseri viventi, anche quelli meno evoluti.

Il suo sviluppo, negli esseri umani, dipende dalla sintesi di natura biologica, psicologica e sociologica. Il pensiero è strumentale, svolge operazioni pratiche ed è riflessivo perché tende a risolvere i problemi col ragionamento. Inoltre dà interpretazioni dotate di significato degli stimoli che riceve e queste vengono manifestate attraverso segni (gesti e parole).

Infine il pensiero non agisce mai da solo ma si riferisce ai significati, alle rappresentazioni che circolano nella società nonché alle esperienze passate.

Ma è il linguaggio il simbolo principale usato dall’uomo, un simbolo significativo che permette ad ogni individuo vivente in una data società di rispondere ad uno stimolo nello stesso modo in cui vi rispondono gli altri. Questi stimoli vengono interiorizzati o internalizzati.

Per cui la sequenza è la seguente: stimolo-risposta-assunzione del ruolo altrui – internalizzazione. Così l’individuo si comporta in base a significati comuni interiorizzati. E tutto questo per mezzo di un processo chiamato pensiero. [2]

La mente

Per Mead, la mente emerge dalla comunicazione fra individui e la comunicazione è un atto sociale. Nell’opera “Mente, sé e società [3] egli espone una filosofia dell’atto inteso come processo sociale coinvolgente l’interazione di molti individui. Secondo Mead, le azioni avvengono entro un processo comunicativo.

La fase iniziale di un atto è costituita da un gesto. Il gesto, in particolare quello vocale, è uno stimolo ad una qualche risposta. Mead porta, fra vari esempi, quello di due cani che stanno per azzuffarsi. Il primo attacca l’altro e si prepara ad afferrarlo per la gola. Il secondo risponde preparando un contrattacco. Si realizza così una conversazione di gesti, in cui un gesto da parte del primo individuo suscita un movimento preparatorio nel secondo individuo, il gesto da parte di questi, a sua volta, chiede una risposta da parte del primo. A questo livello non avviene la comunicazione. Nessuno degli organismi si rende conto del possibile effetto dei propri gesti sull’altro; i gesti in sé sono insignificanti, dice Mead.

Nella fase successiva, perché nasca la comunicazione, ogni organismo deve avere conoscenza di come l’altra persona risponderà al suo agire in corso. Solo in questo modo i gesti diventano simboli significativi e solo gli esseri umani sono in grado di usarli. I gesti diventano simboli significativi quando suscitano negli individui che li propongono la stessa risposta che essi presumono di ottenere da quegli individui ai quali i gesti sono rivolti. Solo quando abbiamo simboli significativi allora avviene la comunicazione.

Va ancora precisato che l’organizzazione delle risposte avviene prima di tutto nel sistema nervoso centrale. Mead porta l’esempio del lavoro di un ingegnere: nel suo ufficio, egli progetta e coordina i vari momenti del lavoro ma poi l’effettiva produzione avviene nella fabbrica. Così, allo stesso modo, il sistema nervoso centrale coordina tutti i processi che vengono realizzati dal corpo.

All’inizio, dunque, quel che avviene nell’interazione fra due individui è una conversazione fatta di gesti, in cui un gesto da parte del primo individuo invoca un movimento preparatorio anche da parte del secondo individuo.

Quando vi è interazione tra l’organismo umano e il suo ambiente sociale allora nasce la mente. Attraverso la partecipazione all’atto sociale della comunicazione i singoli soggetti umani realizzano la loro potenzialità di assumere un comportamento significativamente simbolico. La mente è il centro individualizzato del processo di comunicazione ed è insieme il comportamento linguistico da parte dei singoli. Non vi è, quindi, “mente o pensiero senza linguaggio” e il linguaggio (il contenuto della mente) “è solo uno sviluppo ed un prodotto dell’interazione sociale” (Mente Sè e Società p.191- 192) [4]. Perciò, la mente è emergente “nel dinamico e continuo processo sociale” che costituisce l’esperienza umana (Mente Sé e società p.7).

Riepilogando

Secondo G. Mead:

  • la mente è un processo che emerge all’interno della comunicazione;
  • nell’interazione il linguaggio occupa un posto centrale;
  • è espressione della razionalità dell’individuo e della sua creatività;
  • per mezzo del linguaggio l’uomo coopera con gli altri;
  • attraverso il linguaggio l’uomo controlla la realtà.

Riguardo alla posizione teorica di Mead, il filosofo italiano B.Lauretano sottolinea il “carattere doppio” nella costituzione del significato: ossia il ritorno di risposta è in pratica un feedback che provoca un “aggiustamento reciproco” attraverso la partecipazione e la comunicabilità e cioè la possibilità di un individuo di indicare a sé stesso ciò che indica agli altri e, insieme, di suscitare in sé le stesse reazioni che suscita nell’altro.

Il significato quindi assume la forma di un vero e proprio comportamento, ma un comportamento a due. Per cui la dimensione è quella del NOI.

La conseguenza etica e pedagogica è che anche quando vi è conflitto, c’è “incontro” tra due parti, incontro senza il quale noi non saremmo quello che siamo. [5]

Costituito il Noi, in esso si forma il o “altro generalizzato”, all’interno del quale si stagliano l’Io e il Me.

L’”altro generalizzato” è l’atteggiamento della comunità che influenza il comportamento dei singoli individui, i quali a loro volta concorrono a sviluppare la società stessa. E’ la comunità che si inserisce nel modo di pensare dei singoli, è la comunità che li controlla.

