Śiva Naṭarāja e la danza della beatitudine

Ritorniamo, dopo un articolo di introduzione, a parlare di Śiva Naṭarāja. Si era detto quanto l’eccellenza della qualità artistica del bronzo di epoca Chola rivelasse una ricchezza di implicazioni simboliche, racchiuse in ognuno dei cinque movimenti compiuti nella danza della divinità.

Perché, dunque, il Signore dei danzatori è detto anche Danzatore Cosmico? L’arte indiana racconta sempre un mito, una storia di uomini e donne e di déi, così anche questa statua di Śiva Naṭarāja mostra l’origine del cosmo e la sua dissoluzione, indica la via per la liberazione a coloro che si lasceranno cogliere da rapimento estatico o seguiranno una via di conoscenza. Ecco allora che, nell’armonia della forma plastica assunta da Śiva nel movimento della danza, il primo particolare che riconduce al simbolismo cosmogonico è il tronco della divinità che rimane in posizione perpendicolare, perfettamente allineato con il volto e il piede destro, a memoria della rotazione che la Terra svolge attorno all’axis mundi. Osserviamo poi che egli è rappresentato con quattro braccia che si allargano nell’immaginario universo spaziale, come a disegnare il mondo nella sua sfericità; l’arto sinistro superiore è come una mezzaluna che si allunga verso l’esterno, sostenendo una fiammella; l’altro braccio sinistro è diretto verso destra, quasi orizzontale al tronco e si piega nella mano che indica il piede alzato, a seguire il movimento della gamba mossa nel passo della danza. Quello destro superiore si allarga verso l’esterno, tenendo nella mano il tamburo che la divinità sta scuotendo; l’altro braccio destro tende anch’esso verso il cerchio di fiamme e la mano è ferma nella posizione detta abhayamudrā, “non temere”, a indicare l’imperturbabilità della divinità e l’assenza di timore, invito per lo spettatore a lasciarsi trasportare dalla danza del divino. In tutte le arti figurative, le posizioni delle mani, dei piedi e del corpo, rispondono a precisi canoni estetici che ritroviamo ancora oggi negli spettacoli di danza e delle arti drammatiche, come pure nella gestualità quotidiana della gente. In questo modo la testa eretta si allinea con il tronco e il piede destro, riportando alla verticalità dell’asse attorno al quale la danza e l’universo manifestato, espressi dagli arti superiori e inferiori, stanno ruotando.

Śiva Naṭarāja, Bronze, Chola period, c. 10th/11th century © 2013 The Art Institute of Chicago

Altri due particolari degni di nota in questa parafrasi sono i lunghi capelli del Dio e gli orecchini che indossa. La capigliatura è sciolta in trecce che si allargano e si dispiegano, attraverso un movimento ondulatorio, in “tutte le direzioni dello spazio”, come definiscono molti critici d’arte indiana; i capelli intonsi rappresentano un potere sovrumano o l’energia acquisita durante l’ascesi, motivo per cui i capelli degli asceti sono simili a quelli di Śiva, peculiarità che ritroviamo anche nella tradizione classica occidentale, si pensi ad esempio alla straordinaria forza di Sansone. La visione per cui i capelli della divinità colmano tutto lo spazio durante la danza mette in evidenza quel piano tridimensionale che già la scultura a tutto tondo vuole mostrare, e aiuta lo spettatore a ottenere quella proiezione visiva indotta dal movimento che, limitato dal cerchio, produce una rotazione che definisce lo spazio sferico entro cui la danza stessa è contenuta. Non sfugge, tra i capelli, una piccola effigie della dea Gaṅgā, per ricordare l’impresa di Śiva che offre la propria testa per accogliere la forza delle acque del sacro fiume Gange -i fiumi, in India, sono di genere femminile quindi il Gange è la Gaṅgā- nella sua venuta al mondo discendendo dai cieli divini. L’altro particolare di cui abbiamo accennato sono gli orecchini, differenti tra loro; quello del lobo sinistro ha forma circolare mentre quello del lobo destro ha una decorazione a coccodrillo, diversità che allude a una delle numerose ipostasi della divinità, quella di Śiva Ardhanārīśvara, la forma del dio per metà maschile e per metà femminile a ricordare come tutto, nel cosmo e nel mondo, sia frutto di una polarizzazione e di un equilibrio.

