Gli occhi di Elia | Racconto di Chiara Stival

Elia è un giornalista freelance che gira il mondo e muove i sogni, propri e altrui, come mattoncini Lego. Raul è un ragazzino che guarda oltre al cosa, verso il come. La casa è un porto, ma le rotte a volte cambiano, come chi balla sulle mutevoli note del caso.
Chiara Stival lo racconta in questa piccola storia che profuma di affetti antichi.
Buona lettura.

Gli occhi di Elia

Elia era così: arrivava una volta all’anno e si fermava tre giorni. Verso la metà di febbraio, sapevamo che stava per farci una sorpresa e cominciavamo ad attendere; finché una sera, rincasando dal lavoro, lo trovavamo là ad aspettarci, dentro la Golf bianca parcheggiata sotto il grande noce.

Come scostando la tenda della memoria, ricordo tutto come se stessi guardando la scena da una finestra. Elia scende dalla macchina con la leggerezza di chi parte e ritorna senza nostalgia, alza lo sguardo innocente e complice, sorride come se fosse passato solo un giorno dall’ultimo commiato, e poi dice: «Se lascio la macchina qui, disturba?».
Lo chiede per rompere il ghiaccio, come se non sapesse che la strada sterrata non porta altrove; Elia ha una forma di cortesia innata, quasi un’eleganza d’animo perfezionata dall’educazione familiare, che spesso nomina ma mai approfondisce con dettagli.

Ci abbracciamo, siamo felici di rivederci, poi entriamo in casa, Elia molla lo zaino sul divano e va allo stereo per mettere al massimo la Settima di Beethoven, perché sostiene che sono rare le case in cui si può ascoltare la musica classica a un volume tale da farti sentire dentro l’orchestra, e la nostra, isolata sul colmo di una collina circondata da vigneti, è perfetta.
Mentre io preparo il risotto al radicchio di Treviso, perché so che è il suo preferito e conservo in freezer una dose per l’occasione, Lupo apre una bottiglia di vino con le bollicine per fare un brindisi.

«Elia, ti faremo avere il nuovo indirizzo, dobbiamo trasferirci.»
«Nooo, abbandonate un posto così? E perché?»
«Eh… dispiace anche a noi ma…», per me è difficile rispondere, poi continuo «Andiamo via a malincuore, ma non ci sono altre soluzioni. Amiamo questa casa, l’abbiamo sempre sentita come un luogo, più che un’abitazione, tu lo sai bene, ma siamo sempre in giro, non riusciamo a viverla, è più un impegno che un piacere, e due case non posiamo permettercele.»
«Capisco, sì. Peccato, però… Va bene, allora promettiamo», dice Elia alzando il bicchiere di vino, «che non perderemo questa tradizione. Vi troverò anche in pianura!»
«E l’indirizzo?» chiediamo noi.
«Vi trovo io quando torno, l’ho già fatto una volta, no?»
I bicchieri tintinnano, ci guardiamo negli occhi e portiamo i flûte alle labbra, in un sorriso che si fa sempre più ampio. Elia si alza tenendo il calice in mano e cambia musica, da Beethoven ai Terra Samba, un cd che ci ha portato dal Brasile, e iniziamo a ballare.

Così per tre giorni, che sembrano sei, perché con lui è come se durassero il doppio, restiamo svegli fino a tarda notte a chiacchierare e ballare, senza badare alla fatica di svegliarsi la mattina dopo… gli dico: «mai una volta che arrivi di venerdì sera! No, ti piacciono i giorni feriali!», lui sorride e non risponde. Una sera -non ricordo quale- Elia è particolarmente felice, continua a ripetere «che bene che sto qui» e i suoi occhi sono neri e vispi e puri, occhi così li avevo visti solo nei volti dei bambini in Perù o in India.

Sento Prince Charming degli Adam and the Ants e ascolto il racconto di una storia, perché ogni avventura ha la sua colonna sonora e perché chi è figlio degli anni ‘60 porta le tracce della rivoluzione musicale sulla pelle dei discorsi, non saprei come altro spiegarlo. E poi parte Mambo n. 5 e mi trovo catapultata in un locale a Huaraz dove Elia ha il tavolo riservato, può capitare ai viaggiatori di immaginarsi uno spazio come fosse l’ufficio sotto casa, un surrogato alla solitudine.
Ascolto la sua voce e riesco a vedere quel posto che tiene aperto fino alle due di notte ma è come se non chiudesse mai, perché a quell’ora buia Carlos, il gestore, abbassa la saracinesca fino a metà, e gli avventori continuano a entrare e uscire con la stessa noncuranza; li osservo con gli occhi di Elia e sento l’odore dei vestiti e della birra che trasuda dalla pelle, ascolto la musica e immagino perfino le loro vite. C’è una ragazza che balla da sola, poi sono due, e poi tutti si muovono a ritmo. Elia sostiene che il ballo è la caratteristica che accomuna il Sudamerica, più dell’ananas, del rum o della cocaina.

