La geografia serve a fare la guerra? Intervista a Massimo Rossi, curatore della mostra

La mostra proposta da Fondazione Benetton Studi e Ricerche per la commemorazione della Grande Guerra ha dimostrato, fin dal suo vernissage, la qualità del progetto scientifico e la vastità della portata di un simile argomento, catturando l’interesse delle persone che a migliaia l’hanno visitata. È inutile qui fare la benché minima presentazione poiché il sito offre già un’ampia consultazione. Quello che a noi interessa oggi è ricordare il momento di chiusura che si terrà all’Auditorium di Palazzo Bomben, sede della Fondazione Benetton a Treviso, domenica 12 marzo alle ore 18.00, ma soprattutto farvi capire perché l’esposizione La geografia serve a fare la guerra? è il racconto di un pezzo di storia che a buon titolo può definirsi una never ending story. Ne abbiamo parlato con Massimo Rossi, curatore della mostra e responsabile della cartoteca di FBSR.

Un concerto con la rock band Radiofiera celebra con la musica il finissage della mostra: perché questa scelta?

Perché il rock racconta la storia della gente, dalle piccole storie personali alle storie che coinvolgono le comunità; il rock è narrazione prima di tutto, pensi al fatto che alcuni testi di gruppi che fanno hard rock stanno raccontando una storia d’amore, la musica crea alchimie straordinarie e le sa restituire. Se ascolterà questo concerto e il disco dei Radiofiera si accorgerà che il loro arrangiamento, estremamente rispettoso della melodia, riesce a ri-raccontare le storie delle canzoni scritte e cantate in trincea dai soldati, con un’efficacia straordinaria, proprio perché questa è la formula del rock. Ci sono tante anime di questo genere musicale e quella che a me piace particolarmente è quella del rock melodico, che riesce a narrare attraverso la musica. Quando riusciamo a mettere sulla melodia un concetto, allora questo passa i muri e diventa dirompente, ha una forza incredibile.

L’impressione, avendovi seguiti in questi mesi, è che tutta la mostra sia stata pervasa da una grande forza, possiamo iniziare questa intervista con una considerazione sull’origine di questo percorso?

Certo e la ringrazio, innanzi tutto, di questa occasione di fare una piccola riflessione su questa lunga esperienza, perché non ne abbiamo ancora avuto tempo, in parte anche perché le cose sono ancora in corso, per fortuna. L’idea è partita tre anni fa quando la Regione Veneto ha deciso -ahimè in ritardo, ma l’Italia è sempre in ritardo- di occuparsi del Centenario e quindi delle relative celebrazioni. Il guaio è che tre anni sono troppo pochi (pensi che l’Australia ha iniziato 10 anni fa!) perché prima bisogna partire con la ricerca, perché altrimenti si tirano fuori gli “ori di famiglia”, si rimescolano un po’ le carte ma senza che ci sia una proposta nuova. Viceversa la modalità di affrontare i progetti della Fondazione è basata sulla ricerca, vale a dire cercare di capire in che modo si può offrire sempre (almeno ce lo auguriamo) una proposta originale. Abbiamo partecipato alle riunioni del Comitato, invitati dalla Regione assieme a tanti altri attori, poi però il progetto della Regione è un po’ naufragato, nel senso che tutti i finanziamenti sono andati in larghissima parte, ed è anche comprensibile, al restauro dei manufatti, quindi i forti, gli ossari, i cimiteri, tutti quei monumenti che proprio in occasione del Centenario avevano bisogno di essere ripresi da tanti punti di vista.

