Human+. Il futuro della nostra specie

Human+ provoca reazioni immediate e interrogativi persistenti.
Possiamo consentire ai genitori del futuro di scegliere i tratti genetici dei figli?
Dalle lenti a contatto alle valvole cardiache artificiali: siamo già dei cyborg?
Riusciamo a immaginare una relazione intima con un robot?
Siamo disposti a caricare il nostro cervello su internet?
E, soprattutto: cosa ci riserva il futuro: evoluzione o estinzione?

Dubbi e quesiti come questi affollano la mente dell’uomo del XXI secolo, consapevole del cambiamento tecnologico che sta vivendo ma che, spesso, non riesce ad afferrare perché troppo veloce, vertiginoso. Restare informati sul progresso scientifico non è sempre facile: l’arte contemporanea può dunque venirci in soccorso, scatenando riflessioni (e ancora altre domande) molto profonde.

È il caso della mostra Human+. Il futuro della nostra specie, allestita al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dove resterà aperta al pubblico fino a luglio. Con un ampio e multiforme percorso, concepito dalla Science Gallery del Trinity College di Dublino e co-prodotto dal Centre de Cultura Contemporània de Barcelona, espone opere che indagano il rapporto uomo-macchina fin negli aspetti più simbiotici ed estremi.

Lorenz Potthast, Decelerator Helmet – foto © Maria Frega

Si tratta di ipotesi spesso non concretamente possibili, ma nei laboratori di biotecnologie, di genetica e di robotica, e con l’assistenza sempre più pervasiva dell’intelligenza artificiale, il sogno proibito dell’uomo – diventare creatore – non sembra più fantascienza. Una tentazione che affiora e si rafforza proprio seguendo le tappe del progetto espositivo.

HUMAN+ IL PERCORSO

Si parte dalle “capacità aumentate”, quegli strumenti che sostituiscono parti danneggiate del corpo umano, come gli arti bionici di Bebe Vio, per intenderci. Le esplorazioni, inoltre, si spingono oltre e immaginano cyborg in grado di potenziare anche la mente, nel bene e nel male.

L’orizzonte del futuro umano, tuttavia, non è popolato solo da hardware. La realtà virtuale e l’essere sempre connessi stanno modificando il nostro modo di abitare la realtà e interagire con gli altri. Gli umanoidi saranno nostri amici? Avremo mai desiderio di una creatura non-umana? Con una serie di installazioni solo apparentemente giocose, questa sezione di Human+ ci chiede di riflettere sulle relazioni, di creare e coltivare nuove empatie per non diventare eremiti digitali, disorientati fra le tecnologie emergenti.

Installazione sulla soft robotica – foto © Maria Frega

Strettamente connessa a questa è la sezione successiva, che punta il dito verso la nostra specie interrogandoci sul futuro della Terra. Riusciremo a porre più attenzione (e amore) verso la Natura? Gli ecosistemi si complicano, l’impatto della tecnologia plasma l’ambiente e, di conseguenza, lo stesso uomo. La sfida è complessa e occorre trovare soluzioni meno drastiche, per esempio, della colonizzazione di altri pianeti. Un aiuto, a questo proposito, ci viene dagli animali e dagli insetti: grazie alla genetica, sono già esistenti zanzare OGM, che non trasmettono la malaria, e bachi da seta modificati nel Dna con elementi del ragno affinché producano filati più resistenti ma ugualmente eterei.

Nella parte conclusiva di un viaggio così denso e ramificato, l’attenzione del visitatore non deve calare: Human+ affronta il tema della morte e le forme di “vita” oltre la soglia finale. Del resto, si sa: le terapie mediche sempre più sofisticate e la qualità della vita più alta, per buona parte degli umani, vogliono dire longevità. La morte diventa un lungo addio per gli artisti coinvolti che, dialogando con la scienza, ci mostrano le forme alternative di trasformazione del nostro corpo e i metodi per confortare chi resta solo.
A differenza di altre grandi mostre di taglio scientifico allestite in passato al Palazzo delle Esposizioni, Human+ non è strettamente didattica. Mira, piuttosto, a colpire l’occhio e la mente del visitatore senza però scioccarlo gratuitamente.

Scultura cinetica, Donato Piccolo, Sebastiano (il nottambulo) 2014 – foto © Maria Frega

IL CONTRIBUTO ESPOSITVO MADE IN ITALY

Al complesso di opere e installazioni concepite dagli irlandesi, si aggiungono le collaborazioni concepite appositamente per Roma.
Una sezione è curata da Valentino Catricalà della Fondazione Mondo Digitale che ha chiamato quattro artisti e due collettivi impegnandoli nell’interrogativo “Umano o sovraumano?”. Il risultato, tutto da scoprire, è un’interazione fra robot e uomo all’insegna dell’umanesimo, del cogito, ergo sum, “penso, dunque sono” che, da secoli, rafforza il nostro primato intellettuale e del nostro sentire comune.

Particolarmente intrigante è l’opera di Donato Piccolo che, ispirandosi alle creature meccaniche di Leonardo da Vinci, presenta un umanoide di lattice e alluminio; mentre Paolo Cirio anticipa l’attualità lavorando sul senso della privacy: in Obscurity, infatti, raccoglie foto segnaletiche di condannati per poi sfumarle, come in una sfida al Grande Fratello e ai big data che governano e dirigono le nostre identità. Particolarmente accurata anche la parte didattica, curata dal Laboratorio d’Arte del PalaExpo con il designer Matteo Viscogliosi del FabLab della Palestra dell’Innovazione.

Attività didattica, cubo atelier – foto © Maria Frega

I bambini dai 7 agli 11 anni, e le loro famiglie, possono interagire con un’installazione robotica educativa e sperimentare giocando proprio attraverso il concept della mostra: le potenzialità dei cyborg e le innovazioni ispirate al mondo animale e vegetale.

Alla fine di questo viaggio immersivo nel futuro più prossimo, le domande non saranno del tutto estinte. Sarà naturale, per esempio, chiedersi “Io chi sono?” e, soprattutto, considerare empaticamente gli altri, siano essi esseri umani o elementi artificiali, non più estranei.

Human+. Il futuro della nostra specie
Palazzo delle Esposizioni
Via Nazionale, 194 – Roma
Orari: da domenica a giovedì 10.00-20.00; venerdì e sabato 10.00-22.40; lunedì chiuso
Biglietti: intero € 12,50; ridotto € 10,00
Fino al 1 luglio 2018

In copertina: Aimee Mullins