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Indian Scrapbook: immagini di un viaggio dimenticato

Incontro Raffaello Bassotto e Daniele Nalin nell’aula di Pittura dell’Accademia delle Belle Arti di Verona, dove Daniele insegna. Entro nel cinquecentesco palazzo Verità Montanari, due giri di scale a salire e sono nell’aula di Pittura.

Daniele ci accompagna a esplorare l’arte che sta crescendo, tra le alte stanze che ospitano gli studenti del corso. Questa intervista nasce dal desiderio di sapere perché Indian Scrapbook attende quasi trent’anni prima di essere creato, perché due amici, un fotografo e un pittore, hanno dedicato un libro e una mostra all’India. Così torniamo alla scrivania e ci sediamo: le domande sui loro viaggi in India sono pronte, ma chissà dove condurrà la rievocazione di lontani ricordi.

Daniele, sei appena tornato da New York, giusto?

Daniele Si, qualche giorno fa. Ti racconto questa cosa: il giorno che sono partito c’era la macchina fotografica sul tavolo, mica come le sue [guarda, beffardo, l’amico] e dopo aver messo tutto nello zaino, l’ho guardata e le ho detto «tu stai qui», e l’ho messa in castigo. Ho fatto benissimo, perché se avessi avuto la macchina fotografica… ti faccio un esempio: a New York ho fatto il secondo disegno mentre ero seduto allo Starbucks ad aspettare un amico, ho disegnato un palazzo che vedevo dalla vetrina. Disegnandolo, mi sono accorto che i quattro piani avevano le finestre poste in ordini differenti. Ecco, se lo avessi fotografato non me ne sarei mica accorto, perché l’osservazione che si ha quando si disegna è molto più profonda, parlo sempre per me perché lui, magari, la pensa in un altro modo.

O forse è la tua natura di disegnatore a portarti a osservare le cose in modo diverso?

Raffaello Secondo me, lui ha fatto bene a lasciare a casa la macchina fotografica, perché la macchina è l’intermediazione a cui puoi fare riferimento successivamente, per fare un disegno. Però disegnare così, al vivo, è più efficace, è anche più bello, no?

Daniele Infatti, ti dico che se avessi fatto la foto, velocemente – anche con il cellulare – non mi sarei accorto dell’ordine differente delle finestre in ogni piano, mentre disegnare mi ha portato ad osservare.

Anche quando sei andato in India hai scelto di non portare la macchina fotografica?

Daniele Certo. E ho scelto anche di andarci da solo. Non potevo fare quel viaggio in compagnia. Non era possibile, per me, accettare l’idea di dover aspettare qualcun altro, di dover mediare i miei ritmi con quelli di altri. Oltretutto, per dirti, una notte ho dormito anche sul pavimento della stazione di Madras perché ero arrivato tardi col treno, non era possibile andare in cerca di un albergo e, allora, ho trovato un “buco giusto” – perché era tappezzato di uomini – e ho messo lo zaino sotto la testa… ma se ci fosse stato qualcun altro, questo non sarebbe stato possibile. Quindi, tutto il tempo che avrei perso, se non fossi stato solo, ecco, tutto quel tempo l’ho tenuto per me, e ciò mi ha permesso di disegnare tanto. Ovviamente non l’ho fatto tutti i giorni, quando ti sposti in pullman o in treno, è difficile riuscire a farlo. È stata una bella esperienza.

Quanto è durato?

Daniele Circa due mesi.

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Disegno di Daniele Nalin.

Da dove sei partito, dal Sud?

Daniele Da Colombo, perché non c’erano aerei per l’India, allora ho preso un volo per Sri Lanka. In fin dei conti, questo è stato positivo perché sono arrivato in India via mare, con un traghetto. Mi ricordo che a bordo ho conosciuto due ragazze austriache, con cui ho trascorso i primi tre giorni. Poi una sera, a cena, ho chiesto cosa volessero fare e quando hanno risposto che sarebbero andate per templi, allora lì le ho salutate, perché io volevo andare sulla strada. È lì che è cominciato il viaggio vero: ho preso il treno per Madras e sono andato avanti, così, a caso. Sono arrivato fino a Varanasi, che mi ha affascinato tantissimo, e lì sono stato alcuni giorni, poi sono tornato indietro verso la costa occidentale, ma evitando Goa, perché tutti mi dicevano di andarci e ho capito, perciò, che dovevo evitarla.

E adesso, lo faresti il viaggio in India con lui?

Daniele No!

Raffaello Ma figurati! Noi due non andiamo neanche a cena assieme!

Io li guardo un po’ incredula ma loro insistono, composti e decisi ripetono «è vero, è vero».

Ma allora, questa amicizia?

Raffaello Noi non siamo mica amici, noi siamo “conoscenti”. Ci conosciamo praticamente da quando siamo nati, abitavamo vicini. Ci siamo persi di vista e poi ci siamo ritrovati. Non siamo amici, ma più di amici, conoscenti, ci conosciamo in profondità.

