Inquisizione | Racconto di Sara Tozzato

Per fare un libro ci vuole un albero, titolo del concorso di racconti e della serata dedicata alla raccolta fondi per la riforestazione, quest’ultima curata da wownature, si è tenuto lo scorso 18 febbraio. A promuovere l’evento sono stati 5 amici che si ritrovano sotto il nome di Birraccontami -Laura Cuzzubbo, Chiara Stival, Diego Tonini, Alberto Trentin e Francesco Zanolla- e le ragazze della birreria Crua, Camilla Ferro e Sofia Daidone; l’azienda Hdemo ha contributo ospitando in questa rivista il racconto vincitore del concorso.

Birraccontami e Crua non sono nuovi a questo tipo di iniziativa perché già avevano promosso, nel periodo estivo, serate dedicate alla scrittura e alla lettura di racconti: il concorso estivo si era concluso con la premiazione di Il metodo Dzhabayev che potete leggere al link.

Il racconto vincitore, tra gli 11 finalisti selezionati, di Per fare un libro ci vuole un albero è scritto da Sara Tozzato ed è intitolato Inquisizione; ricordiamo che il tema affidato, visto il periodo di Carnevale che si conclude proprio oggi, era la maschera, vera o figurata, e non doveva superare le 5.000 battute.
Ringraziamo tutti coloro che hanno scritto e condiviso, durante la serata, il loro interesse durante il reading e la loro sensibilità per la Natura: la partecipazione del pubblico, sia per entusiasmo sia per generosità, pone i presupposti per nuove iniziative e sarà nostra cura tenervi aggiornati.
Buona lettura!

Inquisizione

Nella mezzanotte di ogni 6 settembre, nel bosco di San Michele Vecchio, i sessanta passi che la Signora Notte avvicenda per giungere al primo minuto del giorno successivo, procedono con inquietante e melmosa lentezza. Chiunque sia stato quella notte in quell’umida selva, racconta d’essersi trovato insaccato in un inspiegabile budino temporale. Nessuno è riuscito a raccontare quanto sia durato e soprattutto cosa sia successo in quel lasso di tempo. Sta a noi ora svelarlo.

In quella sera di settembre, nel cuore di San Michele gli alberi si stringono e si dispongono in cerchio per creare una piccola radura sulla quale la luna indirizza un riservato raggio argentino. Su quel luco incantato i fusti piegano la chioma e attendono che chi fu ritorni a giocare con la storia.

Una fenditura temporale apre la caligine notturna come fosse un velato sipario e, sulla fresca aria settembrina, uno spiffero sempiterno alita tre figure d’abito antico. Un breve silenzio poi una voce maschile irrompe: è l’inquisitore che comincia a legge con voce piatta e biascicante.

Tu, Anna Furlana, moglie di Domenico Zavagnino da Marcon, abitante in Contrada S.Nicolò…”

“Ah mio amato Domenico” sospira la giovane donna.

“Taci scimunita, voglio sentire se questa volta l’azzecca!” Interviene l’altra.

E tu, Margherita ScLabona …” prosegue l’inquisitore.

“Eh no, NO! Allora sei scimunito pure tu. Schiavona, Margherita SCHIA’-vona!”

“Ma è il documento originale, Margherita. Questo c’è scritto, questo sono tenuto a…” cerca di giustificarsi l’inquisitore.

“Correggilo una volta per tutte, no?! Citrullo d’un burocrate sdentato.” Rimarca seccata la donna.

L’inquisitore sbuffando procede “… abitante in contrada S. Giovanni del Tempio, siete state denunciate …”

“Chissà chi è il cattivaccio” piagnucola Anna.

“Ah! nessuno mi toglie dalla testa che quel cornuto di tuo marito…” insinua Margherita.

“No, escluso. Lui mi amava. Teneramente.”

“Come pure il macellaio, il fruttivendolo, l’arrotino…”

“Falso!… Non è stato mai provato nulla” puntualizza Anna pettinandosi i capelli con le dita.

Signore, vi prego” interviene l’inquisitore e, schiarendosi la voce, prosegue “denunciate e ora condannate…”

“Ingiustamente” pigola Anna.

Condannate” ripete l’uomo un po’ seccato “per sortilegio, incantazione, esperimenti e fatture diabolici, incitamento di giovani d’ambo i sessi alla prostituzione.”

“Mai fatto fatture o sortilegi, piacevo così, per natura. Ora sono solo uno sbuffo di condensa, ma quando c’era la sostanza…” si vanta civettuola Anna sistemandosi il corpetto.

“Finiscila, lascialo andare avanti prima che si strozzi ingoiando l’ultimo dente rimastogli appeso alle gengive” sibila acida Margherita.

Uno stormire leggero sorride nel verde; il frinire di una cicala emerge divertito.

“… venefìci e scelleratezze e altri crimini e delitti …”

“Eeeh addirittura!” interrompe Margherita agitando una mano.

Deciso l’inquisitore “…senza arrossire minimamente, come dimostrato ampiamente e seriamente nei processi e nelle inquisizioni formali contro di loro …”

“Eeeh addirittura!” Fanno in coro le due donne agitando una mano.

Mi fate leggere?! Per cortesia, signore!

“Però devo dire che a volte arrossivo con il mio Domenico.”

“E con il macellaio, il fruttivendolo, l’arrotino… ” chiosa tagliente Margherita.

Un fruscio sonoro scivola tra i rami accompagnato da un bubolare grasso.

Imperterrito, e con maggior vigore burocratico, l’inquisitore procede “Pertanto si stabilisce che, considerata la loro età …”

“Cosa?!” sbotta Margherita.

“Screanzato d’un burocrate sdentato… Oh, hai sentito? Ho fatto la rima.” cigola Anna.

Una civetta ridendo sbatte le ali.

“Io l’ho detto subito che sei scimunita.”

Di nuovo la civetta applaude e ride.

Signore, volete farmi fare il mio per cortesia?!” Sbotta l’inquisitore alzando la voce.

Un gufo bubola con gusto.

Confidando nella misericordia divina e nel loro pentimento…”

“Confidando nella misericordia divina? perché? io non ho nulla di cui pentirmi” precisa Margherita.

“Oh, neanch’io, anzi!” cinguetta Anna.

“Ma dai, dopo il macellaio, il fruttivendolo, l’arrotino, di qualcosa tu ti pentirai? No?” rimbecca Margherita.

“Diventi ogni anno più acida!”

“E tu ogni anno sempre più scimunita” rimbalza Margherita ridendo sguaiata.

BASTA!” esplode l’omino esaurito, “me ne vado! Con voi è impossibile andare avanti!” e svanisce sfumando nella bruma.

Le due donne guardandosi divertite si scambiano un’occhiolino d’intesa, poi si girano verso il loro simpatico pubblico, fanno un ampio ed elegante inchino e se ne vanno dileguandosi nel buio di fine estate.

Un ridanciano fruscio del bosco conferma che anche quest’anno la recita così, a canovaccio, è piaciuta.

Allo spegnersi del raggio di luna, nel mentre la selva piano piano ricompone la sua originale forma, una voce ovattata riemerge e cattura l’attenzione di tutti: “Quella del dente è piaciuta: la teniamo anche per l’anno prossimo.” Una risata si diffonde sonora, disperdendosi presto come un’eco lontana.

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Immagine di copertina da pixabay.