Dal Sé si stagliano l’Io e il Me. L’Io è la capacità cognitiva del soggetto; il Me è l’esperienza interna dell’individuo dopo che ha interiorizzato tutto ciò che che gli comunica l’ambiente. L’insieme di esperienze passate e le aspettative di quelle future, tenute insieme nel presente della coscienza, vengono da questa controllate attraverso le interpretazioni dei dati provenienti dalla realtà esterna ( mediante segni e significati continuamente modificabili). Alla coscienza viene quindi data una risposta. E così di seguito: la risposta genera nuovi stimoli a cui seguono altre risposte ecc. Si riconferma pertanto l’interscambio.

Un ulteriore contributo all’interazionismo simbolico viene dato da S.Asch (psicologo e sociologo polacco), il quale sottolinea l’importanza della percezione e delle emozioni nella formazione dell’interazione.

Come è noto, secondo la scuola della Gestalt, noi percepiamo i dati della realtà non divisi e separati tra loro ma secondo una forma: ad es. se vediamo un ragazzo che tira un sasso contro un vetro e lo rompe noi non vediamo singoli atti separati (braccio disteso, lancio, sasso, vetri) ma una atto completo tenuto insieme da una legge che in questo caso è quella della causalità (poiché il ragazzo ha lanciato un sasso il vetro è stato rotto).

Ora questo è valido per tutte le azioni: è proprio della nostra organizzazione percettiva cogliere nessi fra azioni e interpretarli con rappresentazioni precise. Ciò vale anche per le esperienze interne: se vediamo una persona che piange noi percepiamo in essa uno stato di dolore o di gioia.

Questo conferma che costruiamo significati nell’interazione. Asch afferma anche che per mezzo della nostra capacità di organizzazione percettiva noi possiamo realizzare finalità e azioni sociali. Una, ad esempio, è il lavoro umano. Una caratteristica che si può trovare nel lavoro come nella famiglia è la collaborazione per il raggiungimento di fini comuni. Questa richiede l’adattamento dei singoli individui facenti parte del gruppo: si forma così un campo psicologico, volto alla realizzazioni di scopi.

All’opposto, anche la competizione svolge lo stesso ruolo, poiché comprende sempre l’interazione fra due parti: due squadre di calcio che si fronteggiano sono interattive.

Il risultato dell’interazione è la formazione di una realtà sociale.

Infine, anche le emozioni costituiscono un fattore determinante nel costituirsi delle interazioni. L’espressione delle emozioni, che privilegia il linguaggio non verbale, è particolarmente eloquente nella comprensione dell’altro e dell’altro da parte di noi. Basti pensare al bambino che ancor prima di capire parole come “non devi fare questo..” lo ha già appreso attraverso l’espressione del viso, degli sguardi, dei gesti.

Breve confronto fra Dewey e Mead

Pur essendo entrambi interessati alla spiegazione del comportamento umano nonchè al cambiamento di valori di una società in continua trasformazione, differiscono nello sviluppo dell’orientamento interazionista.

Dewey mette in relazione il comportamento umano ai diversi contesti spazio-temporali e ai diversi ambienti culturali. Mead concentra la sua attenzione sul fattore “mente” intesa come strumento operativo emergente all’interno di un processo che va dal sé all’altro e dall’altro al sé, essendo pertanto processo essa stessa.

Conclusione

Sebbene l’Interazionismo Simbolico sia un orientamento di pensiero datato perché risale agli inizi del ‘900, tuttavia, a mio modesto parere, mantiene ancor oggi tutta la sua freschezza teorica e pratica e possiede un valore fortemente innovativo sia sul piano etico-pedagogico sia nella concezione della mente.

Novità teorica è infatti l’interazione concepita come unica vera dimensione tra gli esseri viventi e tra questi e il loro ambiente. Una concezione sistemica dove la reciproca influenza rimanda ad una visione olistica della realtà.

Novità pratica perché i comportamenti, gli atti sociali e le risposte a questi, assumono un ruolo indissolubile proprio perché interattivo. Teoria e pratica sono a loro volta imprescindibili perché pensare la realtà costituita da elementi interagenti significa anche proporre una trasformazione dei valori tradizionali cui i soggetti si ispirano e dei loro sistemi di riferimento (famiglia,società, cultura ecc).

Da qui la terza novità consistente in una nuova concezione dell’educazione ispirata al mutuo relazionarsi e quindi alla mutua formazione. Quindi la proposta di una nuova etica intesa come scienza delle relazioni umane.

Infine la quarta novità: la concezione della mente come processo che si fa grazie all’interazione fra individuo e individuo e individuo ed ambiente. Per questo, anche gli esseri viventi meno evoluti hanno una mente visto che il processo avviene nell’interscambio continuo fra individuo e ambiente e fra individuo e individuo sempre collocati all’interno dell’ambiente. L’unica differenza è che gli uomini usano il linguaggio e gli altri solo gesti.

Il tutto “Verso un’ecologia della mente[6].


[1] C.H.Cooley in M. Meloni ( a cura di) L’interazionismo simbolico, Milano, F. Angeli, 1975.

[2] Per questo breve excursus mi sono ispirata al 1 volume di Corso di Psicologia per le Scuole Superiori scritto da Arena Filippina e Ida Acerbo ed. Canova – Treviso 1996.

[3] G.Mead. Mind, Self, and Society. Ed. by Charles W. Morris. University of Chicago Press 1934.

[4] Traduzione Italiana di Mind Self and Society: a cura di Roberto Tettucci, Mente sé e Società, Giunti, Firenze, 1966.

[5] B.Lauretano, Eteros, l’altro. Linee di una filosofia della comunicazione, Napoli, ESI,1984.

[6] G.Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi Mi, 1977.