Il peccato originale | Racconto di Luca Quarin

Il racconto scritto da Luca Quarin si distingue dalle proposte precedenti per la tecnica adottata; la scelta del monologo interiore conduce il lettore a scoprire i pensieri segreti del protagonista, attraverso allusioni all’esperienza precedentemente vissuta mentre il presente della narrazione si sposta verso il focus che ha scaturito l’origine del processo mentale. Un elogio all’Arte e al suo principio fondamentale: suscitare un sentimento estatico tale da cambiare l’animo dello spettatore.
Buona lettura.

IL PECCATO ORIGINALE

Ecco, si diventa dei fessi qui dentro, ossia là dentro, dico all’ospedale, lo dicevano tutti, tutti quelli che avevano ancora un briciolo di cervello, come Arturo ad esempio, o la vecchia Alda, tutti lo dicevano allo stesso modo, ma veramente lo avrebbero detto di ogni posto, insomma c’è gente infelice a questo mondo, cosa volete che sia, è normale, se annuvola se la pigliano con le nuvole, se rischiara si incarogniscono col chiarore, c’è sempre una scusa buona. Così un po’ li si ascolta, giusto per stare insieme, non è mica che si possa stare sempre da soli, si fa finta di capire, si fa finta di essere d’accordo, si fanno un sacco di finte, troppe, un tale teatro che non si capisce più dove sta il palcoscenico, dove stanno gli attori, se il pubblico è quello che batte le mani o quell’altro, e a chi cazzo è venuta in mente questa mascherata idiota, e perché non la si finisce in fretta, che è andata avanti abbastanza.

Ecco è andata avanti così, questa storia, non so nemmeno più quanti anni, a chi volete che importi quanti anni, a chi volete che importi qualcosa degli altri, e nemmeno a voi, no, non lo dico perché non abbia fiducia, è diverso, è che siamo uguali, io e voi, tutti quanti con gli stessi pensieri, gli stessi gesti offuscati, invisibili come le nuvole in mezzo alla nebbia, o così credevo almeno, prima che succedesse questa cosa, eh già, si ha un bell’essere cinici e riparati, si impiega tutta la vita a prosciugare la pozzanghera dentro di noi, poi arriva un quadro e basta, basta poco e tutto si allaga di nuovo, la terra si infradicia e non c’è che fare a rinsecchirla, non si ricompatta più, quella terra secca e calda, quella terra sempre uguale dell’ospedale, senza pensieri e sogni e acqua, insomma ci si abitua ben bene, è la stessa fortuna dei morti, non temere più di essere sepolti.

Dunque non si muore mai abbastanza, quando a uno pare di avercela fatta, e s’è stordito per bene, a pastiglie, calmanti, eccitanti, e si è lasciato rinchiudere e segregare, diagnosticare e terapizzare, un giorno gli viene questa idea bacata, c’è sempre un’idea bacata da qualche parte, per quanto si faccia non c’è mai nulla da fare, dico nulla di definitivo, è come la casa delle vacanze, si chiudono per bene le imposte e le porte, si ricontrolla dieci volte prima di partire e quando si torna, perché ci si ritorna sempre, presto o tardi è impossibile non tornare, c’è sempre una finestra aperta, un pertugio spalancato sotto una serranda, e ci si chiede chi è stato, e perché, e quando, e che cosa è successo nel frattempo, e si sente che qualcosa è cambiato ma non si potrebbe dire che cosa è cambiato, ecco, è per questo motivo che mi trovo qui adesso, sotto questa luce garrula che filtra dalle vetrate, tremolante, incerta, una luce di chiesa che non sa se rabbuiare o rischiarare.

Sono fuggito dall’ospedale di notte, quatto quatto mi sono allontanato nel parco, in mezzo agli alberi secolari, ecco, forse l’unica cosa che adesso davvero mi manca sono gli alberi secolari, non c’è nulla che metta una vertigine tra le radici e il cielo come quella vita selvaggia e prolungata, fuori tutti si contentano del poco che basta per campare, alcune frasi smozzicate, un mezzo sorriso nei casi migliori, non c’è mica nessuno a sganasciare, o a sfasciarsi di lacrime con tutta la faccia, quello lo lasciano fare ai ricoverati, che tanto sono innocui loro, e poi sono rinchiusi per bene, non si vede niente, non si sente niente, fuori non gli piace mica tanto di sentire, han da lavorare, loro, han da fare il mondo, mica come noi che non abbiamo nulla da fare, che abbiamo tutto il giorno per bighellonare, e poi quali noi, di quali noi sto parlando, ero soltanto io come un cane per la strada, una bestia randagia e abbandonata, attorno c’era un rumore di treno spazzato dal vento, un campo, un altro, attraversava un ponte, il rumore, girava sferragliante attorno a un semaforo, di qua e di là, ma soprattutto attorno a me, come fossi io il suo centro.