La danza del Sovrano dei danzatori è detta quindi ānandatāṇḍava, “danza della beatitudine”, perché è la rappresentazione perfetta della personificazione del divino in quanto strumento d’azione dell’Essere Universale. In questo specifico caso Śiva Naṭarāja compie ciò che viene descritto nei trattati sanscriti come pañcakriya, “cinque azioni”, che, prese singolarmente, sono attribuite ad altre divinità ma che qui sono compiute simultaneamente dal Danzatore cosmico: l’attività di creazione e di evoluzione, funzione generalmente attribuita a Brahmā; l’atto di conservazione e di sostegno, caratteristica di Viṣṇu; la funzione distruttrice o di riassorbimento corrispondente a Rudra, una delle ipostasi dello stesso Śiva; il celarsi del vero dietro le vesti delle apparenze, produzione di māyā, l’illusione, che si riconosce nella forma di Maheśvara; infine, la quinta e ultima di queste azioni, la liberazione, la grazia e la beatitudine che Śiva dispensa nella sua danza ai devoti, e riconosciuta nell’aspetto di Sadāśiva.

Śiva Naṭarāja, disegno contemporaneo

Sono alcuni particolari della statua a rivelare simbolicamente ognuna di queste azioni: nella mano destra c’è il piccolo tamburo a forma di clessidra, che si muove nella danza e ritma il susseguirsi dei cicli cosmici a mostrare l’atto di creazione; lo strumento a percussione rammenta il suono sia come veicolo della parola e quindi della tradizione orale e millenaria, sia la sua associazione all’etere, il primo dei cinque elementi, e dunque la prima manifestazione della Sostanza Divina, la più sottilmente pervasiva da cui si dispiegano, nell’evoluzione dell’universo, tutti gli altri elementi, aria, fuoco, acqua e terra. Ecco allora che l’etere e il suono corrispondono alla vibrazione cosmogonica che è l’energia produttiva dell’Assoluto in quanto principio di manifestazione. La mano opposta, quella superiore sinistra, reca sul palmo una fiamma che rappresenta il fuoco come elemento della dissoluzione del mondo. Qui, dunque, nell’equilibrio delle mani, è illustrato come creazione e distruzione facciano l’una da contrappeso all’altra nel gioco della danza cosmica, come il Trascendente si mostri attraverso la maschera del Signore enigmatico, scontro inesorabile di opposti, produzione incessante contro l’insaziabile appetito di sterminio, suono contro fiamma. La mano destra inferiore è caratterizzata dal gesto di abhayamudrā, quell’esortazione a non temere che dispensa pace e protezione, e che corrisponde alla funzione di conservazione, mentre la mano sinistra inferiore è sospesa all’altezza del petto e indica il piede sinistro, sollevato in basso, per richiamare quel gioco divino chiamato māyā, l’illusorietà a cui gli esseri umani sono sottoposti a causa della non conoscenza dell’Essere Universale. Proprio questa postura, che conduce l’occhio dello spettatore al piede alzato, è la soluzione per ottenere la Liberazione, per “togliere il velo” e riconoscere quell’unicità, quella identificazione dell’essere individuale con l’essere universale, nota anche in Occidente come atman-brahman.