Prima sezione – Rocce e acque © FBSR

Alla fine abbiamo avuto un piccolo finanziamento dalla Regione, che comunque ringraziamo, e abbiamo contato sulle forze della Fondazione e sull’oculatezza del nostro Direttore Marco Tamaro, che pian piano ha accantonato in modo da poter mettere in piedi, diciamo, una proposta. Poi per la prima volta la Fondazione si è avvalsa della partnership di Fabrica. Pur essendo cugini, possiamo dire, non era mai accaduto e per me è stata un’esperienza meravigliosa, perché lavorare con dei professionisti della comunicazione ha significato costruire, fare in modo che il contenuto venisse comunicato nel miglior modo possibile. Un aspetto particolare è quello di avere lavorato con un team di giovani stagisti in cui non c’era neanche un italiano, escluso lo zoccolo duro di Fabrica nella persona di Marta Celso; il team era formato da una portoghese, una venezuelana, una spagnola, una finlandese, per cui lontano, per formazione, dalla geografia d’Italia. Questo significa che quando si mettono insieme delle energie, e Fabrica è una fabbrica di energia, e la modalità, dal punto di vista di professionisti di fornire delle soluzioni di allestimento, allora si lavora nel miglior modo possibile.

Comunque, tornando alla sua domanda, noi abbiamo cercato prima di tutto di sgombrare il campo da equivoci, cioè non c’è niente da celebrare, più che altro c’è da riflettere, e dunque uscire dalla retorica per costruire qualche cosa che lasciasse un segno e, come ha scritto nel giornale il prof. Lionello Puppi, a Treviso c’è una sola mostra in cui entri e poi esci con qualcosa di diverso, perché succede un qualche cosa che ti porta non solo a guardare e a riflettere, ma a ritrovarti in tasca qualche contenuto in più.

La mostra, infatti, non si limita a voler suscitare un impatto estetico, seppur ogni stanza è curata nei minimi particolari, ma nel passaggio da una all’altra c’è uno stimolo alla riflessione, anche grazie al cambio del punto di vista.

Ed è proprio questo il tema: cercare di comunicare come la geografia non sia solamente una questione nozionistica, cercare dove si trova questo luogo e aprire l’atlante o Google Earth per trovarlo, ma il fatto che la geografia offre delle opportunità di indagine e di manipolazione, da tutti i punti di vista, dell’opinione pubblica. È una modalità di interrogarsi del proprio ruolo all’interno di un contesto a varie scale e quindi, come curatore, la cosa fondamentale per costruire una narrazione è stata quella di avere preso come pretesto la Grande Guerra ma in realtà, togliendo le mappe della Prima Guerra Mondiale, possiamo parlare della stessa cosa con scenari diversi. Questa è stata la sfida.

Prima sezione – Rocce e acque – Veduta d’Italia © FBSR

Certo è una mostra che non si visita senza l’ausilio di un’audioguida o di una visita guidata, perché altrimenti non si capisce, è una mostra che richiede uno sforzo…ma ci siamo subito detti “perché no?!?”, la gente magari gradisce questo gradino in più di sforzo. L’allestimento, quindi, è stato curato nei dettagli, proprio per abbassare la soglia della difficoltà, e rispettare l’idea di rispondere provocatoriamente a questa domanda “La geografia serve a fare la guerra?” che ci sembrava -io ce l’ho in mente da quattro anni- fosse un titolo volutamente provocatorio. A volte sembra che «la geografia non serva a niente, figuriamoci se serve a fare la guerra!?!» oppure «senza la geografia è difficile fare la guerra», quindi si associa alla geografia solamente questo aspetto o di terribilmente importante oppure di totalmente insignificante, mentre in mezzo c’è lo spazio, secondo me, per raccontare qualcos’altro. Questo era l’obiettivo e la sfida che, a mio avviso, è stata ampiamente vinta perché abbiamo avuto migliaia di visitatori e questo libro, che accompagna la mostra, è uno dei più venduti della Fondazione.

Quali sono state le maggiori soddisfazioni?

Prima di tutto il grande concorso di pubblico da parte della scuola, che ha partecipato in massa e quindi abbiamo formato guide, giovani laureati o laureandi, che hanno accompagnato centinaia di classi.

Che è anche uno dei motivi per cui la mostra è stata prorogata fino al 12 marzo.

Infatti. E poi, l’altra cosa che ci fa enormemente piacere è la medaglia del Presidente della Repubblica, un attestato di riconoscimento che ci inorgoglisce, infine la terza cosa importante è che la mostra sta viaggiando, nel senso che abbiamo ricevuto delle richieste importanti per portarla altrove.