«Ero a Salvador Bahia un paio di mesi fa, per un servizio sulla favela, sapete, di quelli che periodicamente le testate giornalistiche si sentono in dovere di pubblicare, e mi accorgo che due grandi occhi neri mi spiano senza tregua, da un paio di giorni, timorosi,» racconta mentre assaporiamo riso allo zafferano e pollo con cuore di palma, mais, piselli e peperoni che ha preparato per cena. «Sapete anche voi che la timidezza dei bambini sudamericani dura al massimo qualche secondo, per poi cadere nell’oblio, perché si mettono in posa seri o con buffe espressioni, fino allo scatto di una fotografia che non vedranno mai. Non lui, ho avuto subito la sensazione che fosse diverso, Raul continuava a mantenere le distanze e osservare, si nascondeva se solo intuiva che stavo per girare lo sguardo.»

«Una sera stavo scegliendo la posizione per uno scatto straordinario: crepuscolo sudamericano, luce perfetta, dal limite di un’altura i riflessi aranciati rendevano la baraccopoli quasi un’opera architettonica voluta, progettata nei minimi particolari. Mi volto per prendere il cavalletto e trovo le mani scure di Raul che me lo porgono. Oh, vi immaginate la scena?».
«Capite? Raul non vuole essere fotografato, lui vuole imparare a fotografare, diventare un fotografo e comprare una casa dove abitare con il padre che si prenderà cura del giardino, la madre che potrà solo cucinare e la sua sorellina che studierà e andrà all’università». Elia si alza di scatto e va a frugare nello zainetto, torna con una macchina fotografica nuova e chiede «L’ho presa per lui, gli piacerà?». L’eccitazione nei suoi occhi è la stessa che immagino in quelli di Raul quando riceverà il regalo.

Per tre anni non abbiamo notizie di Elia, ma noi non sappiamo come contattarlo, internet è futuro e Magali, la nostra bambina, riempie lo spazio e il tempo. Poi arriva il buio, in una giornata di sole mentre siamo in vacanza al mare; riceviamo una telefonata da Genova: «Elia si è tolto la vita. Vi farò sapere quando avrò qualche informazione in più». Vedo i suoi occhi, due perle nere, brillanti e sorridenti, e non capisco. Sento un demone stringere in pugno i nostri cuori.

No, non capisco e non capirò mai. Sono ferma a quel giorno. Perché le amicizie che finiscono così improvvisamente lasciano un vuoto inspiegabile. Perché scrivo al presente ma vorrei tornare nel passato e modificare di una virgola il corso degli eventi. Perché mi rammarico di non essere riuscita a coglierne la sofferenza, disperata e custodita. Perché anche se alcuni specialisti mi hanno assicurato che quel tipo di decisioni non sono modificabili dall’esterno, la tristezza per non “aver visto” non si esaurisce. Perché a volte tutto il bello che c’è stato sembra un sogno che si è ripetuto tante volte, con qualche variante, e adesso semplicemente non sogno più.

Oggi Magali ha quattro anni e come Lupo ama la musica e ama ballare; ogni giorno, quando arriva dalla scuola materna, ripete il rito pomeridiano della danza. Oggi, puntando il ditino verso lo scaffale per indicare il cd da prendere, dice «No, non quello, quello lì! Quello con le parole gialle.» Oggi, dopo tanti anni, i Terra Samba tornano a suonare e Magali balla così felice ed estasiata da quella musica latina! Salta, sculetta e inventa nuovi movimenti con i suoi piedini scalzi, dieci tracce senza tregua. Poi, sfinita, si sdraia sul pavimento di legno, chiude gli occhi e muove braccia e gambe ad angelo, come ha imparato a fare sulla neve. Lei rimane così, beatamente sdraiata a terra, e io la guardo, lei sorride e bisbiglia: «che bene che sto qui».

Immagine di copertina © Sebastião Salgado/Amazonas/nbpictures per Survival, “si stima che gli Awá che continuano a vivere nella foresta pluviale brasiliana senza alcuna interazione con gli estranei siano circa un centinaio. Sono alcuni degli ultimi popoli incontattati rimasti sul pianeta”.