E tu, Raffaello, hai fatto il viaggio da solo e on the road?

Raffaello No, io ero con altre 5 persone e ho visitato il Nord, fino in Nepal, non sono stato al Sud.

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Fotografia di Raffaello Bassotto.

Due viaggi separati e in due momenti diversi, Raffaello nel 1978 e Daniele nel 1984, non si ha questa percezione sfogliando Indian Scrapbook, perché c’è una certa armonia anche nell’accoppiare i disegni e le fotografie. On the road è forse il tema ricorrente…

Daniele È lui il regista, è lui il mago che ha messo assieme le immagini.

Raffaello È andata così: quando Daniele è andato in India, mi aveva mandato delle cartoline disegnate da lui, allora ho pensato che si poteva fare qualcosa insieme e, quando è stato il momento, abbiamo considerato che queste due esperienze potevano diventare un libro, così, molto semplicemente, come fosse un unico diario di viaggio.

Daniele In realtà lui me lo aveva proposto subito, quasi subito, e io ho detto sempre di no, non so dirti il perché e poi [viene interrotto]

Raffaello No, il problema era “come lo finanziamo?” e allora, io che sono machiavellico, gli ho detto «ti vendo un quadro e con quello che prendiamo facciamo il libro», ti ricordi?

Ridono, rivedendo quella situazione con la velocità del pensiero.

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Fotografia di Raffaello Bassotto.

Daniele Si, è vero. Però è stato dopo anni. Mi ricordo che stavo camminando lungo il lago, da Garda verso Peschiera e lì, ad un certo punto, ho pensato che questo libro si poteva fare, e allora l’ho chiamato e gli ho detto «Raffaello, facciamo il libro?», e sono molto contento di averlo fatto.

Tutti i disegni che ci sono nel libro li hai fatti in India, durante il viaggio?

Daniele No, non tutti. Diciamo che il primo disegno, la raccolta nel taccuino che tenevo sempre con me, quelli li ho fatti lì, ma poi li ho rivisti, li ho ingranditi e ho cominciato a lavorarci, li ho ridisegnati e dipinti, quello che vedi è una rielaborazione.

Il colore, quindi, l’hai messo dopo?

Daniele Si, io faccio sempre così, come l’ultimo viaggio a NY, io ho solo biro e album.

In una pagina del diario di viaggio parli del ricordo degli odori, quelli che sono memorizzati e associati a un ricordo lontano ma che immediatamente l’olfatto riproduce ed è come se lo sentissi alle narici. Qual è il ricordo dell’odore dell’India?

Daniele Guarda, già fare il viaggio dallo Sri Lanka all’India, sbarcare a Rameswaram e vedere le aquile sulle palme… c’era un odore, che io ho definito di marcio e di morte… e questo è continuato per tutta l’India, un odore fortissimo. Avevo visitato l’Iran, il Maghreb, ma mai, mai un viaggio era stato così, l’India è un Paese particolare; ho continuato ad immaginarla, per darti un’idea, come fosse dentro una palizzata, cioè fuori dal mondo, uno spazio a sé, perché non so quali altri Paesi possono essere simili.

E tu, Raffaello, che cosa ricordi?

Raffaello No no, fai parlare lui! Cosa vuoi che ti dica? Per me è stata un’esperienza faticosa, drammatica, traumatica. Il secondo giorno volevo scappare via. Ricordo che siamo arrivati in una stanza di uno squallido alberghetto, a Old Delhi, che non aveva neanche una finestra. Ero disteso a letto, con la macchina fotografica sulla pancia e, guardando il soffitto, ho pensato «ma perché non sono andato a Rimini?».

Allora non hai scelto tu di andare in India?

Raffaello Si, ho scelto io, ma immaginavo l’India degli hippies, pace, droga e meditazione, e invece ho trovato la realtà.

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Disegno di Daniele Nalin.

Daniele Ecco, mi ricordo una volta che ero in Kerala, e ho sentito parlare delle orchidee nere, che sono rarissime, e allora mi sono informato dove potevo vederle; bisognava andare fuori dal villaggio, da un vecchio indiano che abitava in una villa, sai quelle vecchie ville inglesi? [annuisco] Mi hanno spiegato che si poteva andare in pullman o a piedi, seguendo un sentiero, e così mi sono incamminato in quella direzione… c’era l’erba alta, in mezzo alla foresta… che se ci ripenso adesso, è stata una pazzia quella che ho fatto, era pericolosissimo! Tant’è vero che quanto sono arrivato mi hanno chiesto «da che parte è venuto? ha preso il pullman?» e quando gli ho indicato il sentiero, mi hanno risposto se ero matto. Ho visto queste orchidee nere, incredibili, davvero nerissime. Erano belle. Questo è uno dei ricordi.

È stato lì che hai disegnato la tigre, perché hai pensato che avresti potuto vederla?