Altre due caratteristiche della statua, infine, meritano alcune osservazioni: la divinità danza all’interno di un cerchio di fuoco e calpesta il corpo prostrato di un nano-demone. La circonferenza rappresenta simbolicamente il limite estremo della manifestazione del mondo prodotta dal movimento incessante e trionfale delle membra ondeggianti della divinità, significativamente in contrasto con l’equilibrio della linea testa-tronco-piede. È così mostrato il decorso del tempo umano contro il grande tempo cosmico, Naṭarāja danza il ritmo ‘nello spazio del tempo’, i gesti racchiusi nel cerchio di fuoco sono impetuosi ma pieni di grazia, fugace contrasto prodotto dal Re dei danzatori e modalità con cui dà impulso all’illusione cosmica; il movimento fluttuante delle gambe e delle braccia e l’oscillazione del torso producono la continua creazione e distruzione dell’universo, l’andare ciclico del tempo, dove la morte controbilancia esattamente la nascita e l’annientamento è la fine di ogni divenire. Al contempo, il passo di danza poggia sulla schiena di un nano malefico che, sia nel nome sanscrito sia in quello in lingua tamil, si chiama “smemoratezza, disattenzione” per evocare l’immagine della cecità della vita e dell’ignoranza dell’uomo. La vittoria su questo demone rivela come, attraverso la Conoscenza, si possa ottenere il raggiungimento della vera saggezza, come, liberi dai legami del mondo, si possa essere danza nel divenire cosmico… si possa stare ad un passo di danza dalla Beatitudine Suprema.

La “clessidra dell’universo” nella rapresentazione grafica della precessione degli equinozi © 2014 Archeoastronomia

Le due ipostasi di Śiva come Naṭarāja, Signore dei danzatori, e come Triyakāleśvara, Signore del triplice tempo, sono dunque legate da una sottile affinità: l’inizio del tempo coincide con il primo istante della danza divina, la sua durata si protrae per tutta l’esecuzione, nella quale lo Spazio Assoluto ed il Tempo Assoluto collimano con lo spazio e il tempo della vita dell’essere umano in questo mondo. In quale modo convergono tempo cosmico e tempo individuale? Lo mostra la proiezione prodotta dalla rotazione della Terra attorno al proprio asse, nella raffigurazione utilizzata per spiegare la precessione degli equinozi: una clessidra. Questo oggetto che misura il tempo dell’uomo, scandisce simbolicamente quello dell’universo; il moto di rotazione terrestre traccia due coni concentrici, il cui centro coincide con il centro del pianeta, e le due circonferenze, che sono la base del cono, toccano dapprima la superficie della terra e, per estensione, quella dell’universo manifestato.

Esattamente in tale trasposizione trova spiegazione il significato simbolico del tamburo a forma di clessidra che Śiva Naṭarāja tiene nella mano; questo piccolo strumento, apparentemente finalizzato a mantenere il ritmo della danza cosmica, mostra la sua massima espressione nella rappresentazione del divenire del tempo e della manifestazione cosmogonica e richiama inevitabilmente alla mente il motivo per cui la lemniscata, il segno di otto coricato, ∞ sia anche simbolo dell’infinito. La danza di Śiva Naṭarāja crea il tempo e lo spazio entro cui la manifestazione del cosmo nasce, vive e muore, il cerchio di fuoco racchiude la durata del nostro tempo, in cui Śiva predispone lo spazio scenico, ove i pianeti e gli astri trovano la loro collocazione, ove i miti e i racconti di ciò che è stato dipingono nel firmamento le spiegazioni affinché gli esseri umani trovino le risposte che vanno cercando. Le simbologie che riscontriamo nell’immagine di bronzo di Śiva Naṭarāja sono numerose e certamente ci permettono di considerarla una delle migliori rappresentazioni della manifestazione imperitura del cosmo.

Quel punto da cui tutto ha origine è lo stesso in cui tutto sarà riassorbito. La danza di Naṭarāja è detta di beatitudine poiché attraverso la contemplazione di Śiva, o per mezzo dell’audizione della vibrazione cosmogonica emanata dal tamburo percosso dal Danzatore Cosmico oppure grazie all’ascolto degli insegnamenti di un maestro, l’essere umano potrà ottenere mokṣa, la liberazione e la beatitudine. Se si osserva il bronzo Chola, questa pulsione, forza, o energia che dir si voglia, si avvertirà come concentrata nell’eterno movimento e da esso proiettata nello spazio racchiuso dal cerchio. L’immagine della divinità danzante, allora, non sarà considerata semplicemente una statica postura di danza, al contrario essa sarà dinamica, piena di quel ritmo infinito e innato di Śiva Naṭarāja, un attimo di eternità racchiuso in una statua.