Seconda sezione – Segni umani © FBSR

Ciò significa quindi che, pur essendo così contestualizzata nel territorio, una mostra che pone l’attenzione sul micro stimola poi una visione sul macro, direi dal locale all’internazionale. Questo “dettaglio” che presentate sulla Guerra di cent’anni fa potrebbe far riflettere sul motivo per cui, nel sipario attuale, ci siano guerre che nascono e si esauriscono in breve, mentre ci sono guerre che si protraggono nel tempo.

Diciamo che c’è un innesco comune che è l’incapacità di dialogo. Nel caso della Prima Guerra Mondiale l’innesco è noto, anche se è nota la sua parte conclamata, cioè questo assassinio a Sarajevo, in realtà è un vecchio mondo che sta esplodendo e implodendo, e in parte ci sono alcuni ingredienti che ancora oggi sono stati riattivati, che sono quelli che preludono al nazionalismo, cioè questi ingredienti base per cui «Dio, Patria, Nazione e sangue» fanno un’identità forte e, come ci insegnano gli antropologi, è proprio questo a creare muri. Un altro punto di forza della mostra è stato quello di accompagnare il percorso, durato oltre quattro mesi, con un ciclo di conferenze: quando si parla di mappa delle razze umane, allora invitiamo il genetista che ci spiega che le razze non esistono, nel momento in cui si parla di soldati al fronte e quindi di confini, allora c’è l’antropologa che ci spiega cosa è successo ai soldati trentini che sono stati mandati in Galizia e poi hanno fatto il giro del mondo, prigionieri prima dello Zar, poi dei Bolscevichi e poi sono finiti in Cina, dove c’era il protettorato italiano e solo dopo tre anni sono tornati in Italia, ma prima era andato via il loro Imperatore asburgico.

Questo insieme di conferenze aveva lo scopo di dare letture differenti ma complementari e penso sia il motivo per cui hanno avuto sempre il sold out, con picchi da 400 persone, cosa che ha gratificato tantissimo la Fondazione, dimostrando la solidità e una credibilità importante. La mostra ha funzionato e funziona e gli approfondimenti non hanno fatto altro che riverberare il progetto all’esterno, con una inaspettata copertura di stampa anche a carattere nazionale. E, ultima novità di questi giorni, il Comando delle Forze Operative del Nord Italia a Padova ha chiesto di ospitare la mostra, e ciò ci fa grandissimo piacere perché significa che questo lungo progetto sta fiorendo, spostandosi da altre parti dove qualcuno vuole che ci sia una continuità.

La geografia, questa scienza che studia la descrizione e la distribuzione dei fenomeni della Terra, a volte sminuita o sottovalutata, si divide in diverse discipline: c’è la geografia fisica, quella antropica e politica, quella economica, oltre che quella astronomica e linguistica. Lei, invece, è un geografo storico. Mi chiedo se la geografia non sia una filosofia.

Se lei lo chiedesse al Presidente dei Geografi italiani, Franco Farinelli, la risposta è un SI a caratteri cubitali, perché lui ha questa lettura della geografia: la geografia è una visione del mondo, forse che anche la filosofia non è una visione del mondo? E quindi nasce dal grande problema di Anassimandro che è stato quello di andare contro l’aristotelismo e il pensiero greco, che vede tutto in movimento, lui invece che fa la prima mappa del mondo, cristallizza l’immagine del mondo per cui è quasi una bestemmia… come fai a fermare, come immaginare il mondo come qualcosa di fermo, e per questo ha subìto le conseguenze per aver osato fermare il mondo attraverso un immagine che lo rendesse stabile, fermo, fisso, ed è questa, veramente, la straordinaria possibilità e opportunità che dà la geografia.

