I vestiti che non metti più | Intervista a Luca Murano

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recensione libro
Luca Murano | I vestiti che non metti più | Dialoghi Edizioni

I vestiti che non metti più è uno sguardo sulla contemporaneità. Già solo il titolo coinvolge: quanti vestiti dimenticati abbiamo nell’armadio? Un abito che ha rappresentato qualcosa, che non viene buttato perché è il dettaglio di una storia, la sfumatura di un sentimento o il ricordo di una persona.

Il libro di Luca Murano, edito da Dialoghi edizioni nella collana Intrecci, è una silloge di racconti e ben si sposa con il nome della sezione per i fili di tessuto che intrecciano le storie, come fossero vestiti abbandonati in una cesta.

Scegliendo una definizione più appropriata, usando un sinonimo, I vestiti che non metti più è una miscellanea per la miscela di ingredienti narrativi, per la variabilità dei personaggi e dei temi; tutte le storie raccontate sono inserite in un contesto attuale, il presente è l’elemento costante della finzione narrativa e la narrazione è tesa a valorizzare la quotidianità del vivere di protagonisti comuni, un padre e un figlio, una donna disperatamente innamorata, un runner investito da un’automobilista distratto, bambini che suonano il campanello chiedendo dolcetto o scherzetto? Come ogni storia richiede e come sovente capita nella vita, è un imprevisto a cambiare il corso della giornata, della vita e dello scorrere del tempo. La scrittura è ricca di riferimenti letterari, musicali, cinematografici -film o serie TV- che non appesantiscono la lettura, anzi, conduce il lettore al contatto con la realtà contemporanea, fatti e azioni spesso così semplici da risultare banali.

Ciò che non è banale è l’intento dello scrittore; di fronte ai temi classici della letteratura, amore – morte – questioni di famiglia – solitudine – fugacità del tempo, Luca Murano si presenta come un osservatore del quotidiano contemporaneo, si aggrappa a libri o canzoni o film del XX secolo per quel bisogno fondamentale di avere delle radici, ma tutto ciò che scrive viene riportato agli anni (nuovi) che stiamo vivendo, e lo fa con una semplicità a tratti disarmante. Buona lettura!

Intervista

Quando è nata la predilezione per la forma breve?

M’ha sempre intrigato giocarmi tutto in poche righe, provare a incalzare il lettore e a catturare la sua attenzione in due o tre paginette. John Steinbeck diceva che il meglio di una storia è nelle cose dette a metà che l’ascoltatore completa di suo, con la propria fantasia e la propria esperienza. Ho buon feeling quindi col racconto come sviluppo narrativo della realtà: l’idea di partenza è che l’esistenza umana sia un’unica grande e inesauribile antologia di storie. In questo senso, i racconti sono come degli spin off che partono dalla vita stessa per indagarne differenti segmenti ma anche per esplorarla e allargarla a piacimento.

Come nasce il titolo della raccolta?

In verità, non ho mai scritto questo libro. O meglio, non l’ho mai concepito nella sua interezza. Semplicemente a un certo punto mi sono reso conto che sarebbe stato bello inserire tutti questi racconti, usciti per diverse riviste letterarie, in un contenitore unico, una casa fatta di inchiostro e carta. Ecco quindi che il titolo è stato il mio tentativo a posteriori, spero riuscito, di trovare una sintesi, una chiave di lettura quanto più fedele e significante nei confronti delle storie qui pubblicate.

Ci sono tre oggetti costanti nei tuoi racconti: libri, vinili e film/serie tv. Qual è il tuo rapporto con loro?

Lo storytelling per me è importante e in questo la cultura popolare non svilisce, semmai, amplifica, come una cassa di risonanza, le possibilità linguistico-espressive di un racconto. Il pop quindi come propaggine della parola letteraria, che favorisce un suo potenziamento per mezzo di una contaminazione crescente con il cinema, la musica e la tv. Provo a fare un esempio: in letteratura per raccontare un momento di malinconia domestica si può scrivere una mezza paginetta di parole efficaci, oppure, con un semplice riferimento pop, si può mostrare il protagonista che mette su un disco dei Radiohead, senza bisogno di aggiungere null’altro. Sempre sulla falsariga della tecnica letteraria Show, don’t tell.

Le relazioni, in particolare quelle tra genitori e figli, sono lo sfondo di molti racconti. Ci sono sovrapposizioni tra desiderio e realtà, tra presente e passato. Come sono cambiate i rapporti umani tra i protagonisti dei tuoi racconti e quelli della tua letteratura di riferimento?

Nonostante la sua evoluzione, il concetto famiglia continua ad affascinarmi mostrando di poter passare (quasi) indenne attraverso le mode e i miti, grazie alla sua capacità di tenere assieme, oggi come ieri, amore e la lotta quotidiana. La mia personale rimodulazione sta nel fatto che mentre spesso la letteratura ha narrato soprattutto i lati negativi della famiglia, il mio umile tentativo è stato cercare di mettere in evidenza come questi aspetti non derivino tanto dalla decadenza dell’istituzione, quanto dalle scelte, dalle tentazioni, dalla fragilità di fronte agli ostacoli che giorno per giorno si frappongono fra i protagonisti e i loro progetti.

Ci parli di questo destino che, nei tuoi racconti, non ha forma di qualcosa di predefinito ma di incidenti che provocano delle varianti?

Il destino, a seconda di chi lo osserva, può avere forme diverse: c’è chi crede che la realtà sia del tutto controllabile, grazie alla razionalità, al denaro, alla volontà; chi crede che tutto dipende da una Forza superiore e chi invece ritiene che tutto sia assolutamente casuale. I protagonisti di questi racconti rientrano nell’ultima casistica, quelli che vivono in balìa di un caos privo di senso e di controllo, quelli per cui ogni opzione corrisponde ad una sliding door in grado di sconvolgere un’esistenza intera grazie a una scelta solo all’apparenza insignificante.

Qual è il ruolo del tempo? È lui a consumare i vestiti che non metti più?

Più che il tempo è la trasformazione interiore dei personaggi a comandare un metaforico cambio dell’armadio. Qui il tempo, inteso come cambiamento, diviene espediente narrativo, scorre placido, poi, a un tratto, rallenta, nel tentativo di descrivere ogni situazione nei minimi particolari dilatando così semplici azioni. Ma, sebbene minimo, il mutamento interiore (e talvolta anche esteriore) dei protagonisti, pur in seguito ad azioni innocue o marginali è, spesso, straordinario e rivoluzionario. I vestiti che non metti più come metafora del cambiamento, spesso impercettibile, ma sovversivo, che il tempo ci mette davanti.

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Per scoprire qualcosa di più di Luca Murano vai al suo blog.

Se sei un appassionato di racconti, puoi leggere l’articolo-intervista dedicato a Hotel Lagoverde.

Paolo Francescon Fotografo
Informazioni su Chiara Stival 114 Articoli
Chiara Stival è curatrice dei canali arte e cultura per Italiandirectory e copywriter per i contenuti web e social media di alcuni clienti del magazine. Promotrice di eventi artistici e rassegne letterarie, è stata editor della collana Quaderni di Indoasiatica per passione e formazione universitaria dedicata all’India. Il suo blog è chiarastival.com, potete visitare il suo profilo su Linkedin, Facebook e Instagram.