Un po’ di giorni li ho passati così, niente di particolare, a guardar le persone, le cose, cazzo quante cose avete fatto, dico nel mondo, quando sono entrato all’ospedale mica c’erano tutte queste luci per la strada, queste immagini che cambiano continuamente, basta toccare il tasto di un telecomando, no, ho sbagliato, basta sfiorare il tasto di un telecomando, non bisogna toccare niente, non va bene toccare niente, bisogna soltanto guardare, anche all’ospedale ci dicevano di guardare e non toccare, non è mica diverso, soltanto un po’ meno bianco, insomma vagavo e mi dicevo Luigi, dai forse è il caso di tornare dentro, e cosa avrai da spartire con loro, e loro cosa avranno da darti, non si danno niente tra loro, figurati ad un disperato, ecco, pensavo così, mi sbagliavo, ma non sapevo che potessero accadere cose imprevedibili come questa, se fossero prevedibili non avrebbero bisogno di essere previste, avevo commesso un errore, capite, perché ci sono errori rivelabili soltanto dall’imprevisto, precisioni conoscibili soltanto dall’inesattezza, verità dichiarabili soltanto dalla menzogna.

Ma questo col senno del poi, questo lo dico adesso, ma non lo pensavo mica quando ho visto quel cane entrare dentro la chiesa, chissà perché mi ha guardato prima di farlo, era già bello che entrato, il cane, dico vai dentro, e chi se ne frega di te, e di me, il mondo non sa nemmeno che esistiamo, capirai se al padreterno gli importa che tu entri nella sua casa, e poi il padreterno, beh dovrebbe provare lui a vivere in mezzo ad una strada, vattene dentro tranquillo, e invece è ritornato fuori col muso, ha fatto capolino dietro il battente, e si è messo a guardarmi, quel cane di un cane, come ci fossi soltanto io, come facesse un richiamo, come non fosse in mezzo a una città ma sull’orlo di una foresta.

Avrà avuto paura, ho pensato, e nemmeno io mi sono mai sentito a mio agio dentro una chiesa, sarà per l’odore di incenso che si infila nel naso, o per le acquasantiere che vorrebbero essere fonti ma non hanno alcuna fonte che le alimenta, in ogni caso ho seguito il cane tra le navate, guardava di sottecchi le vecchie piegate sui banchi, annusava l’odore di morte che le accompagnava, e scodinzolava forte, il cane, non si sa se per un buono o per un cattivo auspicio, se per augurare loro di durare o per spingerle verso la tomba, vigliacco di un cane, era proprio sincero lui, si muoveva nella verità come tra le mura domestiche, l’ho invidiato davvero, il cane, ma mica per le mura domestiche, l’ho invidiato per il suo essere senza inganni.

Poi ho visto il quadro, in fondo, dentro quella piccola cappella laterale, con la volta bassa, appeso alla parete di fronte al Cristo in croce, se ne stava là a guardarmi, appena appena sfiorato dalla luce. Niente di speciale direte voi, è vero, e però qualcosa di speciale doveva pur averlo, forse avrei dovuto soltanto guardarlo distrattamente, avrei dovuto passare elegantemente come fanno loro, gli altri, così, senza guardare bene ma facendo finta di guardare lo stesso, insomma un ricamino, una finta di corpo, come diceva il medico che ci faceva la ginnastica all’ospedale, che crepi presto, lui e la sua finta di corpo, e io davanti al quadro la finta di corpo non l’ho fatta, ho sentito qualcosa che mi fermava, mi sono quindi fermato, che senso avrebbe avuto continuare? ditemi voi, dopo vent’anni d’ospedale, dove volete che vada, che cosa volete che m’importi di fermarmi o continuare? no, non capite, non c’è nessun posto per noi, e nemmeno per voi se ci pensate bene, però non voglio farmi i fatti vostri, arrangiatevi come meglio credete, me ne frego di voi, anzi me ne strafrego, e sapete benissimo che non è vero, altrimenti non vi racconterei tutto questo, non starei qui a fare il chierichetto né a cercare di spiegarvi questa cosa inspiegabile che mi è successa, insomma come facevo a immaginarlo, mi pareva di sapere molto ma evidentemente non sapevo tutto, e poi si vede che davvero tutto è in bilico, tutto passa, basta un niente e tutto cambia istantaneamente, uno sguardo più lungo, un gesto più ampio, e tutto diventa diverso da come avrebbe potuto essere, ogni momento ha infiniti diversi di cui soltanto uno si salva, la vita è piena di morti mai nati, più morti dei morti che conosciamo, che almeno loro per un po’ sono stati al mondo.

Che cosa è stato dite? Credo l’oscurità alle spalle di quelle due figure, no, non è stato lo sguardo di lei, quello sguardo buono e dolce e timoroso delle cose e di tutto, che non ti fa paura, come la bambina senza gambe che hanno abbandonato all’ospedale l’anno scorso, e nemmeno lo sguardo di lui, è stato piuttosto il loro essere in bilico sulla luce, o forse soprattutto il buio, il buio chiaro del fondale, il primo buio del mondo, insomma mi son sentito sperduto sotto quel cielo scuro e disperato, ed ero da solo ma non ero solo, c’era una strana forza che mi dilatava, che mi dilatava dentro, e non sapevo da dove veniva, e perché, e perché io e non un altro, e perché dentro quel posto.