La geografia ha compiuto molti peccati, nel senso che spesso, specie nella seconda metà dell’Ottocento, quando è entrata all’Università; quando una disciplina entra nel mondo accademico deve diventare una scienza, per acquistare autorevolezza nel diventare una scienza deve acquisire una serie di dogmi, di regole, e quindi di modo indiscutibili, perché una scienza non è una scienza se non ha una sorta di lettura “così è e non si cambia” e quindi una certa visione del mondo che ha fatto il paio, in Italia e in Europa, col nazionalismo e poi col fascismo e poi ancora col nazismo. Quindi la geografia ha, si può dire, offerto il destro, per una lettura del tutto parziale del mondo e non si poteva più parlare di geopolitica, perché si pensava alla manipolazione della geografia, specie durante il nazismo. Che dire della matematica e dei fisici che si sono prestati a fare la bomba atomica? Dunque si torna la domanda: la geografia serve a fare la guerra? No, è l’uomo che fa la guerra.

Terza sezione – Carte da guerra © FBSR

La geografia è, a mio avviso, talmente aperta che può spaventare, nel senso che non si può fare geografia se non ci si occupa di antropologia, di sociologia e di filosofia, se non si aprono rapporti con le scienze umane, con la storia, naturalmente, perché abbiamo a che fare con un rapporto tra l’uomo e il mondo che abita, che sia piccola scala o grande scala; per cui capire le relazioni di una comunità con il luogo in cui abita significa fare geografia, significa capire in che modo la Pedemontana è un’invenzione per chi costruisce le strade, mentre bisogna chiedersi: qual è la domanda? qual è l’offerta? è davvero necessaria? a chi serve? È solo un esempio tratto dai giornali di oggi.

Allora il geografo certo che serve, solo che è ancora percepito come figura debole e quindi, mentre in Olanda non si fa un’opera pubblica che abbia a che fare col paesaggio, se non c’è in commissione anche un geografo, qui abbiamo -e apprezzo molto il loro lavoro- gli architetti, con tutte le possibili declinazioni e governano tutta la materia. In realtà ci sono degli esperti che possono dare un contributo che non è così parziale.

E qui torniamo alla portata della Fondazione, ancora ai tempi in cui era direttore l’arch. Domenico Luciani, il quale organizzava dei laboratori legati al progetto sul paesaggio. Quando si andava in giro a presentarlo, la prima cosa che si faceva, e la più feconda, era quella di invitare alla tavola rotonda lo storico, l’ingegnere idraulico, l’architetto, lo storico e il geografo, perché un luogo è fatto da tanti punti di vista, quindi parliamone, mettiamo insieme le diverse competenze. Questo è fondamentale, nessuno è sufficiente per risolvere un problema, ma è il concorso di discipline utile a risolverlo, a trovare una soluzione. Come diceva l’illustre maestro Lucio Gambi, se una disciplina è utile lo è sempre, altrimenti non avrebbe nemmeno senso insegnarla a scuola -altro conto è non ritenerla utile-…anche se oggi discipline come la musica e la storia dell’arte non vengono più insegnate, ma questo è un altro discorso.

Proprio legato all’ambito scolastico è la domanda che le pongo: la riforma scolastica ha unito in una sola materia scolastica la geografia e la storia, chiamandola geo-storia. Rispetto ai discorsi di principio fatti, far dialogare le due materie sembra una buona idea, per contro però sono diminuite le ore. Lei cosa ne pensa?

La partecipazione degli insegnanti e degli studenti è stata entusiasmante. Fin da quando decidemmo l’intero percorso espositivo, abbiamo voluto la presenza delle scuole e anche il riconoscimento di crediti formativi per quegli insegnanti che avrebbero partecipato alla mostra e a una delle conferenze, perché uno dei nostri obiettivi è creare opportunità e lasciare un segno. Abbiamo quindi attivato una collaborazione con l’Associazione Italiana degli Insegnanti di Geografia, grazie al Presidente Riccardo Morri, e questo mostra anche un’altra caratteristica della Fondazione: mai da soli, il più possibile insieme a chi sa fare delle altre cose. Nessuno ruba niente a nessuno, è necessaria la massima condivisione.

Terza sezione – Carte da guerra – Colombaia mobile © FBSR

Ritornando alle scuole e alla sua domanda sulla geo-storia, un grosso problema in Italia è la formazione del geografo. Ci sono tante geografie a seconda di dove uno studia, anche per questo c’è una percezione strana di quella che è la figura del geografo. C’è una debolezza nella definizione del geografo perché ci portiamo dietro degli equivoci, che hanno molto spesso assimilato la geografia al colonialismo. La riuscita della mostra è anche merito della Fondazione, battitore libero, dove si può parlare liberamente e dove collaborano esperti di diverse materie.