Daniele [Ride] eh sì, l’ho pensato, altrimenti non sarei qui! Tra l’altro le tigri non ci sono nel Sud, ma vivono nel Bengala, e quindi, sì, la tigre me la sono proprio immaginata. Anche se ho capito che c’erano altri animali pericolosi e il mio era stato comunque un azzardo, ad attraversare da solo quella piccola giungla, l’India è comunque selvaggia. Penso che se può essere cambiato qualcosa in quel Paese, può essere cambiato dal punto di vista politico, ma l’India no.

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Fotografia di Raffaello Bassotto.

Raffaello, perché hai scritto quella frase “voi lascerete Benares ma Benares non vi lascerà mai”?

Raffaello E beh… perché sai, quando sei lì, anche se ci sono tanti turisti, Benares è una città troppo forte. Io, infatti, il ricordo che ho dell’India è che è stato un viaggio straordinario, che ti rimane dentro l’anima. Ti dico un altro ricordo, al ritorno dal viaggio, ero in pullman a Milano e la città mi sembrava così silenziosa, e l’idea mia è stata “mi sono salvato”, questo per farti capire lo stato d’animo. In India mi sentivo sempre in pericolo, anche se gli indiani sono un popolo mite, ma devi stare attento a quello che mangi, che bevi, insomma, tutto è difficile e impegnativo, pensa che sono dimagrito 8 chili in un mese. Ma l’immagine che mi è rimasta dentro è talmente forte, perché per me, quello è stato veramente IL VIAGGIO. Infatti adesso voglio tornarci, ma allora [38 anni fa] era la prima volta che andavo in Oriente, è stata un’esperienza fondamentale per la mia vita.

Daniele Invece io ricordo una volta che mi sono fermato a disegnare un pescatore in riva al fiume e, a un certo punto, ci sarà stata una quindicina di ragazzini che mi dicevano «mi fai vedere? Mi fai vedere?», allora giravo le pagine precedenti, poi parlavano tra di loro e ridevano, ma la sensazione di paura, devo dire, non l’ho mai avuta. Sai, se vai via da solo, in un certo senso, sei anche più preparato a non aver paura. Un’altra sensazione che ricordo è quel caldo umido e costante, perché scendendo le scalette dell’aereo ho pensato “devo spostarmi perché sono vicino ai motori dell’aereo e c’è troppo caldo” invece ho scoperto che era proprio il caldo del subcontinente indiano! [Ride]

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Disegno di Daniele Nalin.

Raffaello Si, si, anche a me è capitato così. Appena esci c’è questa umidità che ti assale. Devo dire che per me i ricordi sono molto legati all’immaginario, perché lì non sono quasi mai riuscito a godere fino in fondo delle cose che facevo e vedevo. Sono partito col presupposto di fare dei ritratti, però il viaggio era una situazione talmente difficile per me, anche se pian piano mi sono abituato, che non sapevo neanch’io cosa avevo fotografato, era cambiata la prospettiva. Penso sia per quello che, ritornato, ho messo tutto in una scatola che ho riaperto solo tempo dopo, quando il vissuto e il ricordo potevano stare in equilibrio.

Daniele Ecco, io non so se tornerei, sai, ho anche 70 anni… quelle cose che facevo una volta non potrei più farle, purtroppo.

Mi rendo conto che viaggiate in maniera diversa, eppure siete riusciti a organizzare una mostra e un libro che raccontano di un’India lontana nel tempo ma non così differente da quella che si vede ancor oggi. Sicuri di non volerci tornare assieme?

Raffaello Certo, lui è un selvaggio, io sono un piccolo borghese, la differenza tra me e lui è questa! È la verità.

Daniele È vero!

Raffaello Guarda, ti faccio un esempio: lui vive da solo, ed è una cosa che io non riuscirei mai a fare. E poi, non c’andrei nemmeno io via con me! Come diceva Woody Allen «Non farei mai parte di un club dove io sono socio».

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Cartolina della mostra.

La Mostra

La mostra INDIAN SCRAPBOOK, curata da Chiara Stival, sarà a Spazio Paraggi, Treviso, dall’11 al 26 giugno 2016.

Si viaggia per ricordare. Si viaggia per vedere qualcosa di nuovo. L’incontro di due artisti dell’immagine è un pretesto per conoscere un mondo lontano, visto e vissuto più di trent’anni fa. Le loro impressioni, raccolte nei taccuini e dimenticati poi in una scatola di cartone, fissano nell’immaginario l’essenza di questo Paese.

Un’India dall’anima terrosa, un’India dalle innumerevoli tonalità nei colori, nelle spezie, nei sari, una giungla di persone, animali, motori. Un brulichio continuo. Una confusione “ordinata” ove l’occhio può cogliere riti così naturali da rivelare il sacro nella semplicità dei gesti quotidiani.

L’intero Universo procede in un inarrestabile movimento, una pulsione percettibile sulla pelle di tutti coloro che viaggiano alla ricerca di qualcosa. L’India è tutto questo.

Immagine di testata: Daniele Nalin e Raffaello Bassotto, Verona, 2016.