Masolino da Panicale, Il peccato originale

Poi ad un certo punto ho sentito le braccia che formicolavano, sempre più alacremente, allora ho guardato nella penombra da dove poteva venire questo prurito, questo senso di sfogliamento, insomma questa sensazione di fastidio che non era un fastidio ma una cosa più profonda, si sentiva che aveva a che fare con i capillari ma anche con tutte le vene, tutte quante, quelle principali ma anche quelle secondarie, e ho visto i pori della pelle tutti illuminati come di moltissime stelle, insomma la cute era diventata una membrana sottilissima e scintillante, e si vedeva di sotto, la muscolatura e tutto, ed effettivamente l’andirivieni del fastidio coincideva con il pulsare del sangue, ed il pulsare del sangue con il vibrare delle stelle, sicché l’interno e l’esterno andavano con un unico ritmo, sempre più intenso, sempre più frequente, e la membrana si faceva più sottile ad ogni colpo, finché si è sfaldata improvvisamente, si è lacerata di schianto, così sono uscito di fuori, dico di fuori letteralmente, capite, fuori di me, tutto quanto stava all’interno di me è fuoriuscito all’esterno di me, irrimediabilmente, incontenibilmente, tutte le cellule per conto loro, ogni piccolissima molecola, anche quelle della membrana, non è rimasto più niente, niente di compatto voglio dire, io non avrei mai creduto di essere fatto soprattutto di niente, io non avrei creduto niente se non fosse successa questa cosa, e poi tutto quanto era avvolto da una specie di alone di luce, una luce dolce e lenta, che si espandeva ovunque, in ogni direzione, e così facendo illuminava tutto debolmente, anche l’infinito, che per un attimo mi è sembrato meno infinito.

Quando tutto si è rarefatto, quando di me non c’era più traccia, e non ero più niente, ed era come se non fossi vissuto, esistito, come non mi avesse mai visto il mondo, né io a lui, né niente a niente, allora tutto quanto si è ricombinato rapidamente, tutti i pezzetti si sono rimontati uno sull’altro, ma in un modo diverso, secondo uno schema diverso, e nessuno sa quale fosse, nemmeno l’infinito che lo ha fatto, uno schema casuale, assolutamente casuale, questo o un altro sarebbe stato lo stesso, insomma io non sono pratico di queste cose, non so come dirlo, ma mutare è mutare, altrimenti non avrebbe senso il mutamento, se le cose diventassero quello che pensano di diventare, o desiderano diventare, o vorrebbero essere e non possono essere, o non possono ancora essere, o non possono essere adesso, insomma sono riprecipitato in questo corpo che state vedendo, cioè in questo corpo che sono, in questa piccola totalità, che è niente, ma pur sempre qualcosa, come l’infinitamente grande o l’infinitamente piccolo, pur sempre infinito.

Il quadro continuava a guardarmi ma finalmente lo guardavo anch’io, ma soprattutto lo sentivo, lo sentivo benissimo, ogni particolare del dipinto, ogni pensiero di Adamo, e di Eva, ogni dubbio, ogni desiderio e paura e rossore, perfino ogni colpo di pennello di colui che lo aveva dipinto, sentivo il muscolo involontario che nel petto batteva e spingeva, ed erano bellissimi quei battiti e quelle spinte, ma soprattutto non mi sentivo distante, per la prima volta nella mia vita non mi sentivo distante, non mi sentivo separato dalle cose ma dentro le cose, assieme alle cose, una cosa in mezzo alle cose, una grande parentela, affetto, calore, finalmente una famiglia, un amore piccolissimo e immenso, e fragrante, e fresco, e pieno di luce, un amore appena uscito dal buio, insomma non so più cosa dire per farmi capire, come posso fare a dirvi il mistero della luce, che cosa c’è di più oscuro della luce?

Adesso torno spesso in questa Chiesa del Carmine, non ho bisogno del cane per entrare, entro come voglio, quando voglio, spalanco il portone ed entro, sempre con rispetto, sempre con una certa riverenza, ma molto più lieve, più lenta, semplicemente passeggio su è giù, guardo un pochino il quadro, dico talvolta, mica sempre, mica ne sento il bisogno, osservo le vecchiette che pregano, e finalmente le vedo bellissime, e non mi chiedo più se stanno salutando la morte o la vita, non chiedo più niente, non lo chiedo né a loro né a me, perché il niente mi pare di averlo finalmente capito.

Luca Quarin è autore anche del romanzo Il battito oscuro del mondo, 2017, ed. Autori Riuniti, si può leggere la presentazione del libro e l’intervista allo scrittore cliccando qui.

L’opera del Masolino da Panicale si trova a Firenze nella Cappella Brancacci della Chiesa di Santa Maria del Carmine