La Fondazione è un luogo di valore, per usare una definizione a voi cara. Quindi come chiude la domanda sulla geo-storia?

È indubbiamente una grande opportunità ma deve essere gestita. È un’occasione per gli studenti di approcciarsi in modo diverso alla materia. Ed è proprio uno degli obiettivi della mostra quello di offrire una lettura diversa per capire “le cose del mondo”, perché ci sono tanti punti di vista e la mostra ha cercato di sollecitarli.

Ad esempio, si può rifare il discorso su chi è Cesare Battisti e quindi sulla questione dell’irredentismo, perché Cesare Battisti, ahimè, è stato solo marmorizzato e conosciuto come irredento, come politico, come socialista, tutto ciò che è stato realmente, ma totalmente obliata è la sua nascita come geografo. Se vogliamo capirlo come socialista dobbiamo partire dalla sua formazione come geografo, perché lui è rimasto geografo sempre: quando il suo sguardo si rivolgeva alla visione del mondo e del “suo” Trentino, quando è stato un geografo militare per la capacità di sfruttare la sua conoscenza dei luoghi; quindi lui non è stato un guerrafondaio. Abbiamo fatto un convegno, come geografi, a Trento su Cesare Battisti geografo, in una situazione difficile perché la popolazione è ancora spaccata tra chi lo considera un traditore e chi invece lo vede come colui che ha combattuto per il suo Paese. C’è bisogno di fare ricerca e di non rimescolare le cose che già si sanno di Cesare Battisti. L’Archivio Cesare Battisti è un archivio straordinario e molte cose sono ancora inedite. La ricerca è un bene comune da frequentare il più possibile perché ogni libro è un punto di vista, quindi bisogna chiedersi chi l’ha scritto, perché l’ha scritto. Possiamo davvero organizzare la stessa mostra cambiando l’epoca storica, cambiando le mappe ma i concetti rimangono esattamente quelli. A mio avviso, questa è un’altra prova della straordinaria potenzialità della geografia, poter continuare a parlarne sempre, puntando lo sguardo in epoche remote e attuali, riuscendo magari anche a rivolgerlo al futuro.

Ecco, lungimiranza, questa eccezionale parola che porta l’essere umano a guardare distante senza essere sottoposto agli interessi dell’immediato. Come possiamo imparare ad esserlo?

La parola chiave è di nuovo ricerca e archivio: bisogna avere molta cura degli archivi perché sono, paradossalmente, il nostro futuro, perché se non si parte dalla memoria, se non la si riordina, si crea molta confusione e quindi si continua a parlare per stereotipi, che poi nel corso del tempo si logorano e perdono di significato. Sono queste, a mio avviso, le cose veramente importanti che creano in senso positivo l’identità, e per questo la collaborazione con la scuola è fondamentale. Abbiamo diramato per tempo l’invito alla presentazione del progetto a tutte le scuole, in modo da permettere agli istituti scolastici di programmare le visite e c’è stata veramente un’importante partecipazione, che ci ha dato anche la riprova che siamo riusciti a sintonizzarci su una richiesta che voleva qualcosa in più per questo Centenario, una linea obliqua e trasversale che mettesse le informazioni in circolo, proprio come proponeva il progetto scientifico.

Seconda sezione – Segni umani – Tappeto afghano Map of the world with flags © FBSR

Le faccio l’ultima domanda: dove si concentreranno ora le sue ricerche?

Mi piacerebbe molto continuare ad approfondire alcune cose che sono state aperte da questo cantiere. Vede, anche questa è una peculiarità della Fondazione, questo luogo in cui si comincia la ricerca, la si costruisce e le si dà forma, addirittura diventa un libro, poi se le cose funzionano come in questo caso diventano un’altra mostra, un’altra mostra e così via. Mi piacerebbe continuare a lavorare su Cesare Battisti perché, come le dicevo, come geografi stiamo tentando di promuovere una ricerca su di lui: abbiamo le lettere che ha ricevuto, ma sono state perse quelle che lui ha scritto, perché -ad esempio- l’archivio della De Agostini dove lui ha lavorato, è stato disperso, però so che ci sono molti altri archivi in cui, con tutta probabilità, ci sono materiali su di lui, oppure c’è un cassetto di 173 mappe che non sono catalogate nell’archivio dove la famiglia ha depositato, al sicuro, il materiale; oltre che sarebbe estremamente interessate svelare la figura di Ernesta Bittanti, sua moglie.

Perché?

Perché ha custodito con le unghie e con i denti l’integrità della memoria del marito, che il fascismo ha tentato di violare più volte; inoltre intorno a Battisti c’erano i ragazzi che frequentavano con lui l’università a Firenze, tra cui Gaetano Salvemini, amicizie straordinariamente importanti che permetterebbero di ricostruire il mondo intorno a lui, per capire tutta un serie di cose che sono state forse attraversate prima dal punto di vista del fascismo poi dal punto di vista della sinistra al potere, e che oggi possiamo sdoganare da una parte e dall’altra, e restituire la figura di questo uomo che a 42 anni è morto ma contemporaneamente dirigeva 4 giornali, scriveva, faceva decine e decine di conferenze in tutta Italia, ed era una persona con una capacità lavorativa incredibile. Perché lì non c’è solo lui ma c’è un mondo, una cultura, a partire anche dal suo maestro, Giovanni Marinelli, da capire e riscoprire. Merita certamente un approfondimento il concetto di un confine geografico, che continua a creare giganteschi equivoci, riflettere su questo argomento così intrigante e indagare sulla differenza tra confine e frontiera, sul modo in cui la geografia partecipa a siglare una divisione, perché sono temi estremamente attuali e coinvolgono le persone che vivono in quei luoghi. Allora il pretesto della Grande Guerra ha attivato tanti filoni che poi potrebbero ricadere sulle scuole e sulla formazione, e quindi sulla ricerca che è, lo ripeto, fondamentale.

Penso che questa sia la cifra di questo luogo che è la Fondazione e del suo Presidente Luciano Benetton, persona straordinaria, lungimirante. Provi solo a pensare a qualcuno che, trent’anni fa, sceglie di investire sul paesaggio. La Fondazione ha coniato il termine “governo del paesaggio” che è diventato quasi una parola comune. Alla base c’è una visione e uno sguardo che guarda distante.

Da quanto tempo è in Fondazione Benetton Studi e Ricerche?

Da vent’anni. La cosa bella è che ormai, quando mi reco in molti archivi per fare ricerca, vado nei depositi. Quando si arriva in un archivio e ormai si conosce da anni l’archivista, allora si va subito al cuore e questo è impagabile, perché c’è questa lunga pratica che poi diventa amicizia, fiducia e credibilità. Il mio grosso problema è che molti archivisti andranno in pensione e per me questo è un dramma.

Perché, non c’è il passaggio del testimone?

Quando si legge il mondo dal punto di vista dell’economia significa non pensare a nient’altro, non ci sono energie economiche per creare questo passaggio, quindi resta il buco, e non c’è nessun passaggio di consegne e non c’è nessun rapporto maestro/discepolo, è per questo che diventa veramente un dramma. Questo fa parte della falsa potenzialità dei sistemi informatici in cui è tutto catalogato e si pensa di trovare tutto. Non è vero per niente, se non si passa per la persona che custodisce l’archivio, io posso trovare le cose ma non so esattamente cosa c’è. L’archivista è l’archivio, dunque si passa sempre da lì, dalla persona che cercando qualcosa e trova anche qualcos’altro, e questa è la ricerca. Altrimenti siamo persone sole e si lavora in modo solitario mentre è la condivisione il sale, assolutamente il sale di tutto quanto, soprattutto nel mondo della ricerca.

Nel ringraziarla per questa conversazione ricca di stimolanti riflessioni, diamo ai nostri lettori appuntamento al concerto di domenica, lasciando alla musica dei Radiofiera la nota di chiusura -o sospensione- della never ending exhibition La geografia serve a fare la guerra?